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A Mazara le ''Vie dell'amicizia'' indicate dal Maestro Muti

Un concerto del Coro del Maggio Fiorentino per andare dal cuore al mare

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Mazara, Muti dirige al vento dei migranti
di Toni De Marchi (l'Unità,  09 luglio 2008)

Soffia lo scirocco lunedì sera e la violinista che sta all'estremità sinistra del palco sembra un'erinni spinta dal vento. Soffia forte lunedì sera quando il coro del Maggio fiorentino intona lo «Stabat Mater». Non occorre essere pescatori per sapere che è scirocco. Basta toccare le pagine del programma di sala, incollatticce per l'umidità. L'aria porta suoni lontani, impercettibili, come sospesi, in attesa di essere raccolti nelle pause del concerto. Pause brevi, troppo brevi per sapere se quei suoni narrino anche qualche storia.

Stabat mater dolorosa. Ma forse no. Le storie le sanno i pescatori che ti dicono: con lo scirocco arrivano anche loro. Onde tra le onde, si fanno spingere dal mare e dal vento e scivolano senza sapere dove. Con lo scirocco ne arrivano tanti. Col maestrale altrettanti ne muoiono. Le storie le sanno i pescherecci, che indossano nomi romantici e roboanti, mitologici o casalinghi: Ofelia, Gambero, Salvatore Cristina e Prometeo. C'è il possente Ariete: Gaspare Marrone, il suo comandante, ha avuto un momento nella storia. Ventisette ne raccolse sull'Ariete, molti altri annegarono. «Dovremmo esserci abituati, ma non ci riusciamo. E li capiamo questi poveretti, e come se li capiamo» disse ai giornalisti Antonio Sardo, che è comandante del Gambero. E anche lui ha avuto il suo giorno di notorietà per un altro salvataggio.

Vidit suum dulcem Natum/moriendo desolatum (Vide il suo dolce figlio/morire abbandonato). Lo spicchio di luna che sembra stare allo zenit della bacchetta di Riccardo Muti, qui nell'arena a bordo mare, è lo stesso che questa notte accoglie centinaia di occhi incerti ammassati su gusci altrettanto incerti. Una conta impossibile: le agenzie ci diranno che mentre in quattromila stavamo al concerto, ne sono arrivati altri seicento. Quanti non abbiano toccato terra - nessuna terra - non lo si saprà mai. Migranti o clandestini: il politically correct fa la differenza lessicale. L'arrivo a Mazara del Vallo delle Vie dell'amicizia, l'iniziativa promossa dal Festival di Ravenna con Riccardo Muti per portare attraverso la musica un messaggio di pace e concordia nel mondo, forse vuol essere anche un modo farci ricordare, non solo attraverso la disperata contabilità dei dispacci, di quanto dolore e di quanta pietà questi luoghi siano capaci. Anche se è più un non detto.

Quando corpus morietur/fac ut animae donetur/paradisi gloria (Quando il corpo morrà/fa che l'anima ottenga/la gloria del paradiso). Muti è qui anche per sollecitazione del vescovo di Mazara, Domenico Mogavero. Si dice sia un uomo potente, certo è influente. Prima del concerto saluta le autorità «civili e militari» come si conviene in un mondo di potentati. Scherza con i fanti e lascia stare i santi. Parla del rapporto tra le civiltà di cui Mazara è faro, ma la proposta che lancia dallo stesso palcoscenico dove Muti dispiega la sua musica è un «incontro tra i cattolici delle due sponde del Mediterraneo». E i settemila tunisini che vivono a Mazara? Su 51mila abitanti fanno il 15 per cento. Non ditelo a un leghista. Vivono e sono integrati, si dice. Lavorano sulle barche. Salvano gli altri musulmani che per mare ci vanno perché disperati. Ma sul portale della Cattedrale spicca un bassorilievo del Conte Ruggero che a cavallo atterra un musulmano. Terra e mare, un mondo di contraddizioni.

Dive Mari, Terraeque praees, dominaris utrisque, Sint procul hinc fluctus, fit procul inde tremor (Protettore del mare e custode della terra, che domini su entrambi, stiano da qui lontani i flutti e stia da qui lontana la paura), sta scritto sul monumento al santo di qui, San Vito. Perché anche la terra non sempre è benevola. Giusto quarant'anni fa Gibellina, Santa Ninfa, Partanna furono spazzate via, risucchiate nel boato dell'apocalisse. Anche loro fanno parte della diocesi di Mazara del Vallo. Alla quale parlò, quindici anni fa, Giovanni Paolo II. Lo ricorda il Vescovo, dopo l'omaggio alle autorità. Quel viaggio rimase storico perché da Agrigento il Papa polacco lanciò il suo anatema ai mafiosi. Ma Mogavero oggi non ne parla. «Convertitevi, un giorno arriverà il giudizio di Dio!» gridò scompigliato dal vento e della rabbia. Di questa frase non vi è traccia nell'archivio vaticano. Se gli evangelisti fossero stati cardinali di Santa romana Chiesa, la cacciata dei mercanti dal Tempio sarebbe scomparsa dalla Scritture.

Amen. Un bel concerto, come ci si può aspettare da questo Muti con l'Orchestra e il Coro del Maggio fiorentino. Due «Stabat Mater» così diversi come quello di Giuseppe Verdi e l'altro di Gioachino Rossini (oltre al «Te Deum» verdiano) che hanno certamente occupato la mente di un pubblico prima tiepido, poi intempestivo negli applausi, ma alla fine caloroso verso un complesso che, ha commentato il Maestro a fine concerto, «è la migliore orchestra italiana». Oltre alla bella musica, a noi resterà il soffio caldo dello scirocco, i volti immaginati che ti chiamano con mani piccolissime, e gli occhi di tutte le madri addolorate. Stabant matres lacrimosae.

9 luglio 2008
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