I Cinquant'anni della televisione Italiana

Il 3 gennaio del 1954 si dischiudeva un mondo nuovo, arrivava nelle case degli italiani l'incanto del tubo catodico

L'Italia dei quiz e di Carosello. Sono trascorsi cinquantanni dal debutto in Italia del piccolo schermo

LA TELEVISIONE HA UNIFICATO IL PAESE PIU' DELLA SCUOLA

di Aldo Grasso
 
Quando la tv apparve ufficialmente in Italia, il 3 gennaio del 1954, era pura stupefazione, incanto, magia. Un mondo nuovo si dischiudeva, sia pure in bianco e nero, e per la prima volta si poteva vivere in diretta una sorta di miracolo: per conoscere il mondo non era più necessario muoversi, spostarsi, cambiare di posto; bastava aprire un’inconsueta finestra di casa, il televisore, perché il mondo entrasse. Una schiera di fantasmi stava per impadronirsi del salotto buono, un attimo prima di buttare all'aria radicati usi e costumi.
Era una luce brumosa e azzurrognola, intermittente, quella che invadeva le case e conferiva loro una strana sacralità: non si parlava ancora di duopolio o di pluralismo o di digitale terrestre. Si era solo agli albori di una straordinaria e magnifica avventura che sembrava promettere conoscenza e serenità.
All'inizio di quell'anno (dopo un lungo periodo sperimentale) gli abbonati erano 24.000; alla fine supereranno di poco i 90.000. Dieci anni dopo il numero degli abbonati raggiungerà i 5 milioni. Era un pubblico benestante, pacifico, curioso visto che un televisore costava almeno 250.000 lire, somma che corrispondeva a tre o quattro stipendi mensili, di quelli buoni, da impiegato di banca.
A quei tempi c'era un solo canale ed era bello persino guardare il monoscopio, il cartello di identificazione che appariva sul teleschermo per molte ore al giorno (c'era una grande «N» centrale, Nazionale, e misteriosi numeri a raggiera) e serviva ai riparatori di televisori per la taratura e la centratura dello schermo, serviva allo spettatore come spasmodica attesa. Oggi, con una tv che funziona 24 ore al giorno, dei monoscopi non c'è più traccia.

La RAI nasce dall'EIAR. La Rai nasce sulle ceneri dell'Eiar; nel 1946 presidente della Rai è il democristiano Giuseppe Spataro, dopo l'estromissione di Carlo Arturo Jemolo, ma l'azienda è saldamente in mano a un gruppo torinese guidato dal direttore generale Salvino Sernesi e soprattutto dal vicedirettore Marcello Bernardi, che rappresenta la continuità aziendale tra il periodo fascista e quello post-resistenziale. Sernesi proviene dalla SIP (Società Idroelettrica Piemontese), prima grande società telefonica italiana, come molti quadri dell'Eiar. Al loro fianco operano dirigenti come Giulio Razzi (l'autore di «Faccetta nera», per anni fin troppo osannato direttore della radio), Antonio Piccone Stella (convinto storicista, attento a una produzione di livello colto), Sergio Pugliese (un drammaturgo che sognava una televisione come teatro casalingo, come una radio illustrata), Fulvio Palmieri, Aldo Passante, Marcello Severati.
E' una dirigenza che ha una visione industriale del nuovo mezzo, si preoccupa di offrire prodotti «puliti». Di area alto-borghese (Ettore Bernabei li chiamerà sprezzantemente «quelli del Circolo del Whist») poco condizionabile dai partiti politici, vincolata a un modello culturale rispettoso sia del moderatismo cattolico che del conservatorismo liberale, si caratterizza per una conduzione sobria, quasi paludata, anche se un po' restia alle dirompenti novità del mezzo. A consolidare il potere dei «torinesi», viene messo a capo della Sipra Enrico Martini, il comandante «Mauri» delle brigate partigiane «azzurre», medaglia d'oro al valor militare, direttore generale della concessionaria di pubblicità per un quarto di secolo.
I programmi più significativi di quel primissimo periodo sono «Un, due, tre» con Tognazzi e Vianello, «Telematch» con Silvio Noto, Renato Tagliani ed Enzo Tortora, «Viaggio nella valle del Po alla ricerca dei cibi genuini» di Mario Soldati. Mentre gli intellettuali di sinistra si defilavano schizzinosi (la tv pareva loro un mezzo buono per istupidire le masse), la Rai muoveva i primi passi in un roveto di aspirazioni.

Predominio DC
. Proprio nel 1954, Amintore Fanfani, assunta la segreteria della Dc, impone come amministratore delegato Filiberto Guala, proveniente dall'Azione cattolica. Suo compito era quello di aprire la porta della tv alla Dc e alla tradizione culturale del cattolicesimo. Ma sarebbe ingiusto liquidare questa presa di potere come puro gioco partitico.
Guala accettò di dirigere la Rai anche perché mirava a un'altra missione: fare della tv uno strumento di crescita. Una delle più grandi preoccupazioni dei primi dirigenti fu infatti quella di usare la tv come mezzo di promozione; nelle loro intenzioni avrebbe dovuto sostituire, almeno in parte, i libri scolastici, le letture «obbligatorie», i classici della letteratura di ogni tempo. Molti programmi - riduzioni teatrali, sceneggiati, rubriche - nascevano con questi scopi pedagogici ed educativi: dalle risposte del professor Cutolo ai «Promessi sposi», dall'appuntamento con la novella di Giorgio Albertazzi a programmi paludati come l'«Approdo».
Viste da vicino le tv delle origini, parliamo di quelle europee, sembrano molte diverse l'una dall'altra e lo sono, per generi, programmi e palinsesti; viste da lontano (da una distanza di cinquant'anni) le tv delle origini sembrano molto simili per gli effetti che generano sul sociale. Nel momento in cui la tv diventa il più forte e popolare mezzo di intrattenimento e di informazione, l'abitazione diviene il principale mercato per il consumo. Grazie all'avvento dell'elettricità, nelle case entrano le lampade elettriche, i frigoriferi, l'aspirapolvere, le lavatrici, i televisori: l'uomo sottrae tempo alla schiavitù del lavoro e s'inventa un nuovo modo di consumare il tempo «libero». Insomma, in questa fase (da «Lascia o raddoppia?» a «Carosello») la tv è il più formidabile strumento di modernizzazione delle società e delle culture. Grazie a lei impariamo a comunicare, a sorvegliare l'igiene personale, a vestire, ad arredare, a conservare meglio i cibi. In Europa questo mezzo è in mano allo Stato e si configura come Servizio pubblico. La tv è insieme uno strumento rituale e relazionale. L'Italia era stata fatta, o meglio «rifatta», ricostruita sui miti fondativi della liberazione dal nazifascismo, della Resistenza, della Repubblica e della Costituzione. Ora occorreva «fare gli italiani».

Compito Educativo. A questo compito viene chiamata, in maniera più o meno consapevole dalla classe dirigente d'allora, anche la tv, che va ad affiancarsi ad altre istituzioni «formative» come la scuola e l'esercito, con la sua leva obbligatoria. Quando la tv muove i primi passi, l'Italia si esprime di preferenza nei dialetti regionali (tra analfabeti, analfabeti di ritorno e dialettofoni, l'italiano è patrimonio ristretto a circa il 40% della popolazione) e il principale mezzo di trasporto è il treno (la prima domenica di marzo del 1955, la Rai presenta un breve filmato su nuova «utilitaria», la Fiat 600, il destriero della motorizzazione di massa). Per molti ragazzi il primo spostamento da casa coincide con il sevizio militare; per molte ragazze il primo viaggio è il viaggio di nozze. D'improvviso, il giovedì sera, appare un giovanotto che presto diventerà il bersaglio delle più raffinate critiche e che, per intanto, comincia a porre domande ai concorrenti sotto forma di quiz.
Le famiglie in possesso di un televisore tengono corte bandita, i bar sono affollati fino all'inverosimile, i cinema vampirizzati dalla tv, le strade deserte, tutti i televisori esistenti accesi per vivere in diretta l'avventura della conoscenza.
Come si riconoscerà più tardi, è «Lascia o raddoppia?» la trasmissione cult che ha unificato il Paese. Sono osservazioni ormai consolidate: l'avvento della tv è stato un sommovimento tellurico di lunga durata (una decina d'anni almeno) che a poco a poco ha coinvolto l'intera nazione; qualche picco di forte intensità e molte onde sismiche che hanno sospinto la tv da fenomeno parziale a fenomeno dominante della società contemporanea. Se Dante aveva dato all'Italia post-latina una lingua unitaria; se la spedizione dei Mille aveva realizzato quell'unità che per seicento anni era rimasta un'utopia tra il politico e il letterario, si deve ammettere che l'Italia era ancora un «progetto». La tv ha unificato linguisticamente la penisola, là dove non vi era ancora riuscita la scuola. Lo ha fatto nel bene come nel male. Ma si è trattato di un fenomeno di proporzioni enormi che ha accelerato i ritmi della vita sociale italiana in maniera decisiva: i secoli si sono compressi in anni, gli anni in mesi, i mesi in ore. Una nazione è tale quando i suoi abitanti condividono non solo gli stessi confini ma anche le stesse emozioni.
L'avvento della tv era subito apparso come un'occasione senza precedenti per rafforzare questa nuova comunanza, dato il suo enorme potenziale d'integrazione. Se il problema era tenere insieme dal punto di vista culturale una platea sociale sempre più differenziata, il mezzo televisivo sembrava prestarsi perfettamente allo scopo. In questo senso la tv presenta vantaggi consistenti: sia per la sua capacità di articolare il pubblico nel privato, sia ovviamente per la sua accessibilità e popolarità e sia, infine, per la sua specificità di «medium generalista di flusso» che tende a sincronizzare i ritmi di una comunità: la tv assorbe e insieme detta i tempi di un intero paese. Una nazione, per esistere, deve innanzitutto «immaginarsi» come tale.

Comunità televisiva. Se, in questo processo, la stampa aveva svolto un ruolo centrale nella ritualità che unisce persone acculturate, separate spazialmente ma unite nell'hegeliana «preghiera laica del mattino» della lettura dei giornali, ora la tv riusciva a trasmettere la sensazione che i molti spettatori partecipi nello stesso istante di un evento («Miei cari amici vicini e lontani», come diceva l'aedo Nunzio Filogamo) fossero anche una comunità, un «noi» molto allargato. Ha scritto Giovanni Bechelloni: «La tv rende gli italiani "visibili" gli uni agli altri, li mette in condizione di parlarsi, di riconoscersi come membri di una stessa collettività nazionale, di pensarsi come italiani. Al di là delle mediazioni tradizionali offerte dalla Chiesa, dalla scuola, dagli intellettuali». Il pedagogismo della tv di cui tanto si parla, spesso a sproposito, non è soltanto para-scolastico (con le lezioni del professor Cutolo e del maestro Manzi, con tele-scuola destinata ad alfabetizzare un'Italia ancora contadina), ma di socializzazione e di «nazionalizzazione». La stagione della tv del monopolio pubblico può essere letta nei termini di un complesso equilibrio sperimentato e alla fine faticosamente raggiunto: un insieme di ragioni tecniche (regolamentare una risorsa scarsa come le frequenze), culturali («fare gli italiani»), rituali (creare una comunità sempre più virtuale), simboliche (esprimere una linea editoriale). I veri guai cominciano con la riforma del 1975. Sembrava una grande vittoria democratica spostare l'asse del servizio pubblico dal controllo del governo a quello del Parlamento. Ma è stata una vittoria di breve durata, «cieca», che invece di affrontare la modernità, il mercato, la competizione si è accontentata di creare il sinistro fantasma del «pluralismo», il nome nobile della lottizzazione. Se Silvio Berlusconi, in campo televisivo, si è comportato come si è comportato bisogna avere il coraggio di ammettere che le radici stanno tutte lì, nella cosiddetta «riforma» della Rai. Mediaset, il duopolio, persino il Sic (sistema integrato della comunicazione) sono tutti figli legittimi della famosa «riforma». In quel fatidico anno, la tv italiana guardò poco lontano.

Avvento del colore. Per questo, nel ricordo, ci piace pensare non al '75 ma al '77, all'avvento del colore, che modificò persino il paesaggio notturno delle strade. Prima di allora c'erano solo due canali, e al flâneur solitario gli interni delle case, baluginanti al chiarore bluastro, sembravano tutti uguali. Da fuori, si poteva con facilità fare la conta dei televisori accesi; da fuori, si capiva concretamente cosa significasse possedere un televisore. L'avvento della tv a colori - procrastinato dai moralistici anni dell'austerità e da intempestive malevolenze politiche - coincise curiosamente con la nascita delle prime tv commerciali; e quasi per farsi perdonare della lunga attesa, quella tv recò con sé una novità sconvolgente, una protesi invisibile, il telecomando, che permise di «saltare» da un canale all'altro, procurando non poche, barbariche gioie.
In quell'anno, finiva anche «Carosello» e la pubblicità premeva per esibirsi di più, e in modo variopinto.
Adesso siamo alla vigilia del «digitale»: la promessa è di cento, mille canali, sul televisore, sul computer, sul telefonino. Se siamo italiani lo siano anche grazie a Mike, a Enza Sampò, a Tognazzi e Vianello, a Enzo Biagi, a Pippo Baudo, a Raffaella Carrà, a Sergio Zavoli, a Corrado Mantoni, a Renzo Arbore, agli altri padri della patria televisiva.
Ci insegnerà la nuova tv a essere cittadini del mondo?
E se sì, chi ce lo insegnerà?  

Fonte: Corriere.it

3 gennaio 2004
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