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Gli eredi di Tano Badalamenti, don Tano Seduto per Peppino Impastato, riavranno i suoi beni

I beni confiscati al'ex boss di Cinisi (PA) morto in carcere in America, ritorneranno ai suoi familiari

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Peppino Impastato, senza paura, nelle trasmissioni della sua Radio Aut lo chiamava "Il Grancapo don Tano Seduto", e di lui raccontava misfatti e disonestà senza timore. Peppino e Don Tano Seduto abitavano nella stessa strada, le loro abitazioni, per essere precisi, distavano l'una dall'altra di cento passi.
Don Tano Seduto, avvertì parecchie volte il giovane comunista di stare attento a quello che la sua bocca, irrispettosa e libertina diceva alla radio, ma Peppino diventava sordo quando qualcuno lo minacciava.
E fu così che lo trovarono morto a Peppino Impastato, lungo i binari della ferrovia che passa da Cinisi, in provincia di Palermo. E fu così che don Tano Seduto si liberò dal fastidioso dileggio perpetrato da quel "vastasu e senza rispettu", riuscendo a fare credere che Peppino si era tolto la vita, perché "u picciutteddu" aveva la testa  malata...
Poi Don Tano Seduto morì lontano da Cinisi, chiuso in un carcere americano.

Teresa Vitale, una donna ultrasettantenne, vive ancora a Cinisi, i figli Vito e Leonardo risiedono e lavorano in Australia. Sono gli eredi dell'ex boss di Cinisi e capo della commissione di Cosa nostra, Tano Badalamenti (che Peppino Impastato chiamava Tano Seduto), morto in un carcere americano nell'aprile scorso.
Questi pur consapevoli della disonestà del congiunto non hanno intenzione di rinunciano ai beni lasciati dall'ex boss. E la legge è dalla loro: il mafioso, infatti, è morto prima che vi fossero provvedimenti definitivi di confisca.
Probabilmente, quindi, torneranno in famiglia terreni e immobili sequestrati, macchiati tutti dal sangue delle vittime di mafia.

La procura di Palermo, dopo l'istanza presentata dal legale della famiglia Badalamenti, Paolo Gullo, ha già espresso un primo parere favorevole alla restituzione. "Si tratta di cose di valore modesto - dice il legale - la casa dei Badalamenti e qualche terreno ma, come al solito, visto che si parla di don Tano, la vicenda assume un valore spropositato". "E comunque - aggiunge - è la legge che ci dà diritto di chiederli indietro. E la legge bisogna rispettarla".

Il primo sequestro dei beni del capomafia, è del 1985 porta la firma di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ed è stato depositato agli atti del maxi processo a Cosa nostra. All'epoca il capomafia di Cinisi, arrestato nel 1984 in Spagna assieme al figlio Vito, era stato estradato negli Usa. Al boss vennero sequestrati un fondo rustico, uno pezzo di terreno, una serie di piccoli appezzamenti ed immobili sparsi tra Carini, Cinisi e Palermo ed alcune società. La posizione processuale di Badalamenti, però, venne stralciata, su richiesta del suo legale, dagli atti del maxiprocesso per «legittimo impedimento dell'imputato a comparire al dibattimento». Il capomafia era in carcere nel New Jersey e non poteva essere presente.

Nel 2001 il procedimento riprese con l'introduzione delle videoconferenze e tra rinvii per cambio di giudici, notifiche di citazioni si è giunti all'aprile scorso quando la morte di don Tano ha messo fine alla vicenda giudiziaria. A carico di Badalamenti la magistratura italiana non ha emesso alcuna condanna per associazione mafiosa: la confisca, dunque, che dovrebbe seguire come pena accessoria al verdetto definitivo di colpevolezza non è mai arrivata. E i beni devono essere restituiti. "Ho fatto istanza alla corte d'assise d'appello di Palermo - dice Gullo - in nome dei tre eredi".

Non ha avuto sorte migliore il sequestro iniziato a carico del boss in sede di misure di prevenzione. Una legge, entrata in vigore nel '91, impone che per arrivare alla confisca dei beni si avvii una fase di contraddittorio con il destinatario della misura. Badalamenti, però, era in carcere negli Usa. La vicenda avrebbe potuto risolversi con la partecipazione del legale dell'imputato al procedimento dagli Stati Uniti. Ma Gullo comunicò ai giudici che "per ragioni professionali non poteva andare oltreoceano". Così, anche in questo caso, si è giunti alla data di morte di don Tano senza alcuna confisca. "Ciò mi legittima - dice il penalista - a richiedere la restituzione del patrimonio anche ai giudici della prevenzione".

13 novembre 2004
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