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Il Mezzogiorno come una palma colpita dal punteruolo rosso

Conduciamo un tenore di vita da ricchi, siamo demograficamente molto poveri, e non ci si è resi ancora conto della gravità della crisi

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Vogliamo un Paese demograficamente più povero o vogliamo costruire condizioni adeguate per far crescere le famiglie? Vogliamo un’economia di tipo giapponese che vede le aziende svilupparsi altrove fuorchè nel loro territorio o vogliamo investire nel settore produttivo e far sì che torni a crescere anche in Italia? Vogliamo che la crisi affossi definitivamente il Paese o possiamo sfruttarla psicologicamente per risvegliare le coscienze e le capacità di re-inventare e re-immaginare lo sviluppo?
Queste sono le tre domande fondamentali che studiosi ed economisti, riuniti a Palermo per la sesta e ultima delle "Giornate dell'Economia del Mezzogiorno", hanno lanciato al mondo dell'industria della politica e, più in generale, alla società civile.
Domande che sottintendono comunque uno stato critico dell’economia del Paese e del Mezzogiorno e una fase particolarmente delicata nella quale ogni scelta può fare la differenza tra un futuro accettabile e un’assenza di futuro.

"Le previsioni che si fanno per la Sicilia e il Mezzogiorno, in termini demografici - ha dichiarato nella sua relazione Pietro Busetta, Presidente della Fondazione Curella - sono sconfortanti. Per il 2050 noi avremo nel Mezzogiorno 18 milioni di abitanti contro i 21 milioni attuali e in Sicilia ce ne saranno 4 milioni rispetto ai 5 milioni di oggi. Lo spopolamento delle campagne e delle città è qualcosa che è destinato a perdurare mentre il numero di occupati non aumenterà più di tanto mantenendo il rapporto di un lavoratore ogni quattro persone. Quello che ci aspetta non è un bel destino".
"Usciremo dalla recessione - ha commentato Andrea Boltho, docente della Oxford University - ci sarà una ripresa ma potrebbe essere molto modesta perché gli spazi di crescita ormai non ci sono più. Conduciamo un tenore di vita da ricchi, siamo demograficamente molto poveri e tutto questo, inevitabilmente rallenterà la crescita dell’Italia nel prossimo futuro. Se poi diminuiscono gli investimenti infrastrutturali nel Sud d’Italia, il ritardo del Mezzogiorno potrebbe addirittura aumentare. In periodi di crisi, a volte, i calci nel sedere fanno male ma, a volte, possono galvanizzare. Ci sono casi di sistemi economici di altri paesi che, sottoposti a durissime pressioni, si sono ritrovati a reagire con spirito di iniziativa che ha originato una crescita veramente notevole. Forse, e questo è l’auspicio, nell’Italia e nel Mezzogiorno questa ondata di crisi, che sarà molto peggio di quelle vissute finora, farà scattare una risposta più virile e dinamica".

Secondo Innocenzo Cipolletta dell’Università di Trento, "uno dei problemi più grossi non è la 'mobilità' intesa come flusso di giovani italiani che vanno all’estero, quanto piuttosto il fatto che si è poco attraenti ad attirare flussi in ingresso. Innanzitutto bisognerebbe investire in centri di ricerca e in strutture attrattive, poi bisognerebbe migliorare le condizioni di vita per rendere più vivibili e attraenti i nostri territori".
"L’italia, primo o poi, se avrà un governo, e da anni ne facciamo a meno, dovrà scegliere - ha detto in tono provocatorio Giacomo Vaciago, dell’Università Cattolica di Milano, che ha proseguito - vogliamo andare avanti con il modello economico giapponese in cui le aziende si sviluppano altrove piuttosto che nel loro territorio o vogliamo investire, come hanno fatto in Germania, sul tessuto produttivo per far sviluppare e crescere le imprese anche in Italia? Se nessuno farà nulla continueremo sul modello giapponese. Oramai quasi tutte le grandi aziende italiane tutti i giorni si trovano di fronte al bivio se restare in Italia o andare all’estero e ponderano giornalmente pro e contro di questa scelta. Nel momento in cui in Italia si tornerà a fare politica vera e non gossip, bisognerà interrogarsi su cosa fare per le generazioni future: vogliamo rendere questo territorio attraente o vogliamo educare i nostri figli ad andarsene via il prima possibile?".

"La mancanza di una vera e propria presa di coscienza della crisi - ha infine argomentato Enrico Giovannini, Presidente dell’Istatè un fatto collettivo, media compresi. Soprattutto di chi ha pensato che dalla crisi si poteva uscire in maniera facile e veloce. In Italia negli ultimi anni è aumentata la propensione al consumo proprio perché si guardava alla crisi come ad un fenomeno passeggero. Ora che ci si è resi conto che non è così, nel 2012 assisteremo ad un crollo dei consumi, direttamente proporzionale ad un aumento del risparmio precauzionale. Il Mezzogiorno va considerato dall’Italia un’opportunità, non un problema. Se riuscissimo con una bacchetta magica a farlo sviluppare farebbe da traino per l’intera Nazione. Il problema/opportunità Sud è una questione italiana, non solo del Mezzogiorno". [€conomiaSicilia.com]

- Dalle Giornate dell'Economia del Mezzogiorno 2011 (Guidasicilia.it, 10/11/11)

15 novembre 2011
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