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''Palermo, dove il senso della morte non è cupo''

Wim Wenders ha presentato ieri il suo ultimo lavoro girato nel capoluogo siciliano

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"Quello che mi affascina di più di Palermo è il misterioso legame tra la vita e la morte e il modo in cui i palermitani vivono intensamente questo rapporto: assolutamente affascinante la forza delle tradizioni e del culto popolare" ha confessato Wim Wenders durante la conferenza stampa della presentazione in anteprima del film "Palermo Shooting" che dal prossimo 28 novembre sarà in 60 sale cinematografiche in una versione tagliata rispetto all'originale presentato al Festival di Cannes.
"Non conosco nessuna altra città - ha aggiunto - dove il senso della morte non è triste e oscuro ma anzi ti dà la consapevolezza di come bisogna vivere".

Il film, che è nato sulla scorta del bando lanciato dalla Regione siciliana nell'ambito della distribuzione dei fondi del Por 2000-2006 in collaborazione con l'assessorato regionale ai Beni culturali, l'Aapit e la Provincia regionale di Palermo, è un concentrato di temi alla Wim Wenders: il rapporto vita-morte, e quello sogno-realtà; la persona amata vista come una sorta di angelo custode; la potenza evocativa dei luoghi in cui si svolge la storia; le grandi domande sul senso dell'esistenza; la musica come colonna sonora dell'anima più che del film. E, per una sorta di vezzo registico, la presenza di star dello showbiz internazionale nel ruolo di se stesse: Milla Jovovich, immortalata a gravidanza avanzata, e Lou Reed...

A rendere interessante la pellicola per il pubblico italiano, ci sono altri due fattori. Primo: come suggerisce il titolo, una bella fetta della storia - dopo una prima parte girata a Dusseldorf, città natale di Wenders - si svolge a Palermo. O, meglio, in una Palermo che è insieme reale e metafisica, fotografata in alcuni dei suoi luoghi più famosi (la Vucciria, i Quattro Canti, il porto) ma riletta dalla sensibilità dell'autore. Attenta, come sempre, alla potenza, alla bellezza e alla capacità evocativa delle immagini. Vere o false che siano. Il secondo motivo di interesse, invece, è la presenza, come interprete femminile, della nostra Giovanna Mezzogiorno, a cui il regista ha assegnato la parte di un personaggio-chiave, nello sviluppo della vicenda: una donna bellissima, sensibile e segnata da un dolore passato, che riporta alla vita, all'amore, l'eroe maschile della storia.
Il quale, comunque, resta l'assoluto protagonista del film. A interpretarlo è un personaggio molto noto della scena rock tedesca: Campino, leader della band Die Toten Hosen, vecchio amico di Wenders. I due avevano già collaborato in passato. Ma stavolta, il regista ha scritto il ruolo proprio su misura per lui. Il personaggio si chiama Finn, vive a Dusseldorf ed è un fotografo di successo, che si divide tra moda e scatti più artistici. Insonne, insoddisfatto, perennemente assente dalla sua stessa vita, protetto da un paio di cuffiette con musica a tutto volume, il bel tenebroso trascorre un'esistenza patinata, ma vuota. Finché una notte, mentre corre in auto, rischia la morte.

E allora, per lui, tutto cambia: seguendo una suggestione decide di girare un servizio con Milla Jovovich incinta a Palermo. Città che subito l'affascina, e in cui decide di rimanere anche a lavoro ultimato. E nel suo vagare tra vicoli e strade del centro storico, Finn incontra Flavia (Giovanna Mezzogiorno), restauratrice, impegnata con un affresco cinquecentesco in cui si vede la Morte colpire i potenti del tempo (il Trionfo della Morte conservato nella Galleria d'Arte di Palazzo Abatellis, ndr). Catturato da questo soggetto, e ossessionato dalla presenza (forse reale, forse no) di un misterioso uomo incappucciato che tenta di ucciderlo con arco e frecce, l'uomo finisce per attaccarsi a Flavia. Prima di vedere finalmente sciolto un "enigma", grazie a un personaggio misterioso interpretato da Dennis Hopper...

In definitiva, un film che ha molto in comune con altre opere wendersiane: l'ossessione per le immagini di Fino alla fine del mondo, la presenza di creature soprannaturali nelle nostre vite come nel Cielo sopra Berlino. Ma il vero riferimento resta Il settimo sigillo di Ingmar Bergman: alla cui memoria - insieme a quella di Michelangelo Antonioni - la pellicola, non a caso, è dedicata.

[Informazioni tratte da La Siciliaweb.it e da un articolo di Claudia Morgoglione per Repubblica.it]

18 novembre 2008
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