I sacchi, i cretti, le combustioni… ecco, la realtà nell'arte. Omaggio ad Alberto Burri

Moriva nove anni fa a Nizza il grande Maestro della materia

Nove anni fa moriva Alberto Burri, l’artista italiano che ha segnato con la sua opera uno dei più interessanti percorsi dell’arte contemporanea mondiale. Il suo contributo è fondamentale tanto quanto quello di Van Gogh, Duchamp e Pollock, un contributo, cioè, che ha cambiato radicalmente il fare pittura e l’intendimento dell’arte, un’artista insomma che ha segnato un prima e un dopo.

«Le parole non mi sono d'aiuto quando provo a parlare della mia pittura. Questa è un'irriducibile presenza che rifiuta di essere tradotta in qualsiasi altra forma di espressione. E' una presenza allo stesso tempo imminente e attiva. Questa è quanto essa significa: esistere per significare ed esistere per dipingere.
La mia pittura è una realtà che è parte di me stesso, una realtà che non posso rivelare a parole. Sarebbe più facile per me dire ciò che non è necessario dipingere, ciò che non riguarda la pittura, ciò che io escludo dal mio lavoro talvolta con violenza deliberata, talvolta con soddisfazione.
Fossi anche un maestro di un'esatta e meno logorata terminologia, fossi anche un critico meravigliosamente vigile e illuminato, io non potrei comunque stabilire verbalmente uno stretto legame con la mia pittura; le mie parole sarebbero note marginali alla verità racchiusa nella tela. Per anni i quadri sono stati la mia guida, e il mio lavoro è soltanto il mezzo per stimolarne l'impulso.
Posso solo dire questo: la pittura per me è una libertà raggiunta, costantemente consolidata, difesa con attenzione così da trarne la forza per dipingere di più.»

Alberto Burri in occasione della mostra "The New Decade: 22 European Painters and Sculptors", The Museum of Modern Art, New York, 1955

Alberto Burri è l’artista ad aver dato il maggior contributo al panorama artistico internazionale di questo secondo dopoguerra. La sua ricerca artistica è spaziata dalla pittura alla scultura avendo come unico fine l’indagine sulle qualità espressive della materia. Ciò gli fa occupare a pieno titolo un posto di primissimo piano in quella tendenza che viene definita "informale", creandone una ex novo, quella dell’informale materico.

Nato a Città di Castello in Umbria, segue gli studi di medicina e si laurea nel 1940. Arruolatosi come ufficiale medico, viene fatto prigioniero a Tunisi dagli inglesi nel 1943. L’anno successivo viene trasferito dagli americani in un campo di prigionia in Texas. Qui inizia la sua attività artistica. Tornato in Italia abbandona definitivamente la medicina per dedicarsi esclusivamente alla pittura.
Sin dall’inizio, dopo un breve periodo dpittorica di rarefatto figurativismo, la sua ricerca si svolge nell’ambito di un linguaggio astratto con opere che non concedono assolutamente nulla al figurativo in senso tradizionale. Le prime opere che lo pongono all’attenzione della critica internazionale appartengono alla serie delle "muffe", dei "catrami" e dei "gobbi". Questa opere, che esegue tra la fine degli anni Quaranta e gli inizi degli anni Cinquanta, conservano un carattere essenzialmente pittorico, in quanto sono costruite secondo la logica del quadro. Le immagini, ovviamente astratte, sono ottenute, oltre che con colori ad olio, con smalti sintetici, catrame e pietra pomice. Nella serie dei "gobbi" introduce la modellazione della superficie di supporto con una struttura di legno, dando al quadro un aspetto plastico più evidente.

Alla prima metà degli anni Cinquanta appartiene la sua serie più famosa: quella dei "sacchi". Sulla tela uniformemente tinta di rosso o di nero incolla dei sacchi di iuta. Questi sacchi hanno sempre un aspetto "povero": sono logori e pieni di rammendi e cuciture. Al loro apparire fecero notevole scandalo: ma la loro forza espressiva, in linea con il clima culturale del momento dominato dal pessimismo esistenzialistico, ne fecero presto dei "classici" dell’arte. Con alcune mostre tenute da Burri in America tra il 1953 e il 1955 avviene la sua definitiva consacrazione a livello internazionale.
La sua ricerca sui sacchi dura solo un quinquennio. Dal 1955 in poi si dedica a nuove sperimentazioni che coinvolgono nuovi materiali. Inizialmente sostituisce i sacchi con indumenti quali stoffe e camicie. La sua ricerca è in sostanza ancora tesa alla sublimazione poetica dei rifiuti: degli oggetti usati e logorati ne evidenzia tutta la carica poetica come residui solidi dell’esistenza non solo umana ma potremmo dire cosmica.

Dal 1957 in poi, con la serie delle "combustioni", compie una svolta significativa nella sua arte, introducendo il "fuoco" tra i suoi strumenti artistici. Con la fiamma brucia legni o plastiche con i quali poi realizza i suoi quadri. In questo caso l’usura che segna i materiali non è più quella della "vita", ma di un’energia che ha un valore quasi metaforico primordiale – il fuoco – che accelera la corrosione della materia. Nella sua poetica è sempre presente, quindi, il concetto di "consunzione" che raggiunge il suo maggior afflato cosmico con la serie dei "cretti" che inizia dagli anni Settanta in poi. In queste opere, realizzate con una mistura di caolino, vinavil e pigmento fissata su cellotex, raggiunge il massimo di purezza e di espressività. Le opere, realizzate o in bianco o in nero, hanno l’aspetto della terra essiccata. Anche qui agisce un processo di consunzione che colpisce la terra, vista anch’essa come elemento primordiale, dopo che la scomparsa dell’acqua la devitalizza lasciandola come residuo solido di una vita definitivamente scomparsa dall’intero cosmo.
Nell’opera di Burri l’arte interviene sempre "dopo". Dopo che i materiali dell’arte sono già stati «usati» e consumati. Essi ci parlano di un ricordo e ci sollecitano a pensare a tutto ciò che è avvenuto nella vita precedente di quei materiali prima che essi fossero definitivamente fissati nell’immobilità dell’opera d’arte. La poetica di Burri, più che il suo stile, hanno creato influenze enormi in tutta l’arte seguente. La sua opera ha radicalmente rimesso in discussione il concetto di arte, e del suo rapporto con la vita. L’arte come finzione mimetica che imita la vita appare ora definitivamente sorpassata da un’arte che illustra la vita con la sincerità della vita stessa.

Nel 1981 viene inaugurata la Fondazione Burri in Palazzo Albizzini nella sua città natale, Città di Castello. In questi anni Burri si dedica al progetto (interrotto nel 1989) del Grande Cretto per la cittadina siciliana di Gibellina, sconvolta dal terremoto del 1968. Diverrà la più grande opera di Land Art mai fatta.
Sempre negli anni '80 vengono dedicate a lui dedicate numerose esposizioni: Documenta a Kassel (1982), Palazzo Citterio a Milano (1984), Stabilimento Peroni e Università degli Studi a Roma (1987).
Nel 1990 si apre, sempre a Città di Castello, la seconda sede della Fondazione, presso gli ex-Seccatoi del Tabacco.
Lasciata la California, dove vive diversi anni, Burri si trasferisce definitivamente a Beaulieu, in Francia, ma continua a frequentare la sua Città di Castello. Nel 1993 espone al Museo Internazionale della Ceramica di Faenza, l'ultimo grande cretto in ceramica, Nero e Oro.
Muore a Nizza nel 1995.

13 febbraio 2004
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