Il caso di Napster e la cattiva informazione sugli scambi musicali online

E così Napster, simpatica mascotte per lo scambio di file musicali in rete è stato definitivamente affondato, qualche settimana fa, e i suoi restanti 42 dipendenti licenziati.

Il giudice Peter J. Walsh del tribunale fallimentare ha annullato la vendita di Napster al gruppo multimediale tedesco Bertelsmann; il quale peraltro era ormai poco interessato a quella attività: licenziato Thomas Middelhoff, che molto puntava sulla presenza in rete, il suo successore Gunter Thielen va cedendo e demolendo le attività Internet, per risanare i bilanci.

Naturalmente ciò non significa che l'attività di scambio musicale online sia cessata con la chiusura di Napster: ben altri software e anche più potenti sono attivi e le case musicali che a suo tempo aprirono la causa si trovano ora con il seguente pessimo risultato: hanno diffuso l'infezione, anziché frenarla e controllarla.

E' un universo in espansione di cui dà conto, a suo modo, anche il penultimo numero del settimanale Panorama, ma con tali approssimazioni e inesattezze da confermare la pessima fama della stampa generalista sulle questioni dell'Internet. Scrive dunque Panorama che Napster "distribuiva i suoi file musicali pirata da un server centrale" e questo è un falso: Napster si limitava a tenere un elenco aggiornato dei file che i suoi utenti collegati in quel momento mettevano a disposizione; se poi qualcuno voleva scaricarli, i due computer remoti e lontani si collegavano direttamente. E' per questo che si parla di tecnologia P2P (Peer To Peer, ovvero da "Pari a Pari"), anche se la presenza di un elenco centralizzato lo rende una forma di P2P ibrido e non perfetto.

Tra l'altro proprio l'assenza di un deposito centrale della musica fu una delle motivazioni con cui i difensori di Napster ne sostennero la legittimità in tribunale, sia pure senza successo, vista la violentissima campagna a difesa del copyright: se due utenti di Napster si scambiano musica posseduta legalmente oppure copiata Napster non sa, e non voleva sapere e la responsabilità della violazione del copyright avrebbe dovuto ricadere sugli scambiatori e non sul servizio che mette in contatto gli appassionati di musica.

Davvero "paritari" sono altri sistemi, come il famoso Gnutella e come il Freenet citato da Panorama, il quale tuttavia, in omaggio al moralismo dilagante, sarebbe da evitare: "Il rischio è quello di non poter nemmeno individuare la provenienza di materiale pedofilo o pornografico, con tutte le pesanti conseguenze che questo puòavere sulla privacy e sulla sicurezza, soprattutto dei più giovani. E si rischia anche di rendere il proprio pc più vulneraile agli attacchi di pericolosissimi virus informatici". Non così vanno le cose con la pedofilia: i disgustosi network di questo tipo ormai usano altri sistemi sempre telematici, ma spesso persino al di fuori dell'Internet, vere reti private cui si accede solo su presentazione, con numeri telefonici riservati; questo segnalano le più recenti indagini.

Invece Freenet e l'ancora più robusto Free Haven hanno un'altra grande virtù: permettono di diffondere idee e conoscenza anche nei luoghi e nei regimi dove la pratica della censura da parte dei poteri è più intensa e proprio per questo sono stati progettati. Free Haven vuol dire "Porto libero" e alla protezione pressoché totale della privacy sacrifica un po' di efficienza e di usabilità. E' stato progettato da Roger Dingledine della società Reputation technology, da Michael J. Freedman del Mit e David Molnar dell'università di Harvard (http://www.freehaven.net). I dettagli tecnici sono abbastanza complessi, qui basti dire che Free Haven garantisce l'anonimato dell'autore, del publisher, del lettore, del server, del documento e delle interrogazioni (query). L'anonimato del server significa che nessun computer può essere collegato in maniera univoca a un certo documento; nello stesso tempo il documento è anonimo nel senso che nessun server su cui è ospitato ne conosce il contenuto.

Tutto si basa su una comunità di server aderenti al progetto, collettivamente chiamati "servnet". A essi il publisher si rivolge per depositare il documento crittografato, con un sistema di chiavi crittografate e sparpagliate. Ma con una particolarità: nessun server è obbligato ad accettare ogni documento che gli viene sottoposto per la custodia; questa clausola è stata introdotta per evitare che degli avversari intasino i server di Free Haven con spazzatura o addirittura con materiali osceni. In pratica ogni volta, sia pure in maniera rapida ed elettronica, il publisher e il server fanno un contratto di deposito (la cui durata è stabilita dal publisher stesso). Sulla base del rispetto del contratto viene costruita una sorta di "reputazione" dei computer aderenti: se qualcuno non rispetta il contratto, la sua reputazione decade.
 
Fonte: Il Manifesto

28 settembre 2002
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