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Davanti alla Corte

AGGIORNAMENTO - Il presidente Napolitano ha deposto davanti alla Corte d'Assise di Palermo per il processo sulla Trattativa Stato-mafia

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AGGIORNAMENTO - È durato più di tre ore l'interrogatorio di Giorgio Napolitano al Quirinale da parte dei giudici della Corte d'Assise di Palermo. Nel corso dell'udienza "non si è mai usato il termine 'trattativa' e nessuno ha fatto domande specifiche sulla trattativa" ha detto l'avvocato Ettore Barcellona, che rappresenta il Centro Pio La Torre, uscendo dal Quirinale dopo la deposizione del Capo dello Stato.
Il presidente "ha riferito di non aver mai saputo niente, all'epoca dei fatti, di un accordo" tra apparati dello Stato e cosa nostra per fermare le stragi mafiose. E' quanto ha riferito l'avvocato Giovanni Airò Farulla, legale del comune di Palermo, al termine dell'udienza. Il legale ha spiegato che il termine 'trattativa' non è stato usato e che il capo dello Stato "ha risposto ma non a tutte le domande".
Il presidente, a quanto riferito da uno degli avvocati di Nicola Mancino, Nicoletta Piergentile, ai microfoni di Sky Tg24 al termine della deposizione del presidente della Repubblica, "non ha mai parlato esplicitamente di trattativa e sul fatto di poter essere oggetto di attentato" nel '92-'93 "ha detto che lui non si era minimamente turbato perché faceva parte del suo ruolo istituzionale. Adesso - ha aggiunto Piergentile - si andrà avanti con tutti gli altri testi in calendario".
Il legale dell'ex generale Mario Mori, invece, non ha posto domande al presidente della Repubblica "per rispetto istituzionale", ha detto uno degli avvocati che hanno partecipato all'udienza al Quirinale.

I magistrati di Palermo giunti al Colle sono il procuratore aggiunto Vittorio Teresi, i sostituti Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene; tra gli avvocati delle sette parti civili e dei 10 imputati (non ammessi dalla Corte a partecipare direttamente o in videoconferenza alla testimonianza del Capo dello Stato) ha varcato la soglia del Quirinale anche Luca Cianferoni, legale del boss Totò Riina.
Per Cianferoni il presidente della Repubblica "ha tenuto sostanzialmente a dire che lui era uno spettatore di questa vicenda". Poi ha aggiunto che "la Corte non ha ammesso la domanda più importante", quella sul colloquio tra il presidente Napolitano e l'ex presidente Oscar Luigi Scalfaro quando pronunciò il famoso "non ci sto!", ha detto il legale, spiegando che "questa domanda non ha trovato il diniego di Napolitano, ma quello della Corte che non l'ha ammessa". Il legale di Riina ha, poi, sottolineato che il presidente "ha consultato delle carte durante la deposizione: lui ha avuto modo di avere quelle carte che il 15 ottobre sono arrivate dai pm di Firenze e che a noi parti private hanno richiesto una certa attività. Questo un teste normale non può farlo". Giorgio Napolitano, ha detto ancora Cianferoni, "rispetto al 41 bis ha detto 'ero uno spettatore di questa vicenda non sono un giurista'".

Il capo dello Stato ha risposto a tutte le domande. Anzi, in un paio di occasioni ha chiesto al presidente della Corte di Assise, Alfredo Montalto, di poter rispondere anche a domande del legale di Riina che la Corte non aveva ritenuto ammissibili. "Presidente, se lei permette voglio accontentare l'avvocato", avrebbe detto Napolitano.
Il Quirinale "auspica che la Cancelleria della Corte assicuri al più presto la trascrizione della registrazione per l'acquisizione agli atti del processo, affinché sia possibile dare tempestivamente notizia agli organi di informazione e all'opinione pubblica" dell'udienza, si legge in una nota del Quirinale, nella quale si sottolinea che il presidente della Repubblica, ha risposto a tutte le domande e "con la massima trasparenza e serenità".

E’ tutto pronto al Quirinale per la testimonianza del presidente della Repubblica che, stamattina, si presenterà davanti alla Corte d'assise di Palermo, per l'occasione in trasferta al Quirinale, per deporre nel processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.
Sotto gli arazzi e i brillanti lampadari del Salone del Bronzino, da quella porticina da cui solitamente escono i leader dei partiti dopo le consultazioni col capo dello Stato per presentarsi ai giornalisti, stamattina entrerà invece la Corte di assise di Palermo.
Rigidissime le misure di sicurezza. Per la quarantina di persone del dibattimento (il presidente Alfredo Montalto, con giudici a latere e otto giudici popolari, i cinque pm, l’avvocato dello Stato, i legali degli imputati, compreso quello di Riina) l’arrivo è stato inderogabilmente fissato fra le 9.15 e le 9.40.

Il pool dei magistrati che salirà al Colle, durante una lunga riunione ha ultimato e scritto l'elenco delle domande che sottoporrà a Napolitano.
Nonostante le voci circolate in ambienti giornalistici, sembra che il Quirinale resterà off limits alla stampa che non potrà, dunque, seguire l'udienza neppure a distanza, attraverso la videoregistrazione: possibilità non esclusa dai giudici che avevano dato il nulla-osta alla presenza "da remoto" dei media, ma "bocciata" dal Colle che ha regolamentato rigidamente l'accesso al palazzo. Le parti processuali non potranno infatti portare cellulari, tablet, pc e strumenti di registrazione. L'udienza, che avrà inizio alle 10, sarà verbalizzata secondo le regole ordinarie, i verbali andranno poi alla corte e saranno disponibili per le parti, una volta trascritti, nei giorni successivi.
A rivolgere per primo le domande al capo dello Stato sarà il procuratore aggiunto Vittorio Teresi. Il capo dell'ufficio inquirente, Leonardo Agueci, sarà presente, ma non interrogherà Napolitano.

Quali domande al Capo dello Stato? - Saranno una ventina le domande che i Pm di Palermo porranno al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Un primo blocco di quesiti riguarderà la lettera che Loris D'Ambrosio, ex consigliere giuridico di Napolitano, a giugno del 2012, due mesi prima di morire, inviò al Capo dello Stato quando, amareggiato dalla campagna di stampa seguita alla pubblicazione delle intercettazioni delle sue telefonate con Nicola Mancino, presentò al Presidente della Repubblica le sue dimissioni. Napolitano le respinse.
Nella lettera, riferendosi agli anni tra l'89 e il '93, quando era all'alto commissariato per la lotta alla mafia e poi al ministero della Giustizia con Giovanni Falcone, D'Ambrosio esprimeva a Napolitano il timore "di essere stato considerato l'utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi". "Come ho scritto anche ad altri", si leggeva nella lettera.
Sa Napolitano a quali timori si riferiva D'Ambrosio? Ne avevano mai parlato?, chiederanno i Pm. In realtà il Capo dello Stato in una lettera alla Corte di Assise ha già risposto di non avere elementi utili da riferire sul punto, ma è da qui che i Pm partiranno nel tentativo di chiarire se, gli "indicibili accordi" di cui si parla nella lettera fossero collegati alla trattativa.

Affrontato l'argomento D'Ambrosio, si passerà all'allarme attentati lanciato dal Sismi nel '93. Gli 007, riferendo quando saputo da una fonte confidenziale, parlarono di un rischio per Napolitano e per Giovanni Spadolini. Le "riservate" dei Servizi sono state acquisite al processo. All'epoca Napolitano era presidente della Camera.
Seppe dell'allarme? Gli vennero aumentate - come fanno capire i Servizi - le misure di sicurezza?. Temi importanti per la Procura, visto il riferimento di D'Ambrosio al '93. Ed è probabile, poi, che i Pm chiedano a Napolitano se fu informato della nota della Dia e di quella dello Sco che, ad agosto del '93, parlarono per la prima volta di un tentativo di destabilizzazione posto in essere da Cosa nostra per avviare una trattativa volta a stemperare il 41 bis.

È imprevedibile sapere la durata della deposizione che comincerà alle 10. Dipenderà dalle risposte e dalle eventuali opposizioni, la cui risoluzione spetta al Presidente della Corte di Assise, avanzate dall'avvocatura dello Stato e dallo stesso Giorgio Napolitano.

28 ottobre 2014
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