Fate cadere il segreto di Stato dalle stragi di mafia

I pm di Caltanissetta seguono la pista che nelle stragi mafiose degli anni '90 vede accanto Cosa nostra e Servizi segreti

Stragi di mafia, svolta nell'indagine sugli 007 in contatto con i boss
di Attilio Bolzoni (Repubblica.it, 11 dicembre 2009)

Suggeritori. Forse anche esecutori. O addirittura le "menti raffinatissime" della strategia del terrore. Le indagini su Capaci prendono la rotta che porta ai servizi segreti.
È lì in mezzo che, diciassette anni dopo, cercano i mandanti esterni a Cosa Nostra. I procuratori di Caltanissetta, qualche giorno fa, hanno chiesto di far cadere il segreto di Stato su alcuni fascicoli. L'inchiesta sulle bombe siciliane si sta addentrando nell'abbraccio fra i capimafia e le spie, una trama che viene da lontano e che a Palermo non si è mai spezzata.

Il primo passo dei magistrati è stata una formale richiesta all'Aisi, il segreto servizio civile, per desecretare "e avere accesso" alle schede di una serie di personaggi entrati nella nuova inchiesta su Capaci. Tutti agenti in servizio al Sisde o all'Alto Commissariato antimafia nell'estate del 1992. Una richiesta analoga sarà presentata nei prossimi giorni anche all'Aise, il servizio segreto militare. C'è una rosa di nomi intorno ai quali si sono allungate ombre, sospetti. Su Capaci, il 23 maggio 1992. Ma anche sull'autobomba che ha fatto saltare in aria Paolo Borsellino, il 19 luglio 1992. Sul fallito attentato dell'Addaura a Falcone, il 21 giugno 1989. Sull'uccisione del poliziotto Antonino Agostino, il 5 agosto 1989. Sulla scomparsa del 'collaboratore' del Sisde Emanuele Piazza, il 9 marzo 1990. Vicende tutte collegate fra loro - il poliziotto e il 'collaboratore' del Sisde avevano probabilmente saputo qualcosa sull'Addaura - e tutte rivisitate nell'inchiesta sulle stragi siciliane.
Un'investigazione che, al momento non si è inoltrata verso i cosiddetti "referenti politici" di Cosa Nostra. Non c'è traccia in questi ultimi mesi a Caltanissetta di una nuova attività d'indagine su Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, che nel 1994 vennero iscritti nel registro degli indagati - come Alfa e Beta "per concorso in strage con finalità terroristica" - e dopo due anni la loro posizione fu archiviata "per la friabilità del quadro indiziario".
L'inchiesta di Caltanissetta punta oggi sugli apparati dello Stato, su alcuni funzionari della sicurezza che avrebbero - questa è l'ipotesi - collaborato o partecipato alle stragi. Per continuare ad indagare i magistrati vogliono entrare in possesso di quelle schede, analizzare i profili di certi personaggi, verificare i loro legami con i boss, incontri, traffici telefonici.

Ci sono tracce, indizi. E c'è poi anche la ricostruzione di Gaspare Spatuzza sulle stragi. Pianificati gli omicidi Falcone, Lima e Borsellino già alla fine del 1991 da Totò Riina (senza fissare le date di ogni esecuzione), un gruppo di fuoco all'inizio della primavera del 1992 "era salito a Roma per uccidere Falcone con armi minori". C'era anche Spatuzza, le armi le aveva portate lui. Ma poi ricevette l'ordine di scendere in Sicilia, gli dissero che Falcone sarebbe dovuto morire a Palermo con l'esplosivo. Un cambio di programma e di uso di armi che rivela - secondo i procuratori - una "matrice" non solo mafiosa della strage di Capaci. E' sempre che Gaspare Spatuzza a raccontare ancora ai procuratori di Caltanissetta "di un uomo che non conoscevo, che non avevo mai visto" mentre 'preparavano' l'auto da posteggiare in via Mariano D'Amelio, mentre la riempivano di tritolo, mentre provavano gli inneschi. Queste 'presenze', estranee all'ambiente Cosa Nostra, affiorano a Capaci, in via D'Amelio, all'Addaura. Dietro ogni strage o tentata strage.

L'avanzamento delle indagini dipenderà anche da quelle schede che i procuratori vogliono dai "servizi", dal segreto di Stato se sarà rimosso dalla Presidenza del Consiglio.
In attesa di una risposta i procuratori di Caltanissetta sono andati nel carcere di Opera ad ascoltare Totò Riina, che sulla strage Borsellino - a metà luglio - aveva fatto sapere: "L'hanno ammazzato loro... non guardate sempre e solo me, guardatevi dentro anche voi...". Una trasferta inutile quella di Milano: il padrino di Corleone non ha aperto bocca. Inutile fino ad ora anche la caccia a quell'uomo che da almeno vent'anni - questo lo riferisce Massino Ciancimino - era al fianco di suo padre Vito, un funzionario governativo, un altro agente segreto che all'ex sindaco di Palermo distribuiva consigli e passaporti falsi. Il figlio di Ciancimino lo ha conosciuto come "il signor Franco" o come "Carlo", un paio di mesi fa si è avventurato nella casa bolognese del giovane Ciancimino per metterlo in guardia, avvertirlo "del danno che stava facendo". Non si trova nemmeno "lo sfregiato", un'altra spia riconosciuta da un testimone "nei pressi dell'Addaura" il giorno dell'attentato al giudice Falcone. "Uno con la faccia da mostro", ha ricordato.

C'è un'inchiesta a Caltanissetta e c'è un'altra inchiesta a Palermo. Sono due i livelli del coinvolgimento delle spie con i boss nell'estate del 1992: quello dei "servizi" in qualche modo al fianco della mafia nelle stragi e quello dei "servizi" che trattano con Cosa Nostra. Il negoziato, cominciato fra Capaci e via D'Amelio, da una parte sembra avere sempre gli stessi attori - gli ufficiali del Ros dei carabinieri Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno - e dall'altra attori che cambiano con il passare dei mesi e con il passare delle bombe. Prima i carabinieri trattano con Vito Ciancimino la storia del "papello", le richieste che aveva fatto Totò Riina per fermare le stragi. Ma poi Vito Ciancimino - così sostiene suo figlio - avrebbe 'lavorato' per far catturare Totò Riina, il boss delle stragi e della guerra allo Stato. Su mandato di Bernardo Provenzano.
Una piantina della città di Palermo passata di mano in mano. Dal capitano De Donno a don Vito, da don Vito a suo figlio Massimo, da Massimo "a una persona vicina all'ingegnere Lo Verde" alias Bernardo Provenzano. Poi, il percorso inverso. Con la piantina tornata nelle mani dei carabinieri del Ros, alcune vie di Palermo e alcuni cerchi, i segni dei possibili nascondigli di Totò Riina. E' così, dopo il 15 gennaio 1993, giorno della cattura del boss, sarebbe iniziata la seconda fase della trattativa. Quella che per tredici anni avrebbe garantito un'indisturbata latitanza al vecchio Provenzano. In cambio di che cosa? E' forse quest'altra piega d'indagine che, in futuro, potrebbe avvicinarsi di più ai "referenti politici" di Cosa Nostra del 1993.

12 dicembre 2009
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