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Giovanni Brusca a giudizio per violenza privata

Chiusa l'inchiesta del pm Del Bene. Per il "boia di Capaci" prescritto il reato di intestazione fittizia

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La Procura di Palermo ha citato a giudizio il pentito Giovanni Brusca per tentata violenza privata. Si chiude così l'inchiesta aperta dal pm Francesco Del Bene a settembre di due anni fa a carico del "boia di Capaci", accusato di avere cercato di sottrarre alla scure della confisca una serie di beni e di aver tentato di riprendersi con le minacce parte del patrimonio intestato a due coniugi che avrebbe usato come prestanomi.
Intestazione fittizia e tentata estorsione aggravata i reati originariamente contestati al collaboratore di giustizia. Ma la prescrizione ha spazzato via l'accusa di avere sottratto allo Stato parte del suo tesoro attraverso l'uso di teste di legno. E l'estorsione è stata derubricata in violenza privata, reato di competenza del giudice monocratico per il quale si può saltare l'udienza preliminare e procedere direttamente alla citazione a giudizio.

Sarà ora il tribunale a fissare l'udienza. Successivamente la procura comunicherà alla Dna e alla commissione del Viminale sui pentiti i risultati dell'inchiesta - che si basa anche su una complessa consulenza patrimoniale - perché valutino se revocare a Brusca il programma di protezione.

L'indagine, che comunque confermò dubbi antichi dei magistrati - da anni i giudici delle misure di prevenzione di Palermo sostengono che Brusca non abbia detto la verità sui suoi beni -, nacque dall'intercettazione di una conversazione di un cognato dell'ex mafioso, sotto controllo nell'ambito di un'altra inchiesta.
L'uomo parlava con la sorella, la moglie del pentito, di acquistare una rivendita di tabacchi: un investimento grosso che insospettì chi ascoltava. I carabinieri cominciarono allora a controllare la corrispondenza di Brusca trovando, tra l'altro, una sua lettera a un presunto prestanome, dal quale l'ex capomafia pretendeva la restituzione di diversi beni. "Ti spacco la testa", scriveva Brusca al suo interlocutore per "convincerlo" a ridargli ciò che era suo.
E poi c'è la telefonata tra la moglie e l'avvocato: la donna, irritata per il trattamento riservato dallo Stato al marito - il boss non è mai ammesso ai domiciliari - diceva: "Forse è meglio che al primo permesso premio scappi". Venne perquisita la cella del pentito e la casa della moglie: nell'abitazione vennero trovati 180mila euro in contanti. "Frutto di risparmi di una vita", si giustificò il collaboratore che ammise l'intestazione dei beni al prestanome, anche se minimizzò sul loro valore.

[Informazioni tratte da ANSA, Lasiciliaweb.it, Corriere del Mezzogiorno]

 

 

 

 

1 dicembre 2012
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