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Bilancio mondiale, mancano solo i tifosi

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Il primo Mondiale bifronte della storia è giunto ormai in vista del suo capolinea. I 180 minuti (più eventuali supplementari) che restano da giocare serviranno per dare una fisionomia definitiva all'evento, serviranno a scrivere le pagine degli almanacchi (e quindi a fare la storia), ma non aggiungeranno o toglieranno molto per quanto riguarda il clima che si è vissuto in questo mese abbondante nei due Paesi ospitanti.

L'anomalia di questo sdoppiamento ha portato, su questo fronte, a una sorta di schizofrenia tra quello che è accaduto in Giappone e quello che si è visto in Corea, due paesi geograficamente vicini, ma culturalmente lontanissimi. A fronte di un Giappone composto e formale anche nelle manifestazioni di entusiasmo c'è stata una Corea sanguigna ed entusiasta, "caciarona" e casinista, senz'altro più vicina ai canoni del tifo del vecchio continente. La dimostrazione lampante l'abbiamo avuta noi italiani, la squadra più amata dopo quella di casa in Giappone, seguita da eserciti di tifosi nipponici. Una vera e propria maggioranza silenziosa che riempiva gli stadi di un tifo estasiato e attonito più che coinvolto. Spettatori rispettosi dello spettacolo cui assistevano. A Oita, nell'incontro decisivo con il Messico, i tifosi della squadra latinoamericana erano una minoranza, ma il loro tifo ha travolto quello per gli azzurri.

A proposito di tifo, questo Mondiale passerà alla storia anche per le difficoltà che i supporter di tutto il mondo hanno incontrato per seguire dal vivo le imprese dei loro beniamini. Giappone e Corea sono lontane. Lontane dal mondo del calcio, dall'Europa e dal Sudamerica. Le spese per raggiungere questi posti sono proibitive per la maggior parte degli appassionati. L'entusiasmo e la passione dei giapponesi e dei coreani hanno impedito che gli stadi fossero vuoti, ma se si fossero dovuti riempire solo con i tifosi provenienti dall'estero sarebbe stato un Mondiale triste. Anche la torcida brasiliana, nota in tutto il mondo per la sua fedeltà alla causa, si è cominciata a far sentire solo in semifinale, contro la Turchia. Ed è un peccato.

Infine il clima. Si pensava che ad attendere i giocatori delle 32 nazionali qualificate per la fase finale dovesse esserci un inferno di caldo e umidità oppure le piogge torrenziali della stagione dei monsoni. E invece nulla di tutto ciò. Il caldo umido che avrebbe dovuto fare impazzire i giocatori non si è mai fatto vivo. Né in Corea né tanto meno in Giappone. A Sapporo si è sofferto addirittura il freddo e a Tokyo è più di una settimana che il cielo è nuvoloso e che pioviggina. Di notte ci sono 15 gradi, e di giorno non si superano mai i 20. Ma niente monsone, comunque, solo semplice pioggia. E qualcuno rimpiange il caldo (e l'Italia) di Pasadena…

Fonte: La Gazzetta dello Sport

28 giugno 2002
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