Da Vigàta a Montelusa

Da Vigàta a Montelusa

Viaggio reale nei luoghi in cui vive Montalbano, il commissario più amato dagli italiani

Dove, se non nella Sicilia sudoccidentale e greco-araba, il romanzo giallo poteva racchiudere in un cerchio così perfetto antiche ascendenze - la tragedia greca - e nuove tendenze - l'ansia estrema di mediterraneità?
Dove, se non in questa fetta di Sicilia tagliata tra Gela e Sciacca, potevano trovar casa Andrea Camilleri e Salvo Montalbano? Lo scrittore e il commissario di polizia più amati dagli italiani?

Come ogni meridionale dannato e beato all'esilio volontario, prima che come scrittore da decenni trasferito a Roma, Andrea Camilleri distilla una Sicilia depurata da eccessi di contemporaneità, filtrata attraverso memorie e sensazioni di gioventù, frequentata e vissuta per interposta persona (nella fattispecie il commissario Salvo Montalbano). Una Sicilia di persone e gente, più che di fatti e posti. Montalbano indaga in pianerottoli di condomini anonimi, tra effluvi di pasta e broccoli e sarde a beccafico; interroga pensionati in vestaglia e ragionieri in pantofole che di cognome magari fanno Lapecora; non s'illanguidisce curvo su doppi whisky in bar desolati come in un quadro di Hopper, ma si esalta in trattoria, davanti a un piatto di triglie fritte; persino i delitti su cui deve far luce, per quanto efferati, s'ingentiliscono in "ammazzatine". Un po' come nei libri del commissario francese Sanantonio, Camilleri insaporisce un genere letterario codificato dalle mode con una lingua tutta sua, l'inedito patois italo-siculo che trova nell'ineffabile Catarella il suo sgangheratissimo Ariosto.

Gli autori del Nuovo Giallo Mediterraneo hanno promosso la città a protagonista, al pari dei suoi delinquenti e dei suoi desolati giustizieri. Ne hanno descritto con minuzia strade e quartieri, umori e atmosfere. I lettori di Izzo o Montalbán possono sovrapporre le pagine dei loro libri alle piante delle loro città, e trovarvi perfetta corrispondenza.
Con Camilleri il gioco è impossibile: invano vi affannereste coll'indice sulle cartine a cercare Vigàta, provincia di Montelusa, tra Fela e Fiacca. Nei suoi romanzi i luoghi trasfigurano in geografie fantastiche, i toponimi si aggrovigliano in cartografie immaginarie. Eppure Vigàta è più vera del vero. Esiste.
Decreto di re Ferdinando II di Borbone: "A contare dal 1° gennaio 1853 la Borgata del Molo di Girgenti sarà separata dall'Amministrazione Comunale di quella città e formerà un Comune distinto con Amministrazione propria e indipendente". È l'estratto dell'atto di nascita di Porto Empedocle, provincia di Girgenti (l'Akràgas greca, l'odierna Agrigento). Ce lo rammenta Camilleri stesso in Biografia del figlio cambiato, romanzo "in quadri" della vita di Luigi Pirandello, altro celebre empedoclino in un fazzoletto di terra fertilizzato dalla letteratura, considerando che la Racalmuto di Sciascia è a pochi chilometri verso nord.
Porto Empedocle - allora una manciata di case arroccate tra il mare di zolfo e la collina di Girgenti - aveva trovato nome, per regio decreto; glielo toglieranno i suoi figli più illustri, che la ricorderanno con un altro non suo. Pirandello la ribattezza Nisia, o Vignetta, o la Marina. Diventerà Vigàta, la città del commissario Montalbano.

Dove MANGIARE in provincia di Agrigento
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Itinerario

A Porto Empedocle / Vigàta

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Porto Empedocle
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Verso Agrigento / Montelusa

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Agrigento
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27 dicembre 2016
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