Chiesto rinvio a giudizio per Totò Cuffaro

La Procura di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio dell'ex governatore siciliano per associazione mafiosa

Per Salvatore Cuffaro, ex presidente della Regione Siciliana, condannato in primo grado a 5 anni di reclusione per favoreggiamento, nel processo denominato "Talpe alla Dda di Palermo", la Procura antimafia di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio per concorso in associazione mafiosa.
Ci sarebbero, infatti, secondo la motivazione della procura, "elementi vecchi e nuovi da valutare globalmente". Il fascicolo, quindi, finirà al gup che deciderà se è il caso di fare un nuovo processo a Cuffaro, in cui molti elementi sono già stati sviscerati nell’arco del processo alle "Talpe", già andato in sentenza in primo grado e che è alle battute finale del processo d’Appello. La richiesta del pg è stata superiore alla condanna in primo grado (8 anni anziché 5) ed è stato inoltre chiesto di ristabilire l’aggravante del favore all’associazione mafiosa.
Fra gli elementi nuovi inseriti nel fascicolo ci sarebbero le dichiarazioni di pentiti dell’Agrigentino che hanno parlato di Cuffaro e del suo slogan "La mafia fa schifo" come sintomo d'ipocrisia "perchè lui - dicono i pentiti - prima con la mafia ci aveva mangiato". Ma in generale la procura chiede di rivalutare tutti gli elementi dell'accusa nel loro complesso e non più frazionandoli, come era avvenuto prima. Il senatore dell’Udc aveva giudicato "incomprensibile" l’atteggiamento della procura. L’inchiesta per concorso esterno era già stata, infatti, aperta nel 2004 e chiusa l’anno seguente perché si trattava delle stesse vicende e gli stessi elementi di prova del procedimento contro le talpe.
Secondo il procuratore Francesco Messineo e il sostituto Nino Di Matteo, Cuffaro ha tenuto un comportamento teso a rafforzare in maniera sistematica e continuativa l'associazione mafiosa.

Elementi "nuovi" in una "vecchia" storia - All'inizio dello scorso mese di ottobre il procuratore Francesco Messineo e il sostituto Nino Di Matteo hanno fatto notificato a Totò Cuffaro un avviso di conclusione delle indagini per concorso esterno in associazione mafiosa, un provvedimento che preannunciava la richiesta di rinvio a giudizio arrivata oggi.
Cuffaro, già condannato in primo grado a cinque anni per favoreggiamento e rivelazione di notizie riservate, era rimasto coinvolto nell'inchiesta sulle "Talpe in Procura", assieme al magnate della sanità privata siciliana, Michele Aiello, ritenuto in affari con il boss Bernardo Provenzano. Già in quell'indagine, avviata nel 2001, erano emerse pesanti ombre sul governatore siciliano. Il pentito Angelo Siino, l'ex "ministro dei Lavori pubblici di Cosa nostra", aveva parlato di una richiesta di voti fatta da Cuffaro, candidato alle Regionali del 1991. Un altro collaboratore, Francesco Campanella, ex presidente del consiglio comunale di Villabate che procurò una carta d'identità a Provenzano, aveva raccontato ai magistrati delle imbeccate sulle indagini antimafia che Cuffaro gli avrebbe fatto, nel 2003, sotto il maestoso ficus della presidenza della Regione, al riparo dalle microspie.
Al termine delle indagini, il procuratore Piero Grasso e l'aggiunto Giuseppe Pignatone avevano scelto la strada di contestare a Cuffaro delle imputazioni specifiche. Alcuni sostituti non avevano condiviso, uscendo dal pool: prima Gaetano Paci, poi Nino Di Matteo. Successivamente, nel corso del processo, erano arrivate le parole intercettate dalla polizia a casa di altri padrini: "Con Cuffaro ci siamo incontrati, siamo stati vicini", diceva il boss Franco Bonura, uno dei vecchi della Cosa nostra di Riina e Provenzano. Allora era stata aperta la nuova inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa. Le indagini hanno convinto i magistrati che Cuffaro deve tornare sotto processo.
A tutto ciò si aggiungono le dichiarazioni di un nuovo testimone, un imprenditore già condannato per favoreggiamento, che accusa Salvatore Cuffaro di aver partecipato circa quindici anni fa a un pranzo con due mafiosi di rango, Santino Di Matteo, uno degli assassini di Giovanni Falcone, ed Emanuele Brusca, il fratello di Giovanni ed Enzo, capimandamento di San Giuseppe Jato.

"La conviviale si tenne nelle campagne di Portella della Ginestra, quindici anni fa o forse più - ha raccontato Gaspare Romano, un imprenditore già condannato per essere stato uno dei favoreggiatori di Giovanni Brusca - in quella occasione, che non era per fini elettorali, conobbi Cuffaro. C'era anche un tale Rino Lo Nigro, nella cui casa ho poi visto altre volte Cuffaro".
Queste dichiarazioni sono state messe a verbale e aggiunte ai sessanta volumi con i quali Messineo e Di Matteo ha richiesto il rinvio a giudizio di Cuffaro.
Il capo d'imputazione recita: "Nella sua veste di esponente politico di spicco e di presidente della Regione consapevolmente e fattivamente ha contribuito al sostegno e al rafforzamento dell'associazione Cosa nostra, intrattenendo, anche al fine della ricerca e dell'acquisizione di sostegno elettorale, rapporti diretti o mediati con numerosi esponenti di spicco dell´organizzazione". Seguono otto nomi: Siino, Bonura, Rotolo, Aiello, Di Gati, Guttadauro, Campanella e Aragona.
I magistrati hanno scritto che Cuffaro avrebbe inserito nelle liste per le Regionali del 2001 candidati richiesti dai padrini: Mimmo Miceli (già condannato in secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa), sollecitato da Giuseppe Guttadauro, capomafia di Brancaccio; Giuseppe Acanto sarebbe stato invece indicato da Antonino Mandalà, boss di Villabate.
Il secondo capitolo dell'atto d'accusa riguarda le fughe di notizie sulle indagini antimafia. I pm hanno scritto: "Cuffaro ha avvertito Francesco Campanella che nei suoi confronti erano in corso investigazioni".
Come già, Cuffaro si è difeso giudicando "incomprensibile" l’atteggiamento della procura: "Sono perplesso e sconcertato dall'accanimento con cui alcuni pm della Procura di Palermo pervicacemente tentano di far passare, anche attraverso la stampa, fatti già chiariti durante il primo processo come nuovi addebiti a mio carico".

[Informazioni tratte da Ansa, La Siciliaweb.it, Repubblica/Palermo.it]

25 novembre 2009
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