Carcere duro per Raccuglia

Il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha firmato il decreto di 41 bis per il boss appena catturato

Il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha firmato ieri il decreto di 41 bis per Domenico Raccuglia, il boss di mafia latitante fino a pochi giorni fa. Raccuglia, attualmente detenuto nel carcere Pagliarelli di Palermo, sarà pertanto sottoposto al regime di carcere duro.
"Il detenuto risulta essere in grado di mantenere ancora contatti con gli esponenti delle organizzazioni criminali di appartenenza in libertà", motiva Alfano. Nel testo si ricorda che Raccuglia "era annoverato tra i più pericolosi latitanti di cosa nostra in circolazione. Uomo di fiducia di Giovanni Brusca ne è divenuto uno dei killer fidati e affidabili ed ha commesso, per conto di cosa nostra, diversi omicidi per i quali è già stato condannato all'ergastolo. Raccuglia, inoltre ha contribuito attivamente alla segregazione di Giuseppe Di Matteo, figlio quattordicenne del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, sequestrato per 18 mesi in un bunker sotterraneo e successivamente ucciso e sciolto nell'acido". L'adozione del regime detentivo "si ritiene necessario - conclude il provvedimento - per il collegamento del predetto Raccuglia con l'organizzazione operante all'esterno del carcere non interrotto per il solo fatto della detenzione".

Si stringe il cerchio intorno ai fiancheggiatori del boss Raccuglia - Prima di spostarsi nel covo di via Cabasino, dove è stato arrestato, il boss latitante Domenico Raccuglia si sarebbe nascosto in un baglio in contrada Pantano, sempre a Calatafimi. Un casolare immerso nella campagna, con una dozzina di stanze, diverse finestre e sentieri attraverso cui tentare la fuga. Il baglio, o mannara come lo chiamano nel Trapanese, è di proprietà di un parente di Benedetto Calamusa, uno dei due favoreggiatori del capomafia di Altofonte. Un parente con precedenti per mafia la cui posizione è attualmente al vaglio degli inquirenti. I poliziotti della Squadra mobile di Palermo e dello Sco, il Servizio centrale operativo, da giorni tenevano sotto osservazione la casa di campagna. Raccuglia avrebbe commesso un errore fatale: quello di mantenere intatta la rete dei postini che si occupavano di smistare e ricevere la sua corrispondenza. Tutti uomini di Calatafimi e Camporeale, nel trapanese. Il latitante aveva capito di essere braccato, e per questo motivo si sarebbe trasferito in paese.
Sono antichi i rapporti fra il boss di Altofonte e il gruppo. Già il pentito Giovanni Brusca aveva raccontato di summit e incontri, datati 1997, nella zona di Castellammare alla presenza di Mimmo Raccuglia. A fine ottobre i carabinieri del nucleo investigativo di Palermo avevano perquisito anche la casa della moglie del boss, in Corso Piano Renda, ad Altofonte. Nel piede di un letto avevano trovato 12 mila euro in contanti.

"Pizzini sempre più rischiosi" - Per il pm della Dna Maurizio De Lucia "comunicare con i pizzini è sempre più rischioso. Il caso del boss Raccuglia ne è l'ennesima dimostrazione. E' la terza volta che proprio la rete dei bigliettini porta gli investigatori sulle tracce dei latitanti: non dimentichiamo che sono stati i 'postini' a far scoprire i covi di Provenzano e Lo Piccolo". Secondo De Lucia "i capimafia conoscono bene gli svantaggi di questo tipo di comunicazione, ma non possono fare altrimenti. Per i latitanti gli incontri diretti sono troppo pericolosi. Per non parlare delle conversazioni con i cellulari che sono intercettabili".

[Informazioni tratte da La Siciliaweb.it, Adnkronos/Ing, Ansa]

20 novembre 2009
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