23 dicembre 2009: la posa della prima pietra del Ponte

Il Cipe ha dato avvio alla fase di progettazione del Ponte sullo Stretto di Messina

Il Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe), ha dato via libera alla fase di progettazione del ponte sullo Stretto di Messina, e la prima pietra sarà posta il 23 dicembre. L'annuncio è stato dato oggi dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega al Cipe, Gianfranco Micciché. Il comitato interministeriale tornerà a riunirsi entro fine anno, per affrontare e definire alcuni aspetti tecnici della progettazione.
"Finalmente sono stati assegnati soldi reali per il ponte sullo Stretto - ha detto Miccichè - Stiamo aspettando il completamento dell'aumento di capitale della società Ponte sullo Stretto entro il 1° dicembre. Subito dopo saremo pronti per dare il via libera all'inizio dei lavori. Se tutto procede come da programmi - ha concluso Miccichè - il 23 dicembre ci sarà la posa della prima pietra".

"Noi crediamo da sempre alla realizzazione del ponte sullo stretto di Messina - ha dichiarato il presidente della Regione, Raffaele Lombardo - Ed è una delle battaglie più importanti che abbiamo portato avanti. Il Governo centrale si è convinto della sua opportunità ed il 23 dicembre ci sarà una sorta di posa della prima pietra, mentre si fanno sempre più certi i tempi di finanziamento dell'opera. Avere il ponte significa avere l'alta velocità e con essa l'ingresso a pieno titolo della Sicilia nel sistema viario europeo".
La costruzione del ponte, il costo stimato è 6,3 miliardi di euro, dovrebbe essere ultimata in sette anni.

Dicembre, però, non sarà soltanto il mese della "prima pietra del Ponte", ma anche il mese del ritorno annunciato e organizzato della Rete No Ponte, che per il 19 dicembre ha indetto una manifestazione a Villa San Giovanni, contro la realizzazione dell'infrastruttura.
"I 'No Pontisti', dopo una seria riflessione sulla scorsa giornata di Amantea - riportava una nota dei giorni scorsi - hanno inoltre concordato di esprimere con questo comunicato la loro solidarietà al Comitato De Grazia per i numerosi ed infelici tentativi di banalizzare quanto sta accadendo in Calabria da parte di alcuni esponenti di Governo. Nel costruire la nuova piattaforma 'No Pontista', l'assemblea ha di fatto concordato su un punto: oltre alle ragioni tecniche che in questi anni ci hanno spinto a dire No al Ponte sullo Stretto, vi sono altre ragioni altrettanto gravi ed ancor più urgenti, ovvero quelle relative alla speculazione finanziaria ed alla logica dello sfruttamento sfrenato e distruttivo del territorio".
La Rete No Ponte ha preannunciato l'organizzazione di iniziative mirate a spiegare le ragioni del No e ad esporre le proposte di progetti alternativi "che - riportava ancora la nota - possano mirare alle 'vere opere necessarie': la messa in sicurezza del territorio ed una progettazione alternativa per i trasporti. Salute, istruzione e diritto alla mobilità sono tra i principali diritti dei cittadini, eppure essi sono quotidianamente calpestati da una politica di governo speculare e disattenta alle vere esigenze del territorio. La questione del Ponte è certamente di interesse nazionale ed internazionale, ancor più calabrese e siciliana, è un contenitore di lotte per l'ambiente e contro la politica speculare. Perciò la Rete vuole partire da Villa San Giovanni, dal pezzo di territorio che più di tutti sul fronte calabrese ne pagherà le conseguenze, ma vuole farlo al fianco di tutti i calabresi e di quante realtà nel resto d'Italia si battono per la difesa del proprio territorio". [Informazioni tratte da Repubblica/Palermo.it, La Siciliaweb.it, Ansa]

Dal Cipe 200 milioni per infrastrutture in Sicilia
di Antonio Schembri (€conomiaSicilia.com, 6 novembre 2009)

Una dote di circa 300 milioni di euro per sostenere progetti di infrastrutture da cantierare in tempi brevi nel Mezzogiorno, di cui 200 milioni da riservare alla Sicilia. Sono le risorse che il Cipe si accinge a approvare (con ogni probabilità la deliberazione arriverà nella giornata di oggi) per dare disco verde a interventi non inquadrabili nell’ambito delle cosiddette"grandi opere", ma comunque relativi a settori strategici, come ferrovie e strade. Un segnale che giunge in un momento, in cui, specie in Sicilia, il comparto delle costruzioni è allo stremo, confinato nelle logiche di subappalti per nulla remunerativi. E che, secondo gli operatori del settore, non basta a rivitalizzare il tessuto produttivo dell’isola, una galassia per più del 90% costituita da micro, piccole e medie imprese, se il governo nazionale e il mondo politico regionale non daranno il via a una attenta pianificazione incentrata soprattutto sul settore edilizio, quello con le maggiori refluenze sull’intero tessuto produttivo. Da tempo in Sicilia il rapporto tra istituzioni e costruttori appare come un dialogo tra sordi. Una situazione che continua a tenere le imprese dell’Isola lontane dal giro delle commesse più sostanziose. Si è discusso di questo, ieri, al convegno su territorio e sviluppo, organizzato dall’Ance, l’associazione nazionale dei costruttori edili, nell’ambito della II edizione delle Giornate dell’Economia del Mezzogiorno, la manifestazione animata dalla Fondazione Curella, in collaborazione con il Diste(Dipartimento studi economici).

Puntare sul sistema delle costruzioni è decisivo per rivitalizzare l’economia siciliana. "Questo nuovo piano nazionale di infrastrutturazione ha una valenza molteplice soprattutto per la Sicilia, dove partiranno una novantina di interventi in settori diversi", spiega Pietro Viviano, dirigente del Provveditorato Opere Pubbliche per la Sicilia e la Calabria (regione a cui lo Stato riserva invece 90 milioni di euro, per 30 opere infrastrutturali). Ma, ammette, "di certo non basta".
L’Ance, rappresentata nell’incontro da Andrea Marani, vice presidente nazionale con delega all’edilizia e al territorio e dal presidente provinciale Giuseppe Di Giovanna, non risparmia critiche drastiche al mondo politico locale. E rilancia l’Sos delle sue imprese al collasso. "Oggi l’Italia si distingue a livello europeo per l’esigua partecipazione degli imprenditori alle gare d’appalto: solo il 3,4% rispetto, per esempio, al 30%della Francia", sottolinea Marani. Ma, denuncia il vice presidente, "non siamo per nulla ascoltati, né dal Governo né dalla stessa Confindustria, come stanno tra l’altro dimostrando gli oneri fiscali che ancora gravano sulle imprese edilizie e la scarsa apertura da parte delle banche, in relazione a una crisi causata da una finanza dissennata". Eppure, continua Marani, il comparto edilizio è strategico, perché incide su un indotto molto vasto. "Dovremmo essere il motorino d’avviamento dell’economia, ma le assurde lungaggini della burocrazia non ci consentono di lavorare", lamenta Di Giovanna. Riguardo alla Sicilia, l’Ance chiede a gran voce che l’amministrazione Lombardo vari al più presto il Piano Casa. E condivide l’idea, lanciata dall’assessore comunale al centro storico Maurizio Carta, di un protocollo di responsabilità che impegni imprese, enti pubblici e istituzioni a evitare che le risorse pubbliche vengano utilizzate a pioggia, soprattutto per pagare stipendi.
Secondo l’Ance occorre anche puntare sulla qualificazione professionale dei costruttori. E rilancia l’idea (già proposta qualche anno fa) di specifici corsi con esami, anche in collaborazione con le università.
"La crisi e l’incapacità della politica di dare risposte adeguate è sicuramente una delle principali cause di questo blocco", afferma Andrea Piraino, segretario generale dell’Anci, l’associazione dei comuni italiani. "Gli enti locali devono tornare a fare la loro parte, entrando nell’ordine di idee che la tempistica di atti amministrativi come la concessione delle autorizzazioni a costruire, non è un optional". Parecchio però dipende dalla crisi profonda in cui versa il sistema istituzionale, soprattutto in Sicilia: "Ci troviamo su una barca pronta a affondare - aggiunge Piraino -. Almeno il 98% dei comuni dell’isola sono sull’orlo del dissesto, una situazione che potrebbe generare conseguenze difficilmente governabili sul piano dell’ordine pubblico, se questa crisi endemica dovesse conclamarsi”.

6 novembre 2009
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