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A Faber, cantautore. Genova, 18 febbraio 1940 - Milano, 11 gennaio 1999

Mille anni al mondo mille ancora, che bell'inganno sei anima mia…

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Questo vuole essere un piccolo omaggio al più grande cantautore italiano, Fabrizio De André.
"Il più grande cantautore italiano".
Lo si dirà di molti cantautori, e probabilmente ogni qualvolta qualcuno invocherà l’aggettivo "grande" per descrivere il cantautore di turno, le ragioni saranno sicuramente tutte fondate, tutte indiscutibili.
Bene, partendo dunque da questa premessa, senza voler togliere niente a nessuno, questa è la volta di omaggiare Fabrizio De André come "il più grande cantautore italiano", non aggiungendo una virgola di più sul come ha scritto, sul cosa ha scritto, sul perché ha scritto, ma solamente ricordandoci di lui
Diciamo solo, buttandola così, meno male che c’è stato.
E’ stata una gran cosa la sua presenza nella vita terrena di chiunque l’abbia incontrato.

Non aggiungiamo altro, solo alcuni cenni della sua biografia, raccontati da lui stesso…

"Sono nato il 18 febbraio del 1940 a Genova Pegli, quindi Genova occidentale.
Fu una colonia di peglini (o pegliesi) ad aver colonizzato Tabarca, in Tunisia. Intormo al 1700, mi pare che gli Arabi li avessero respinti coi forconi nel culo e quelli lì, prendendo il mare, la prima isola in cui si fermarono fu Carloforte. Allora si chiamava San Pietro eppoi è diventata Carloforte dove si parla infatti ancora il pegliese di quell’epoca [...] Dell’infanzia ricordo soprattutto la casa di campagna di mia nonna, una cascina: allora le vacanze estive duravano quattro mesi e, a parte quindici giorni di mare, che avevamo sotto, le passavamo tutte in campagna, con mio grande piacere. Lì ho assorbito tutto l’amore, che poi mi è rimasto, per la campagna, la natura, gli animali e la cultura contadina.


Mio padre, contrariamente a quanto per anni è stato scritto, era di origini modeste: il benessere cominciò ad aggirarsi in casa nostra dopo che lui aveva superato i quarant’anni. Forse da queste radici la sua mai abbastanza ringraziata accondiscendenza a lasciarmi libero di vivere nella strada: e nella strada ho imparato a vivere come probabilmente prima di me aveva imparato lui.
Ho fatto il classico al liceo comunale 'Cristoforo Colombo'. A Genova ce n’erano tre di comunali: l’Andrea Doria, il Cristoforo Colombo e il Mazzini. Quest’ultimo era molto fuori zona, in periferia; per l’Andrea Doria c’era il problema di mio fratello che prendeva 10 anche in educazione fisica oltre che in filosofia e in italiano. Perciò non volendo rischiare confronti sono rotolato al liceo "Colombo" ch’era un po’ distante da casa però ero tranquillo che non mi si metteva in concorrenza con lui. Al liceo studiavo il meno possibile. Riuscivo a racimolare la sufficienza perché ai professori ero simpatico. E, d’altronde, andare a scuola mi serviva quando, d’estate, cercavo di rimorchiare le ragazze alla Lucciola, una balera alla periferia di Asti. Mi presentavo come uno studente di Genova, il che fa sempre effetto, da quelle parti […]


Ho fatto un po’ di tutto: ho frequentato un po’ di medicina, un po’ di lettere e poi mi sono iscritto seriamente a legge dando, se non mi sbaglio, 18 esami. Quasi laureato dunque […], poi ho scritto Marinella, mi sono arrivati un sacco di quattrini e ho cambiato idea […] dopo che Marinella l’aveva cantata Mina, eravamo nel ’65, io ero sposato da tre anni e lavoravo negli istituti privati di mio padre […]. Lavoravo lì non sapendo cos’altro fare, visto che di laurea non se ne parlava perché stentavo molto a studiare, insomma questa Canzone di Marinella, me la canta Mina, mi arrivano 600 mila lire in un semestre (somma davvero considerevole per quegli anni). Allora mi sono licenziato, ho preso armi e bagagli, moglie, figlio e suocero e ci siamo trasferiti in Corso Italia, che
era un quartiere chic di Genova […]. Da quel momento ho cominciato a pensare che forse le canzoni m’avrebbero reso di più e soprattutto divertito di più".


"Direi d’essere un libertario, una persona estremamente tollerante. Spero perciò d’essere considerato degno di poter appartenere ad un consesso civile perché, a mio avviso, la tolleranza è il primo sintomo della civiltà, deriva dal libertarismo. Se poi anarchico l’hanno fatto diventare un termine negativo, addirittura orrendo ''…anarchico vuol dire senza governo, anarche… con questo alfa privativo, fottutissimo…''  vuol dire semplicemente che uno pensa di essere abbastanza civile per riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia (visto che l’ha in se stesso), le sue stesse capacità. Mi pare così vada intesa la vera democrazia. […] Ritengo che l’anarchismo sia un perfezionamente della democrazia.
Fu grazie a Brassens, maestro di pensiero e di vita, che scoprii di essere un anarchico. Mi ha insegnato per esempio a lasciare correre i ladri di mele, come diceva lui. Mi ha insegnato che in fin dei conti la ragionevolezza e la convivenza sociale autentica si trovano di più in quella parte umiliata ed emarginata della nostra società che non tra i potenti".

"Penso che chi fa la mia conoscenza rimanga sicuramente deluso. Perché […] non sono un atleta della parola, del dialogo, non sono allenato in tal senso, non faccio il politico né l’avvocato e quindi ho bisogno di riflettere per non dire delle sciocchezze. Se non rifletto facilmente mi escono fuori dalla bocca dei luoghi comuni. Quando cerco di riuscire a portare avanti un discorso semplicemente
parlando, dicendo delle parole, per riempire gli spazi di silenzio, o se tento di stringere, dico delle grandi vaccate. […] non mi sono mai fatto uno schema preciso di letture. Talvolta mi è capitato di leggere insieme Asterix con Oblomov di Goncharev. […] sono abituato a leggere fin da piccolo. In famiglia c’era l’abitudine che fortunatamente si incastrava bene col mio temperamento, perché sono curioso, facilmente impressionabile e tuttora posso dire di leggere quasi un libro al giorno.
Ho sempre avuto due chiodi fissi: l’ansia di giustizia e la convizione, presuntuosa, di poter cambiare il mondo. Oggi quest’ultima è caduta.
Le mie Nuvole sono […] quei personaggi ingombranti e incombenti nella nostra vita sociale, politica ed economica; sono tutti coloro che hanno terrore del nuovo perché il nuovo potrebbe sovvertire le loro posizioni di potere".

"Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile. In questi ultimi tempi ho ripreso a studiare la chitarra. Mi ci sono dedicato praticamente tutti i giorni. Certo, non riprenderò più la mano che avevo a ventidue anni, però non la voglio mollare più, anche perché in fin dei conti è una buona compagna, forse una delle più fedeli. Se la molli un attimo ti fa subito i musi e ti manda a fare in culo, così sei costretto a dei recuperi umilianti, molto più umilianti di quanto si debba fare con le donne. Io credo che il giorno in cui avrò paura della morte, e vorrà dire che ci comincio a pensare, sarà perché sono diventato finalmente adulto e allora questo significherà che sono prossimo a morire.
Ho più della mia età, ho avuto tempi di invecchiamento più corti della media, forse perché non ho mai rifiutato nessun tipo di esperienza. Ho sempre impostato la mia vita in modo da morire con trecentomila rimorsi e nemmeno un rimpianto".

"La cosa che mi spaventa di più è rincoglionire. Il fatto di non essere più cosciente di me stesso, degli accadimenti che mi circondano. Ma anche di impoverirmi sentimentalmente, nelle emozioni. Mi spaventa questa disidratazione del cuore, di cui tutti sono vittima. Da questo punto di vista mi spaventa anche una vecchiaia lucida, cinica, priva di sentimenti... perché ho notato che in molte persone, con l'andare degli anni, si sviluppa una tendenza ad affezionarsi alle cose, e a disaffezionarsi alle persone".

Testi tratti da: "Fabrizio De Andrè, amico fragile" di Cesare G. Romana - "Fabrizio De Andrè, passaggi di tempo" di Doriano Fasoli - "Vita di Fabrizio De Andrè, non per un dio ma nemmeno per gioco" di Luigi Viva - "E poi, il futuro" a cura di Guido Harari, Archivio Fondazione De Andrè.

12 gennaio 2004
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