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A Gela maxi sequestro a Cosa nostra e Stidda

22 indagati e aziende confiscate per un valore di 8,5 milioni di euro

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Aziende e quote di capitale sociale per complessivi 8,5 milioni di euro, riconducibili a boss gelesi di Cosa nostra e Stidda sono stati sequestrati ieri dal centro operativo della Dia di Caltanissetta.
Un altro duro colpo ai patrimoni delle cosche è stato quindi assestato nell'operazione "Quattromura", nell'ambito della quale sono state indagate 22 persone con l'accusa di concorso in trasferimento fraudolento di valori, con l'aggravante dell'agevolazione della mafia. Fra gli indagati spiccano i nomi dei fratelli Emmanuello, Alessandro Davide e Nunzio, dei fratelli Rinzivillo Antonio, Crocifisso e Salvatore, di Pietro La Cognata e Franco Morteo, esponenti di spicco delle consorterie gelesi di Cosa nostra e Stidda.

Le due organizzazioni criminali si sarebbero infiltrate nel comparto economico di Gela "utilizzando il collaudato sistema dell'interposizione di soggetti cosiddetti puliti, vicini alle organizzazioni criminali e pertanto garanti delle delicate e riservate operazioni finanziarie...".
Emerge questo dalle indagini della Dia nissena, coordinate dal procuratore Sergio Lari, e avviate nel 2006.
Il sequestro riguarda la discoteca Caligola, di contrada Roccazzelle, intestata a quattro soci incensurati ma riconducibile, secondo gli inquirenti, a esponenti della Stidda; un negozio di articoli da regalo, "Dettagli d'autore", in via Palazzi, intestato a un commerciante che farebbe da prestanome ai boss di Cosa nostra, Giuseppe Tasca e ai fratelli Antonio, Crocifisso e Salvatore Rinzivillo; infine l'impresa di produzione e trasporto di calcestruzzi Icam, nella zona industriale, che sarebbe riconducibile a Giuseppe Bevilacqua e ai fratelli Emmanuello, della famiglia mafiosa di Cosa nostra gelese.


Dal '90 ad oggi, secondo la Direzione investigativa antimafia, i vertici delle due consorterie mafiose avrebbero pianificato a tavolino "la spartizione delle gestioni economiche oggetto del reimpiego illecito, con il versamento reciproco, in alcuni casi, di percentuali sugli introiti" frutto di intese, regole interne e tassi concordati. Le imprese amiche ovviamente venivano escluse dal pagamento del "pizzo". Solo per le festività natalizie i gestori erano obbligati a versare, in una cassa comune delle cosche, un contributo in favore delle famiglie dei mafiosi detenuti, sia per trascorrere con maggiore serenità Natale e Capodanno, sia per poter garantire il pagamento delle spese legali.
Tale consuetudine, ha scritto la Dia nel suo comunicato stampa, si sarebbe affermata sin dall'inizio degli anni '90 quando l'esecuzione di numerose operazioni di polizia causarono la carcerazione di una grande quantità di esponenti delle due organizzazioni mafiose.

[Informazioni tratte da La Siciliaweb.it, TG10.it, AGI]

18 settembre 2008
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