L'immane dramma del Darfur

1 milione di sfollati, circa 180.000 profughi rifugiati nel Ciad, dalle 30 alle 50.000 le vittime

La vicenda degli extracomunitari della Cap Anamur non ha più titoli di prima pagina nei quaotidiani, nonstante ciò la vicenda continua ad avere risvolti importanti, e di questi continueranno ad esserecene visto la poca chiarezza che c'è stata fin dall'inizio, che risale ai primi di giugno.
Fra le ultime informazioni, la notizia dei 14 extracominutari, a suo tempo a bordo della nave umanitaria tedesca Cap Anamur, che sarebbero potuti rimanere in Italia ma che, nonostante il ricorso degli avvocati italiani occupati nella loro difesa, sono stati ugualmente espulsi.

In questa circostanza, abbiamo voluto però riparlare del caso della Cap Anamur per introdurre un'altra vicenda, che propria la storia della nave tedesca e dei suoi ospiti ci ha fatto conoscere da una distanza ravvicinata e che altrimenti avremmo recepito in maniera superficiale.
Stiamo parlando dell'attuale situazione del Sudan e in particolar modo della regione del Darfur, regione dalla quale gli immigrati della Cap Anamur dicevano di provenire sperando nello status di rifugiati e sull'asilo politico.

Dal febbraio 2003 la regione del Sudan occidentale confinante con il Ciad, il Darfur, è devastata dal conflitto tra i ribelli africani di Spla (Sudan People's Liberation Army) e Jem (Justice and Equality Movement) e le milizie arabe filogovernative dei janjaweed , i "diavoli a cavallo".
Sono circa 2.200.000 le persone coinvolte nella guerra civile, 1 milione gli sfollati, tra i 130 e i 180.000 i profughi ricoverati nei campi di accoglienza allestiti nel Ciad orientale, dalle 30 alle 50.000 le vittime.

La guerra civile in Sudan è in corso ormai da 20 anni, e vede opporsi il governo settentrionale di Karthoum ed i ribelli del Sudan People's Liberation Army (SPLA), che rivendicano l'indipendenza delle regioni meridionali del Paese. Una delle principali motivazioni di questa guerra (oltre a questioni economiche e territoriali) è sicuramente la profonda differenza etnica, sociale e religiosa esistente tra il Nord nazionalista, arabo e islamico ed il Sud nero e cristiano-animista, organizzato in strutture di stampo prevalentemente tribale. Tale contrapposizione, portata alle estreme conseguenze da rivalità etniche, aveva già condotto le parti a combattersi in un primo conflitto che insanguinò il sud Sudan dal 1955 al 1972, poco prima che i Paese raggiungesse l'indipendenza dall'Inghilterra.

Solo lo scorso anno sono stati compiuti importanti passi avanti sul piano diplomatico, dopo due decenni di indifferenza da parte della comunità internazionale.
Le trattative sono supportate dall'IGAD (Inter-Governmental Authority for Developement), che abbraccia diversi Paesi confinanti, oltre anche agli USA. Proprio l'intervento del governo americano, anche se non certamente mirato per questioni umanitarie, è stato determinante nel raggiungimento di una intesa: Washington ha infatti promesso enormi finanziamenti alle parti in cambio di un accordo di pace, che dovrebbe portare ad un significativo aumento della produzione di petrolio.

Sono invece state crescenti le violenze proprio nella provincia del Darfur, regione desertica situata nel nord-ovest del Paese, ed abitata per lo più da tribù islamico-animiste nomadi.
Negli ultimi anni quest'area è stata al centro di una campagna di repressione da parte del regime, che ha cercato di stabilirne il controllo utilizzando il pugno di ferro, tramite rastrellamenti, arresti e condanne a morte di oppositori, oltre ad abusi sulla popolazione civile da parte dell'esercito stesso o di squadre paramilitari.
A partire dalla fine del febbraio 2003 alcune delle etnie locali più rappresentate (fra cui i Fur e i Masalit), a quanto pare sostenute dall'SPLA e da altri Paesi stranieri, hanno cominciato una campagna di lotta armata contro il governo, che a sua volta ha reagito rifiutando qualsiasi soluzione negoziale e replicando agli attacchi, che sono via via divenuti sempre più massicci e cruenti.

Oggi, da parte della Comunità Internazionale le pressioni e le minacce verso il regime islamico sudanese si susseguono sul piano diplomatico. E si incomincia a sentir parlare di intervento militare. Stati Uniti e Gran Bretagna stanno raccogliendo in questi giorni prove sull’attivo coinvolgimento del governo di Khartoum nel disastro umanitario in atto nella regione del Darfur. Stime assai imprecise parlano finora di 50 mila persone uccise e più di un milione in fuga dalle proprie case.Washington e Londra, appoggiati dai 25 paesei dell’Unione Europea, stanno battendo anche strade multilaterali, insistendo sulle Nazioni Unite affinché facciano pressioni sul regime di Khartoum. Sembra ormai prossima una risoluzione che chiederà al governo sudanese una decisa protezione dei civili dietro minaccia di sanzioni economiche.

L’esercito sudanese, per bocca del suo portavoce, il generale Mohammed Bashir Soleiman, ha fatto sapere che considera la risoluzione sul Darfur, votata venerdì scorso dal Consiglio di Sicurezza, "una dichiarazione di guerra degli Stati Uniti".
Ma d’altra parte il governo di Khartum sta lavorando per realizzare tutte le condizioni poste dal documento per porre fine alle violenze contro i civili anche se ritiene che i 30 giorni fissati per disarmare i janjaweed, i miliziani filogovernativi accusati delle peggiori atrocità, siano troppo pochi. In realtà, ciò che preoccupa di più le autorità sudanesi è la parte del documento che chiede di arrestare e di mettere sotto processo i capi dei janjaweed. Molti di essi, infatti, sono integrati nell’esercito regolare, compreso il capo riconosciuto dei miliziani, il brigadiere Mussa Hilal.

Quella del Darfur viene descritta dall’Onu come una catastrofe umanitaria gravissima.
Ad occuparsi dell'insostenibile situazione che si è venuta a creare nei campi profughi del Ciad - dove negli ultimi mesi a migliaia si sono riversati dopo l'inevitabile fuga dai villaggi -, pure gli uomini dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) che procedono a ritmo serrato le operazioni per il trasferimento di rifugiati sudanesi dalla zona di confine in Ciad orientale. In questa settimana è stato completato il trasferimento da Bahai e Cariari nel campo di Oure Cassoni, a settentrione. In meno di tre settimane l'UNHCR ha provveduto al trasferimento di un totale di 14.673 rifugiati in questo campo.

Nei giorni scorsi il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (WFP) ha distribuito a questi rifugiati razioni di cibo sufficienti per un mese, insieme ad altri aiuti che includono teli di plastica e attrezzature per cucinare, offerti dall'UNHCR. .
L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, darà a breve inizio a una nuova campagna di registrazione ad Am Nabak, dove le stime del numero totale dei rifugiati presenti differiscono largamente fra di loro. A questo scopo l'UNHCR ha recentemente inviato nella zona un suo funzionario che offrirà il supporto per l'ottimizzazione delle operazioni di registrazione.
La mancanza di sufficiente approvvigionamento idrico rappresenta uno dei maggiori ostacoli nelle operazioni di intervento per il sostegno dei rifugiati in Ciad.

A Kalma, una ventina di chilometri da Nyala, capitale del Darfur meridionale, la massa di persone che popola il campo è impressionante, 73 mila fuggiaschi scampati ai miliziani Janjaweed. Ogni famiglia occupa una piccola capanna circolare, un paio di metri di diametro, sul cui tetto, contro la pioggia, è stato gettato un telone di plastica bianca con una grande scritta blu: Unicef, l'agenzia Onu per la tutela dei bambini. Di queste capanne ce ne sono migliaia.
Peter Smerdon, del World Food Programme, parla di 73 mila persone, ma lui stesso ammette che le sue cifre non sono corrette. "Sono ferme all'ultimo censimento di due settimane fa. Qui ogni ora, ogni minuto arrivano nuovi ospiti", osserva indicando la lunga fila di persone che da Nyala si snoda in direzione del campo.
Cercano di raggiungerlo a piedi o su carretti trainati da smilzi cavalli o con vecchi e arrugginiti taxi gialli. Scappano dalla violenza della guerra che si combatte tra i ribelli della Spla (Sudan People's Liberation Army) e del Jem (Justice and Equality Movement) da una parte e i governativi aiutati dai janjaweed dall'altra. Tutti musulmani. Ma i primi sono africani, i secondi arabi.
In Sudan sono gli arabi a detenere il potere, e non sono disposti a cederlo tanto facilmente. Accusano la popolazione africana di sostenere i ribelli e così attaccano i civili e distruggono i loro villaggi, visto che non riescono a colpire la guerriglia.
Quello che impressiona di più è che nel campo di Kalma, tranne alcuni vecchi dall'età indefinibile, non ci sono uomini. La maggior parte di essi sono morti durante gli attacchi dei janjaweed . Quelli che si sono salvati si sono arruolati con i ribelli.

- La guerra in Sudan

3 agosto 2004
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