Il potere dei Brusca a San Giuseppe Jato

Smantellate le dinamiche mafiose che la famiglia Brusca continuava ad attuare nel piccolo paese del Palermitano

I carabinieri del Gruppo di Monreale, al termine di una complessa indagine durata due anni, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, hanno arrestato, su ordinanza di custodia cautelare in carcere del gip di Palermo, quattro esponenti mafiosi di San Giuseppe Jato (PA), Giuseppe Brusca, zio del collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, 78 anni, Tommaso Lo Forte, imprenditore, 43 anni, Giovan Battista Vassallo, 30 anni e Stefano Vassallo, 36 anni. Agli ultimi due, detenuti, la misura cautelare è stata notificata in carcere.
L'inchiesta, che ha ricostruito le dinamiche mafiose della famiglia del paese, storicamente nota per essere stata retta dal boia del giudice Falcone, Giovanni Brusca, ha fatto luce su un cruento omicidio avvenuto nel 2006 nelle campagne del paese, quello del pastore Angelo Lo Voi, assassinato da tre killer perchè non aveva ceduto al racket del pizzo. I carabinieri, inoltre, hanno scoperto numerose estorsioni messe a segno dalla cosca della zona.

"Da questa indagine emerge chiaramente come vecchi personaggi quali Giuseppe Brusca, appartenente ad una famiglia storica di Cosa nostra, conservino il loro potere sul territorio nonostante il tempo". Queste le parole del comandante del gruppo carabinieri di Monreale, Giuseppe Salsano, che ha condotto l'indagine sulla mafia di San Giuseppe Jato.
Il colonnello ha illustrato i particolari dell’inchiesta "condotta con metodi tradizionali", come le intercettazioni, e con l’apporto delle dichiarazioni del pentito Gaspare Pulizzi. Il collaboratore ha raccontato che due degli arrestati, Giovanni Battista e Stefano Vassallo, fedeli del boss Giuseppe Brusca, avrebbero chiesto il pizzo senza l’autorizzazione del vecchio capomandamento di San Giuseppe Jato, Giovanni Genovese. Per questo i capimafia Salvatore e Sandro Lo Piccolo, su richiesta di Genovese avevano deciso di eliminare uno dei Vassallo e, in un momento successivo, anche Giuseppe Brusca. Progetto sfumato anche grazie all’intervento dei carabinieri.

Il colonnello Salsano ha così illustrato alcuni particolari dell'inchiesta: "Le richieste di pizzo dei nuovi boss di San Giuseppe Jato erano eccessive, tanto da indurre una delle vittime, il commerciante Giovanni Lo Cicero, a chiedere al capomafia Giuseppe Brusca una rateizzazione del pagamento". Secondo gli inquirenti Brusca, conquistato il potere sulla zona dopo l'arresto del capomandamento Giovanni Genovese, avrebbe reclutato come riscossori del pizzo Giovanni Battista e Stefano Vassallo. I due esattori, però, particolarmente violenti e pressanti, avrebbero creato problemi al boss richiedendo cifre eccessive alle vittime. "Uno dei taglieggiati - a cui erano stati chiesti otto mila euro per potere pascolare gli animali sul terreno di una terza persona - stanco di subire si è addirittura rivolto ai carabinieri; mentre Giovanni Lo Cicero, altro commerciante estorto, ha reagito all'eccessiva pressione dei Vassallo chiedendo l'intercessione di Brusca e una rateizzazione del pizzo. Il capomafia avrebbe detto di essere a disposizione per un intervento, chiedendo in cambio una congrua somma di denaro".
Per quanto riguarda l'uccisione di Angelo Lo Voi, pastore di San Giuseppe Jato, questo fu assassinato per non aver voluto cedere al racket. I killer, per conto del capomafia Giuseppe Brusca, gli avevano chiesto di cedere un terreno a un terzo del suo valore. Lui si era rifiutato, reagendo alle richieste. Poi aveva cercato di ottenere la mediazione di Brusca che lo aveva apparentemente tranquillizzato. Il giorno successivo allo scontro con i Vassallo, Lo Voi è stato ucciso.

Il procuratore Ingroia: "Intercettazioni fondamentali” - "L'ultima indagine condotta dai carabinieri conferma, qualora ce ne fosse stato un bisogno, l’importanza fondamentale delle intercettazioni in particolare nelle indagini sulla mafia”. Lo ha detto il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, illustrando gli esiti dell’inchiesta che ha fatto luce sulla mafia di San Giuseppe Jato. "A mio avviso quando si parla del rischio di abusi nelle intercettazioni – ha aggiunto – si dovrebbe precisare che ci si riferisce non a eccessi nel disporle, ma a premature diffusioni degli esiti delle intercettazioni coperte da segreto". "Fatta questa precisazione – ha concluso – se proprio si vuole intervenire a modificare la legge bisognerebbe agire sull’aspetto della segretezza e non su quello della disposizione delle intercettazioni. Limitarle significa restringere le potenzialità investigative e non tutelarsi dagli abusi".

[Informazioni tratte da Ansa, La Siciliaweb.it]

25 novembre 2009
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