I magistrati della Procura di Palermo chiedono il rinvio a Giudizio di Salvatore Cuffaro

Il governatore della Regione Sicilia accusato di aver favorito ripetutamente Cosa Nostra

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Il procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e il pm della Dda Nino Di Matteo hanno esplicitamente richiesto, a conclusione della loro discussione davanti al Gup (Giudice delle udienze preliminari), il rinvio a giudizio del presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro, accusato di avere favorito Cosa nostra, e con lui anche altri 14 imputati, fra cui i marescialli Giuseppe Ciuro della Guardia di Finanza e Giorgio Riolo dei carabinieri del Ros, entrambi accusati di concorso in associazione mafiosa.
I pm hanno sottolineato che Cuffaro, nel periodo in cui parlava con i medici Salvatore Aragona e Vincenzo Greco "era perfettamente consapevole dei problemi giudiziari per mafia che avevano avuto in passato".
I magistrati hanno sottolineato al giudice che "Cuffaro si è reso protagonista di aver svelato notizie coperte dal segreto istruttorio, in progressione". Per i pm si tratta "di una condotta reiterata nel tempo" e non fa riferimento a un solo episodio.

Per muovere le accuse alle talpe è sceso in aula il procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone che ha tracciato un quadro complessivo dell'inchiesta che "mette i brividi" per le azioni che gli imputati avrebbero commesso in molti anni, favorendo di conseguenza i boss mafiosi, in particolare i latitanti Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro.
L'accusa ha esaminato, in particolare, "il grado di cautela con il quale è stato organizzato il 31 ottobre scorso, cinque giorni prima dell'arresto di Aiello, Ciuro e Riolo, l'incontro a Bagheria fra Cuffaro e Aiello". "Da quanto emerso dalle indagini su questo appuntamento riservato - ha detto in aula il sostituto Di Matteo - c'è molta differenza con quanto affermato dal Governatore nell'interrogatorio del 9 febbraio scorso. In questo incontro c'è la consapevolezza di incontrare Aiello per informarlo di notizie segrete".

Il processo alle "Talpe" rimane a Palermo
"L'eccezione sollevata dalla difesa del maresciallo Ciuro appare fondarsi esclusivamente su un'esegesi tropologica (interpretativa) delle norme e su un'elaborazione fantasiosa dei dati della realtà processuale". Il gup Bruna Fasciana rigetta con questa motivazione l'eccezione di incompetenza sollevata dai difensori del maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro, accusato di concorso in associazione mafiosa, e coinvolto nell'inchiesta sulle talpe alla Dda.
Gli avvocati avevano chiesto il 12 ottobre scorso in apertura dell'udienza preliminare, di trasferire il processo a Caltanissetta perché vi sarebbe stato il coinvolgimento nell'indagine di magistrati di Palermo. Il giudice non ha però trovato riscontro a questa ipotesi e ieri ha deciso che il processo proseguirà a Palermo.
"In realtà - scrive il gup - la stessa parte richiedente mostra piena consapevolezza dell'assoluta carenza sul piano formale dell'eccezione sollevata, tanto da ricorrere ad un'originale teoria che potremmo definire 'sostanzialistica', nel momento in cui prescinde dalla formale iscrizione nel registro delle notizie di reato a carico di un magistrato o per un reato commesso in suo danno".

Facendo riferimento a intercettazioni telefoniche effettuate nell'ambito dell'inchiesta sulla talpe alla Dda in cui emergono i nomi di alcuni pm di Palermo, il giudice afferma: "Va sottolineato come dai passi delle dichiarazioni e delle conversazioni intercettate riportati nella memoria della difesa, ma anche dall'intero compendio processuale, non risulta alcuna concreta informazione su una ipotesi astratta di reato a carico di un magistrato, al di là della paventata conoscenza tra un imputato e alcuni magistrati della procura, collegata all'asserita divulgazione di notizie provenienti dal medesimo ufficio giudiziario. Come è facile notare - conclude il gup - siamo nell'ambito del mero sospetto o della congettura. D'altra parte è arduo ravvisare ipotesi di reato in danno di un magistrato".

Infine, il giudice è perentorio sulle ipotesi avanzate dalla difesa riguardo al coinvolgimento di magistrati. "Il comune buon senso - scrive nell'ordinanza - induce a non andare oltre in questa disamina, l'aleatorietà di tali argomentazioni dà la misura dell'evanescenza dell'eccezione e della giustezza dei limiti posti dal codice al giudice in tema di notizia criminis nei termini esposti".

Fonte: La Sicilia

22 ottobre 2004
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