Dolls

Tre racconti sulla materia dell'amore, e su come questo sfidi la caducità delle cose



Noi vi consigliamo di vedere…
DOLLS
di Takeshi Kitano

 

Kitano ci racconta tre storie, tre racconti sulla materia dell'amore, e su come questo sfidi la caducità delle cose. Tre storie infelici, ispirate al teatro giapponese delle marionette, il Bunraku, dove non è l'uomo che muove i fili, ma le marionette stesse che ricreano un mondo.
In scena c'è un giovane e la sua ragazza, che per lui ha tentato il suicidio, errano senza meta come due vagabondi incapaci di separarsi, un vecchio boss della yakuza che ritrova, anche se solo per un attimo, la donna che lo ha atteso tutta una vita e il fan di una popstar, ferita in un incidente, che si sacrifica in nome dell'amore per la ragazza. Magnifici i costumi, opera dello stilista-artista nipponico Yohji Yamamoto.

Distribuzione Mikado
Durata 113'
Regia Takeshi Kitano
con Miho Kanno, Hidetoshi Nishijima
Genere Drammatico


La recensione
Tre storie d'amore. Tre racconti di vita che si intrecciano in maniera trasversale. E' Dolls il nuovo film diretto da Takeshi Kitano. Un'opera matura, contemplativa, che coniuga perfettamente violenza e poesia, felicità e dolore, a comporre un unico straordinario affresco sulla tragicità dell'esistenza.
Al centro di un palcoscenico immerso in un silenzio irreale, due marionette con le fattezze di un ragazzo e di una ragazza sono mosse da mani sapienti mentre un narratore declama la loro infelice storia. E' l'essenziale prologo di Dolls di Takeshi Kitano, performance di teatro tradizionale Bunraku che proietta immediatamente lo spettatore in una dimensione irreale. Poi, subito dopo, appaiono i protagonisti in carne e ossa, e ci vuole poco a capire che sono anch'essi pura astrazione, strumenti per dimostrare quella teoria dei sentimenti che l'autore va elaborando da molto tempo. Kitano non ha infatti certo invertito la rotta dipingendo con la macchina da presa i tre episodi che compongono Dolls, ma fornito un ulteriore tassello per comprendere una poetica che all'amore e alla morte guarda dai tempi di Silenzio sul mare, Sonatine, Hana-bi - Fuochi d'artificio, illuminanti esempi di lirismo unito al senso tragico della vita. Solo che questa volta il regista, nell'ombra come il narratore del Bunraku, ha rinunciato alle iperboli e prosciugato la materia sino all'inverosimile per costruire il suo film più teorico e insieme visivamente più estremo, vero e proprio trattato sull'amore e l'Oriente. […] Film con una concezione volutamente ammantata di astrazione visto che il regista muove i personaggi su fondali che sembrano dipinti, riduce al minimo i dialoghi, suggerisce una recitazione al limite dell'inespressività, esalta le geometrie degli spazi lasciando deflagrare i colori. Il risultato è un'opera matura, contemplativa, che coniuga perfettamente violenza e poesia, desiderio di vivere e istinto ferale, azione e meditazione, felicità e dolore, a comporre un unico straordinario affresco sulla tragicità dell'esistenza.

Angela Prudenzi
cinematografo.it
5 novembre 2002
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