E' tempo di cambiar... tempo

Se entro il 2050 non si ridurranno drasticamente le emissioni di gas serra, i danni saranno catastrofici

Oramai è assolutamente inutile negarlo: il nostro Pianeta, la nostra atmosfera, le nostre terre, le nostre risorse, soffrono, sono ammalati, claudicano miseramente verso un ingloriosa fine. Noi, principale causa di tutto questo male, saremo l'elemento che maggiormente ne piangeremo le conseguenze.
La comunità internazionale lo sa, e sa di dover fare qualcosa, e sa che il tempo opportuno va diventando sempre meno.
E allora si ricomincia da Nairobi, in Kenya. Per undici giorni si discuterà per decidere cosa fare nei prossimi quindici anni: è la XII Conferenza Internazionale sui cambiamenti climatici organizzata dalle Nazioni Unite.
Al vertice partecipano oltre seimila delegati di circa duecento paesi. All'ordine del giorno:
- gli interventi per ridurre i danni dei cambiamenti climatici già in atto (in primo luogo proprio in Africa);
- il confronto sull'attuazione degli obiettivi fissati dal protocollo di Kyoto;
- le trattative per cercare di gettare le basi per un suo rinnovo con obiettivi molto più ambiziosi a partire dal 2012, quando scadrà il termine della prima ratifica che fissa il traguardo di un -5% rispetto ai livelli del 1990
.

E, seppur con qualche segnale incoraggiante, le previsioni sono nefaste e la comunità internazionale lo sa...
Da un lato la comunità scientifica è ormai pressoché concorde sul fatto che il tempo a disposizione sta scadendo e rimangono tra i 10 e 15 anni per ingranare la retromarcia e scongiurare gli effetti più drammatici del riscaldamento globale. Entro il 2020 bisogna arrivare alla riduzione delle emissioni del 30 per cento da parte dei paesi industrializzati, e almeno al 50 per cento entro il 2050. Questo lo sostiene Greenpeace, ma il consenso su questo aspetto va ormai molto oltre i confini del pensiero ambientalista. L'obiettivo è infatti quello di scongiurare una concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera in grado di portare entro il 2100 a un aumento della temperatura media di due gradi centigradi, limite oltre il quale la dinamica del clima potrebbe impazzire.
Un quadro terribile che avrebbe anche delle ripercussioni economiche disastrose. Secondo Nicholas Stern, ex economista capo della Banca mondiale, al quale la Gran Bretagna ha commissionato un rapporto sulle ripercussioni economiche che i disastri ambientali comporterebbero, perdere ancora tempo senza intervenire subito concretamente, comporterebbe dei costi elevatissimi. Intervenire ora, è il ragionamento di Stern, costa relativamente poco, farlo dopo avrebbe un prezzo esorbitante.

Per Stern: ''Ignorare i cambiamenti climatici in atto può portare a una crisi economica mondiale paragonabile a quella del 1929''. Il rapporto sottolinea l'urgenza di azioni per contrastare gli effetti del riscaldamento del pianeta e afferma che i benefici ricavabili da interventi globali supereranno largamente i relativi costi. ''Dovrebbe essere letto come l'ultima parola sul perché il mondo deve intervenire ora per limitare i danni che stiamo causando al nostro pianeta'', ha affermato il premier britannico Tony Blair. Blair afferma che lo studio è ''il più importante'' ricevuto durante tutto il suo mandato. ''Il rapporto è chiaro - ha detto il premier britannico - ci stiamo dirigendo verso la catastrofe climatica se non interveniamo''.
Secondo le raccomandazioni del rapporto di Stern, il pianeta dovrebbe sacrificare sin da adesso circa l'1% del suo Pil complessivo annuo per evitare una catastrofe ambientale. Se non si facesse niente, la percentuale potrebbe diventare anno dopo anno progressivamente più alta, fino al 20% del Pil globale, per contenere i danni climatici.

Ed il problema dei costi della lotta ai cambiamenti climatici è proprio uno dei nodi principali al centro delle trattative di Nairobi. Problema che gli Stati Uniti si ostina a non voler affrontare, negando addirittura che esista una reale minaccia che incombe sull'umanità.
Gli Stati Uniti si rifiutano di sottoscrivere qualsiasi accordo che stabilisca limiti rigidi alle emissioni nocive principalmente perché, secondo l'amministrazione Bush, l'economia americana sarebbe costretta a sostenere delle spese che ne frenerebbero la crescita. Ma se fino a qualche tempo fa c'erano solo gli ambientalisti a sostenere che passare a uno sviluppo sostenibile può essere un formidabile volano economico, ora affermano di pensarla così molti leader europei, Tony Blair e Angela Merkel su tutti, e attorno a Bush, nemico giurato di Kyoto, la coscienza americana sta cambiando e negli ultimi mesi negli Usa è stato tutto un fiorire di iniziative di singole istituzioni o singole imprese volte a ridurre le emissioni come se il Protocollo fosse stato sottoscritto anche da Washington. Persino il governatore repubblicano della California Arnold Schwarzenegger, ha fissato per il grande stato americano un ambiziosissimo piano che dovrebbe portare entro il 2020 a una riduzione delle emissioni del 25% rispetto a quelle del 1990. Sorprendentemente, la motivazione di Terminator non è però solo di carattere ambientale ma anche economica, con la dichiarata intenzione di rendere le aziende californiane più competitive e di fare della Silicon Valley la nuova patria dell'energia solare.

Dalle sedute di Nairobi quindi, ci si aspettano segnali importanti, ma ancora nulla di concreto perché se è vero che gli Usa sono di fatto avviati verso una politica di riduzione delle emissioni, questo non sarà sancito in maniera solenne fino a quando alla Casa Bianca ci sarà Bush.
La vera discussione sul Kyoto dopo 2012 potrà decollare quindi solo nel 2009. E anche con un nuovo presidente americano sancire un nuovo accordo con obiettivi ambiziosi non sarà comunque semplice. Resta infatti aperto il secondo ostacolo all'adesione Usa, quello sul ruolo dei paesi in via di sviluppo. Cina, Brasile e India nella prima fase del Protocollo sono state esonerate dal tagliare i gas serra per non comprometterne la crescita. In questa fase le tre nazioni sono invece oggetto di grandi investimenti in tecnologie pulite e fonti rinnovabili da parte dei paesi occidentali che ''pagano'' così le riduzioni che non sono in grado di fare in casa propria. Un flusso di fondi e ''know how'' particolarmente apprezzato, soprattutto da Pechino, alle prese con devastanti problemi ambientali. Guai però a parlare a questi tre paesi di futuri tagli alle emissioni stabiliti per legge. I cambiamenti climatici, è il ragionamento di Cina, India e Brasile, sono responsabilità di chi ha inquinato sino ad ora e spetta quindi all'Occidente risolverli.

Le emissioni italiane - ''Noi - afferma Michele Candotti, Segretario Generale del Wwf Italia - siamo molto indietro nell'applicazione delle ancora minime riduzioni di CO2 previste dal Protocollo di Kyoto. Abbiamo addirittura aumentato le emissioni di oltre il 13%, invece di ridurle del 6,5%. Siamo quindi del tutto impreparati a far fronte agli scenari futuri, rischiando di soffrire più degli altri dei costi dell'inazione''.

7 novembre 2006
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