Gaspare Spatuzza tira in ballo anche Schifani

Secondo il pentito l'attuale presidente del Senato ebbe dei colloqui con il boss Filippo Graviano

Parliamo, ancora una volta, di mafia e politica. Parliamo di pentiti, di uomini politici che ricoprono cariche importantissime, delle stragi dell'inizio degli anni '90 e delle (ancora) presunte correlazioni tra Stato e anti-Stato.
Ne parliamo (ancora una volta), partendo dalle ultimissime notizie apprese proprio stamane dai quotidiani e dai telegiornali:
il pentito Gaspare Spatuzza, ex "uomo d'onore" di Brancaccio (quartiere industriale di Palermo, ndr), dopo il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri e il premier Silvio Berlusconi, ha tirato in ballo anche il presidente del Senato, Renato Schifani.
In un'informativa della Direzione Investigativa antimafia, depositata al processo d'appello contro Dell'Utri, Spatuzza ricorda un episodio dei primissimi anni '90, sostenendo di avere visto l'attuale presidente del Senato, incontrare il boss Filippo Graviano.
La vicenda si riferirebbe al periodo in cui Schifani esercitava la professione di avvocato civilista e amministrativista e Graviano non era ancora latitante. Schifani assisteva civilmente Giuseppe Cosenza, indiziato per mafia e poi sottoposto al sequestro e alla confisca dei beni (divenuti definitivi nel 1992) e alla sorveglianza speciale per tre anni.
Nella propria informativa del 26 ottobre scorso, la Dia di Firenze ricostruisce che gli incontri si sarebbero svolti nella sede della Valtras, azienda appartenente a Cosenza. Gli agenti si sono limitati a verificare che Cosenza era titolare della ditta e che è pregiudicato, oltre a indicarlo come "notoriamente collegato ai fratelli Graviano". Di lui avevano parlato numerosi collaboratori di giustizia, ma non è mai stato condannato per mafia o omicidi. Manca invece la verifica sul difensore nei procedimenti civili e di fronte alle misure di prevenzione.
"Ho cercato nella mia memoria - dice Spatuzza - di collocare i rapporti di Graviano Filippo su Milano. In proposito preciso che Filippo Graviano utilizzava talvolta l’azienda Valtras, dove lavoravo, come luogo di incontri. Accanto a questa c’era un capannone di cucine componibili di Pippo Cosenza, dove pure si svolgevano incontri, dove ricordo avere visto più volte la persona che poi mi è stata indicata essere l’avvocato del Cosenza (Schifani, ndr)". "Preciso - dichiara ancora il pentito - che in queste circostanze questa persona contattava sia il Cosenza che il Filippo Graviano in incontri congiunti. La cosa mi fu confermata dal Graviano Filippo a Tolmezzo, allorquando, commentando questi incontri, Graviano Filippo mi diceva che l’avvocato del Cosenza, che anch’io avevo visto a colloquio con lui, era in effetti l’attuale presidente del Senato Renato Schifani. Preciso che anch’io, avendo in seguito visto Schifani su giornali ed in televisione, l’ho riconosciuto". Spatuzza sottolinea infine che Cosenza "é persona vicina ai Graviano, con i quali aveva fatto dei quartieri a Borgo Vecchio, ben conosciuta anche da Drago Giovanni (pure lui pentito, ndr)".

"Non ho mai avuto rapporti con Filippo Graviano e non l'ho mai assistito professionalmente. Questa è la verità. Sia chiaro: denuncerò in sede giudiziaria, con determinazione e fermezza, chiunque, come il signor Spatuzza, intende infangare la mia dignità professionale, politica e umana, con calunnie e insinuazioni inaccettabili. Sono indignato e addolorato. Ho sempre fatto della lotta alla mafia e della difesa della legalità i valori fondanti della mia vita e della mia professione. I valori di un uomo onesto". Questa la replica del presidente del Senato, Renato Schifani, alle affermazioni fatte da Spatuzza.
Solidarietà e parole di difesa per Schifani sono arrivate da tutta la maggioranza di governo. Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha sottolineato che "il presidente Schifani si è con­traddistinto per il suo impe­gno nella lotta alla mafia e la sua integrità è sotto gli occhi di tutti". Il presidente dei de­putati Pdl Fabrizio Cicchitto ha parlato invece di "un pentito ad orologeria, ver­sione italiana del kamikaze, istruito e utilizzato inventan­do circostanze molti anni do­po e secondo un piano studia­to a tavolino". Per Gaeta­no Quagliariello (Pdl) è un "sotto­prodotto del pentitismo" che "ribalta l’onere della prova". Maurizio Gasparri fa notare che in questa legislatura sono state varate "dure norme anti­mafia" . Massima solidarietà giunge a Schifani anche dalla Lega: il capogruppo Federico Bricolo e la vicepresidente del Senato, Rosi Mauro attribuiscono gli "attacchi vergognosi" al "cli­ma politico avvelenato". E ag­giungono: "È evidente a tutti che in questo momento i pen­titi vengono usati per delegitti­mare le istituzioni e per ferma­re l’azione riformatrice del go­verno" .
Non la pensa così Antonio Di Pietro: "Di fronte a una rico­struzione così circostanziata fatta da un pentito di mafia, il presidente Schifani, seconda carica dello Stato, direttamen­te chiamato in causa, non può semplicemente affermare che Spatuzza è un calunniatore ma deve spiegare nel merito se co­nosce o ha avuto incontri con il boss Filippo Graviano". "In assenza di spiegazioni convin­centi - conclude - si creereb­be un gravissimo corto circui­to istituzionale che imporreb­be le dimissioni di Schifani".

Raccontata l'ultima notizia, facciamo un passo indietro, solo di pochi giorni, e ritorniamo ai primi due nomi eccellenti, Dell'Utri e Berlusconi, che Spatuzza ha collegato con i boss (di Brancaccio, ndr) Giuseppe e Filippo Graviano (nella foto).
Ebbene, a chiamare in causa il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, oltre alle dichiarazioni dei pentiti Spatuzza e Salvatore Grigoli (quest'ultimo assassino di Don Pino Puglisi) si aggiungono le accuse di un altro componente del gruppo di fuoco della famiglia mafiosa di Brancaccio: si tratta di Pietro Romeo, condannato per la strage di Firenze e diventato poi collaboratore di giustizia.
Le sue dichiarazioni sono contenute nelle carte inviate dalla procura di Firenze a Palermo e depositate al processo d’Appello contro il senatore Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Romeo era già stato sentito dai pm fiorentini nel 1996 e in quell’occasione venne aperto un fascicolo su Berlusconi e Dell’Utri, indagine che poi non aveva portato frutti ed era finita archiviata. Un’inchiesta che ora potrebbe essere riaperta.
"Ricordo che Spatuzza rispose a Giuliano (altro componente del gruppo, ndr) che il politico era Berlusconi. Non si trattava di una battuta. Stavamo parlando di armi in quel momento e di altri argomenti seri. Giuliano chiese se il politico dietro alle stragi fosse Andreotti o Berlusconi e Spatuzza rispose 'Berlusconi’. La motivazione stragista di Cosa nostra era quella di far togliere il 41-bis. Non ho mai saputo quali motivazioni ci fossero nella parte politica. Noi eravamo esecutori".
Romeo si dice certo che questa fosse la strategia e che c’era un politico di Milano che aveva detto a Giuseppe Graviano di continuare a mettere bombe.
"Giuseppe Graviano aveva fatto questi discorsi – racconta Romeo citando le informazioni che circolavano nella cosca – che si doveva fare attentati con bombe perché lo aveva detto un politico di farli. Il politico diceva di fare questi attentati a cose di valore storico artistico (…) era Giuseppe Graviano che andava a trovare il politico con il quale aveva contatti".
Adesso Pietro Romeo e Gaspare Spatuzza saranno interrogati anche dai magistrati delle Procure di Palermo e Caltanissetta che indagano sulle stragi e sulla "trattativa".

Intanto, secondo l'ex procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna: in Cosa nostra si torna a parlare di "dissociazione". E a dare voce al tentativo di prendere le distanze dalla mafia sarebbe proprio l'ergastolano Filippo Graviano.
L'ex magistrato, ora in pensione, riconosce nelle parole pronunciate recentemente dal capomafia davanti ai magistrati di Firenze e durante il confronto con l'ex braccio destro, Gaspare Spatuzza, passato tra le fila dei pentiti, un tentativo di allontanarsi dall'universo mafioso. La disponibilità a rispondere ai pm toscani, quell'"io sono cambiato", più volte ripetuto, il rispetto e la comprensione tributati all'ex amico Spatuzza, mai attaccato durante il faccia a faccia, sono per Vigna emblematici di una scelta. Niente a che vedere con la strada della collaborazione con la giustizia. Piuttosto una forma di dissociazione che somiglia a quella intrapresa, e mai portata a termine, da una parte di Cosa nostra in varie fasi della sua storia.
Ma la sensazione di Vigna, che visse da vicino almeno la stagione iniziale di quel tentativo, nel 2000 - fu lui a sondare in mesi di colloqui investigativi le intenzioni in tal senso di capimafia come Pietro Aglieri, Piddu Madonia, Salvatore Buscemi e Peppino Farinella ("L'idea - ha spiegato Vigna - era quella di rompere con la mafia per dare un messaggio alle giovani leve. Aglieri - ha raccontato - mi disse che se l’avessero dato da collaboratori, li avrebbero considerati infami invece il loro 'rompete le righe' lo diedero dal 41 bis, senza chiedere nulla in cambio") - non è condivisa da tutti. Non la pensa così, ad esempio, Alfonso Sabella, ex pm della Dda di Palermo, poi braccio destro di Giancarlo Caselli al Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, che proprio dal Dap fece naufragare il tentativo di dissociazione intrapreso da alcuni boss. "Altro che dissociazione in questo caso", spiega Sabella che, dopo il "licenziamento" dal Dap da parte dell'ex capo Giovanni Tinebra, succeduto a Caselli, è stato trasferito al tribunale di Roma. "I boss sanno benissimo che in questo momento non ci sono le condizioni per ipotizzare una legislazione in tal senso. Piuttosto, Graviano - spiega - manda messaggi a chi è fuori e non ha saputo mantenere le promesse che aveva fatto. Un po' come dire: io non mi pento, ma state attenti che se parlo io, sono guai seri". "C'é tutta una generazione di ex 40enni, ora prossima ai 50 anni, - aggiunge Sabella - con condanne all'ergastolo definitive e senza prospettive di uscire dal carcere, che si sente tradita da chi aveva dato garanzie, poi fallite. Sono arrabbiati. E Graviano è uno di loro. I suoi sono avvertimenti. E, ne sono certo, parla anche per il fratello".
A interpretare le parole del boss stragista, invece, non prova neppure il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. "L'unica cosa che ritengo degna di valutazione - dice - è un'eventuale richiesta di collaborazione". "Più in generale - prosegue - ritengo che i discorsi relativi alla dissociazione non siano nemmeno valutabili. L'unica legge in vigore è quella sui collaboratori di giustizia. Parlare di dissociazione in relazione alla mafia, inoltre, significa attribuire a Cosa nostra una sorta di ruolo politico che non ha".

[Informazioni tratte da ANSA, Adnkronos/Ing, La Siciliaweb.it, Repubblica/Palermo.it, Corriere.it]

- Un altro pentito accusa Berlusconi: "Ebbe un ruolo nelle stragi del '93" di Francesco Viviano (Repubblica.it)

- "La morte di Borsellino decisa prima di Capaci" di Alessandra Ziniti e F. Viviano (Repubblica.it)

 

 

26 novembre 2009
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