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861 milioni per non fare il Ponte sullo Stretto

Cresce il conto da pagare per il ponte che non si costruisce mai. Sembra proprio un grande imbroglio

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Il governo dei Professori ci aveva messo una pezza. O meglio, pensava di avercela messa, ma non sapeva che dall'altra parte della barricata c'era gente con il pelo sullo stomaco. Tecnici raffinati, abituati a ritagliare spazi impensabili anche nelle retrovie della pubblica amministrazione. Vincono di rimessa, indietreggiando, come i grandi pugili. Così hanno messo nel sacco i Professori, che stanno in cattedra per troppo tempo e non in campo di battaglia. Risultato: per non fare il Ponte sullo Stretto l'erario dovrà sborsare 861 milioni di euro, a meno che il Padreterno venga in aiuto del Belpaese.
E' cresciuto di 350 milioni - tanto ci vuole per la smobilitazione - il conto da pagare al consorzio Eurolink, composto da Impregilo, Condotte, Sacyr ed altre piccole aziende. Il decreto legge del governo che sospende ogni decisione sulla realizzazione dell'opera, invece di creare difficoltà al Consorzio l'ha incaprettato. Ogni movimento, infatti, sembra stringere il cappio, facendo lievitare i costi dell'infrastruttura, regalando il più grande affare di tutti i tempi ad una gruppo di imprese senza avere messo mano alla commessa, o quasi.
Com'è potuto accadere? Probabilmente il governo è stato incastrato dal fuoco amico, non ha avuto per tempo le informazioni che gli servivano. E' passato un anno senza fare nulla o quasi.

La Sacyr, spalleggiata dall'ambasciata spagnola, ha messo in moto un meccanismo che richiama l'Italia al rispetto delle regole internazionali, facendo notare che il decreto sospensivo è illegale dalla testa ai piedi in quanto sono state cambiate le regole in corso d'opera, una cosa molto scorretta. I patti, stipulati come Dio comanda, non si possono modificare, favorendo una delle parti.
Questa reazione avrebbe dovuto essere prevista, e probabilmente era stata messa in conto, ma il governo, secondo qualcuno, credeva che le grandi aziende che rivendicano la montagna di quattrini non avrebbero avuto la faccia di arrivare fino in fondo, essendo state destinatarie di molti favori in passato e avendo interesse a mantenere rapporti di buon vicinato con la pubblica amministrazione. Non è che si sbagliassero, il fatto è che nel frattempo la capofila di tutta l'operazione, Impregilo, è finita nelle mani della Salini, che non deve nulla al governo e può senza rossore fare la sua battaglia per ottenere il pagamento delle penali (508 milioni di euro) e il rimborso dei costi di smobilitazione del cantiere.

Questa fosca previsione, peraltro, era stata fatta da uno dei protagonisti della vicenda, Pietro Ciucci, Presidente dell'Anas e amministratore delegato della società "Stretto di Messina".  A Ciucci viene addebitato, non sappiamo con quanta fondatezza, di non avere segnalato per tempo al governo che il 3 novembre scorso, a 540 giorni dal progetto definitivo,  sarebbero scaduti i termini per approvarlo o disapprovarlo formalmente.
Incredibile ma vero. Non ne sapeva niente nessuno? La clausola, che oggi consegna un favoloso assegno di 861 milioni di euro a Impregilo era stata approvata nel 2006 dal ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, e dal segretario del Cipe, Gianfranco Miccichè.

Ciucci ha però indicato una via d'uscita che appare debole quanto le altre fin qui seguite: ai senatori, nel corso della sua audizione in Commissione, ha ricordato una possibilità: si potrebbe non pagare le penali "qualora la congiuntura finanziaria non consenta la effettiva bancabilità del progetto". Solo che, come ha fatto notare Il Fatto Quotidiano, questa clausola ha una subordinata: "a condizione che il progetto definitivo sia stato approvato dal Cipe", la qualcosa non è avvenuta, perché il Cipe non si è pronunciato. Bastava che lo facesse per evitare l'esborso.
E' un grande imbroglio. Il Wwf ha sollecitato in più occasioni la convocazione del Cipe perché giudicasse "non meritevole di approvazione" il progetto che peraltro non ha ricevuto il placet della commissione competente sulla valutazione di impatto ambientale, elencando ben 233 integrazioni come condizione per un esame positivo.
C'è chi sospetta perciò che le penali, e non la realizzazione dell'opera, siano state il vero obiettivo dell'operazione. Desta, infatti perplessità un episodio che risale al 2005, la vigilia delle consultazioni politiche che prevedevano il successo del centrosinistra, contraria alla realizzazione dell'opera. Ebbene a pochi giorni dalle urne fu firmato il contratto di affidamento che "incaprettava" il governo.
Sospetti a parte, di sicuro, qualcuno ci ha marciato perché, Ponte o non Ponte, i soldi arrivassero ai destinatari. Sarebbe di grande interesse, perciò, sapere com'è andata veramente e chi sono gli utilizzatori finali. [Fonte: SiciliaInformazioni.com]

 

 

22 dicembre 2012
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