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Giù al nord - Bienvenue chez les Ch'tis

Una commedia sui ''terroni'' (o ''polentoni'', che è lo stesso) di Francia

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Noi vi segnaliamo....
GIU' AL NORD
di Dany Boon

Philippe Abrams è il direttore dell'ufficio postale di Salon-de-Provence. E' sposato con Julie, donna soggetta alla depressione che gli rende la vita impossibile. Per farle piacere e per farsi trasferire in Costa Azzurra, Philippe tenta un inghippo ma viene scoperto e trasferito a Bergues, una cittadina del Nord del paese. Per gli Abrams, sudisti accaniti pieni di pregiudizi, il Nord è l'inferno: una regione perennemente ghiacciata, abitata da persone rudi che parlano un dialetto incomprensibile, lo Ch'tis.


Anno 2008
Tit. Orig. Bienvenue chez les Ch'tis
Nazione Francia
Produzione Pathé Renn Productions, Hirsch, Les Productions du Chicon, TF1 Films Productions
Distribuzione Medusa
Durata 106'
Regia, Soggetto e Sceneggiatura Dany Boon
Con Kad Merad, Anne Marivin, Dany Boon, Lorenzo Ausilia-Foret, Zoé Félix
Genere Commedia


La critica

"A due anni dal furore che ha provocato in Francia, arriva anche sui nostri schermi 'Chez les Ch'tis' titolo correttamente - anche se non filologicamente - tradotto in italiano con 'Giù al nord'. (...) A guardare 'Chez les Ch'tis' i francesi si devono essere divertiti come gli italiani di fronte a Totò e Peppino (e la malafemmina...) che sbarcano a Milano col colbacco e la pelliccia di astrakan chiedendo al vigile: 'noio vulevan savuar l'indiris...'. L'effetto è lo stesso, almeno per i francesi. Per gli italiani sarà tutta una questione di doppiaggio, per il quale i curatori hanno scelto, non un dialetto già esistente, ma una sorta di "non lingua" inventata ex novo. Ispiratosi a Jacques Tati e a Dino Risi, il regista Dany Boon mette davanti all'obiettivo alcuni tra i migliori caratteristi d'oltralpe, capitanati da lui stesso, tra i comici cine-televisivi più amati in Francia. Tra i più felici del successo della pellicola, gli abitanti della zona protagonista, di solito ispiratori di storie tristissime di lavoro, miniere e suicidi. Finalmente anche loro potranno ridere dei cliché che sinora li hanno penalizzati. E intanto godersi dell'incremento di turismo (del 20 per cento) che ha felicemente colpito l'intera regione."
Roberta Ronconi, 'Liberazione'

"Come un siciliano a Brescia, il protagonista della commedia di gran successo in Francia non capisce perché a Nord - Pas de Calais - dicano ciulo anziché culo, cosce anziché cose, scrotarolo invece di coglione. La satira sulle differenze regionali può anche non far ridere neppure una volta: sarà colpa della traduzione o del doppiaggio."
Lietta Tornabuoni , 'L'espresso'

"Da qualche tempo, in Francia, è in atto una rivalutazione delle regioni "svantaggiate", quelle considerate di serie B rispetto alla regione parigina, alla Provenza e ad altre aree geografiche conclamate del Paese. Ha colto la tendenza un film, ribattezzato da noi Giù al Nord (in originale è "Bienvenue chez les Ch´tis"), il cui successo di pubblico è stato enorme: il maggior incasso francese di tutti i tempi con 21 milioni di euro. Direttore di un ufficio postale ad Aix-en-Provence, Philippe Abrams ordisce un trucco per farsi trasferire in Costa Azzurra: ma viene scoperto e, per punizione, è condannato a passare due anni alle Poste di Bergues, vicino al passo di Calais. Nell'immaginario suo e della moglie, il Nord è l'inferno. Lasciando a casa la signora, il funzionario parte per l'esecrata destinazione bardato da cosacco, come Totò e Peppino quando arrivano a Milano in una scena tra le più celebri del loro repertorio. Lo accompagnano le note struggenti del "Plat pays" di Jacques Brel, tutte cieli grigi e malinconia. L'inizio è duro, tra tipi rozzi che parlano un linguaggio incomprensibile, formaggi puzzolenti, usanze misteriose per l'uomo del Sud. Poco a poco, però (anche troppo presto, a dirla tutta), Philippe si adatta, poi si converte alla dolce vita della cittadina, stringendo amicizia con i suoi impiegati; in particolare con Antoine (lo interpreta lo stesso regista del film, Dany Boon), postino mammone nonché campanaro del paese, in ambasce d'amore per una graziosa collega. Impara anche il dialetto Ch´tis, parlato dagli autoctoni, che nella versione doppiata è un argot cantilenante di espressioni inventate per l'occasione. Il fine settimana l'emigrato torna a casa dalla moglie, convinta che stia patendo le pene dell'inferno in un paese di barbari. Quando la signora decide di condividere la sorte dello sposo, inizia una commedia degli equivoci: spalleggiato dai dipendenti, Philippe inscena un falso villaggio in rovina, popolato di debosciati ubriaconi. Anche se l'entusiasmo del pubblico francese appare sproporzionato, Giù al Nord è un esempio di buon cinema popolare, che ricorda lo stile - amichevole e non volgare - delle pellicole di una volta con Bourvil e Louis de Funès. La buona notizia è che Boon accoglie tutti gli stereotipi e il luoghi comuni sul Nord della Francia, come luogo "arretrato" e "ostile", per meglio smontarli ed evidenziarne l'assurdità. Un po' come se, in Italia, si facesse un film su una regione del "profondo Sud" (o del "profondo Nord", che è lo stesso) mettendo in ridicolo, anziché confermarli, i pregiudizi correnti su "terroni" e "polentoni". Al contrario di quel che è solito accadere ai film comici italiani a sfondo regionalista (vedi l´antica coppia Boldi-De Sica dei Vanzina), insomma, non si ride "contro" questo e quello: si sorride assieme ai protagonisti in modo piacevolmente affabile e caloroso. Contribuisce un cast di supporto ricco di facce simpatiche."
Roberto Nepoti, 'la Repubblica'

"Nel doppiaggio, costretto a inventare una parlata che da noi non esiste, è ovvio che parte del divertimento vada perduto. Ma il successo fuori dai confini nazionali di questa graziosa commedia, per altri versi convenzionale, potrebbe essere assicurato dalla simpatia che trasmette. Grazie allo sguardo da dentro e al tono affettuoso con cui Boon racconta la sua regione natia, la satira non è mai offensiva; e la ben assortita coppia che forma con il bravo franco algerino Merad rappresenta un simbolico invito al dialogo al di là delle diversità di lingua, costume e di cultura."
Alessandra Levantesi, 'La Stampa'

3 novembre 2008
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