La commedia del potere

Chabrol ritorna a dirigere Isabelle Huppert in un film che parla della malattia del potere


 





Noi vi segnaliamo...
LA COMMEDIA DEL POTERE
di Claude Chabrol

Jeanne Charmant Killmann (Isabelle Huppert), pubblico ministero, viene incaricata di indagare su un complesso caso di concussione e appropriazione indebita.
Con il progredire delle indagini e degli interrogatori, il giudice si rende conto che il suo potere sta aumentando: più va a fondo nella vicenda, più fa pressioni. Ma, allo stesso tempo, la sua vita privata si complica.
Interessante il cognome della protagonista che si potrebbe tradurre con ''affascinante ammazza uomini''.


Anno 2006
Distribuzione BIM
Durata 110'
Regia Claude Chabrol
Sceneggiatura Odile Barski e Claude Chabrol
Con Isabelle Huppert, François Berléand, Patrick Bruel, Robin Renucci , Marilyne Canto, Thomas Chabrol
Fotografia Edouardo Serra
Musiche Matthieu Chabrol
Genere Drammatico

Intervista a Claude Chabrol

''Continuo a credere nei rapporti di classe e continuo ad augurarmi che coloro che vengono sfruttati possano un giorno strizzare il naso dei loro sfruttatori per vedere se esce latte o sangue.''

Il film comincia con un avvertimento: ''Qualsiasi riferimento a personaggi reali è, diciamo, fortuito...'' Una presa in giro carina della realtà a cui si ispira il film...
L'ho fatto soprattutto per indicare allo spettatore che ci possono essere eventuali somiglianze, ma non bisogna cercarle. D'altronde non nominiamo mai nessuna persona realmente esistente: è un universo fittizio! Tuttavia anche se nella storia non vengono citati personaggi reali, il film lascia intendere che esistono, fra i potenti, alcune persone che non fanno esattamente ciò che dovrebbero. Quando ho deciso di fare questo film, ho fatto una lista delle cose da evitare: non dovevamo inventare dei personaggi troppo reali ma neanche troppo lontani dalla realtà. Perché, evidentemente, se il film non avesse nessun rapporto con la realtà, non sarebbe di nessun interesse... Alla fine dei conti quello che volevo era provare la verosimiglianza degli eventi di cui parlavamo.

In Francia ci sono pochissimi film sugli scandali politico-finanziari.
Negli anni Settanta ci sono stati film di denuncia, come quelli di Yves Boisset per esempio. Ma io non volevo denunciare degli eventi di cui tutti erano a conoscenza, volevo mostrare quali potessero essere le ripercussioni sull’animo umano del potere, qualunque esso sia, e fino a che punto potesse portare le persone.

Che tipo di ricerche ha fatto?
Ho consultato gli articoli e i testi pubblicati all'epoca dei vari scandali. Ma siccome mi sono trovato più volte davanti ad articoli che presentavano versioni contraddittorie, prendevo di volta in volta quello che si adattava meglio alle esigenze della sceneggiatura. Proprio quello che corrisponde al lavoro di un bravo storico - ecco perché nella storia le certezze non esistono.

Si avverte un certo gusto nell'utilizzo di alcune formule che, però, non sono delle citazioni.
Effettivamente ho cercato di evitare le citazioni, eccetto quelle dei politici. C'è soprattutto una frase di cui sono molto fiero, quando il senatore Descarts dichiara compiaciuto ''I negri sono furibondi!''. E' una tipica frase da uomo politico.

Lei passa con fluidità sconcertante da un tema collettivo a uno intimista e viceversa.
Per me era fondamentale. Confesso che sento sempre di più un'esigenza di fluidità e al contrario al cinema trovo che non ce ne sia quasi più. Attualmente per partito preso si fa un uso spasmodico del montaggio, cosa che mi disturba molto perché i registi hanno la tendenza a confonderlo con il ritmo. C'è anche da dire che sono stato aiutato dalla struttura della sceneggiatura che ci faceva spostare spesso: dalla confusione degli uffici del Palazzo di Giustizia, all'intimità delle case delle persone. Questo contrasto diventa quasi schizofrenico: da una parte c'è la vita intima e dall'altra, l'espressione del potere che traducono i faccia a faccia di una parte e dell’altra negli uffici del giudice. E' per questo motivo che, nella sfera privata, i personaggi si ritrovano fianco a fianco, mentre campo e controcampo, che rappresentano l'antagonismo, li ho usati soltanto nelle scene d'ufficio.

La commedia del potere è un'opera che fa un'analisi più comportamentale che psicologica.
Assolutamente, anche se il film può dare l'impressione contraria. Credo che questo derivi dal fatto che ho letto più libri di analisi comportamentale che non di analisi psicologica: soprattutto testi anglosassoni, ma anche di Proust...

Si ha la sensazione che lei voglia evitare qualsiasi giudizio morale ma che, invece, sia più severo nei rapporti di classe...
E' il principio del ''capo'': ognuno di noi è il capo di qualcun altro. Quello che mi interessava nella posizione del giudice, è che - in teoria - ha moltissimo potere, ma in realtà ha solo il potere che gli viene conferito. E questo è vero a tutti i livelli: tutti i personaggi sono ebbri di potere, anche se non si vede subito. Appena si ostacola un po' il loro potere, cominciano ad angosciarsi, non sanno cosa fare. Per esempio, quando Jeanne dice al procuratore del tribunale: ''Vada a comprarsi un paio di palle!'', lui rimane esterrefatto perché la frase di Jeanne esce dalle regole del gioco.

La costruzione fa pensare a una struttura teatrale: gli interrogatori rappresentano il luogo dove si svolge l'azione e le trattative fra uomini politici e uomini d'affari rappresentano il coro che commenta l'azione...
Era già da tanto tempo che pensavo a un commento dell'azione. Avevo già fatto un tentativo ne Gli innocenti dalle mani sporche (1975): due poliziotti seguivano il caso, solo che arrivavano sulla scena del delitto sempre in ritardo... Traevano delle conclusioni a partire da quello che era appena successo, senza mai prevedere quello che sarebbe successo! E' un po' la stessa ne La commedia del potere...

Se all'inizio la nostra simpatia va nei confronti del giudice, andando avanti con la storia Jeanne diventa una sorta di Robespierre in gonnella e noi proviamo compassione per Humeau...
Naturalmente il titolo del film (in originale L'ivresse du pouvoir) si applica anche a Jeanne: lei persegue un ideale di giustizia ma il potere la inebria. Non dice con gioia che il giudice istruttore è il personaggio più potente di tutta la Francia? Al contrario volevo che Humeau fosse abbastanza patetico, specialmente quando lo troviamo inchiodato alla sedia a rotelle in ospedale... Per me l'ideale era che alla fine del film i due personaggi avessero pietà l'uno dell'altro. E' solo in quel momento che lei scopre l'inutilità di tutta la vicenda, mentre lui l'ha capito per forza di cose, sbattendoci la testa in prima persona. Lei prende coscienza del fatto che il potere è spesso occulto e che ne resta sempre abbastanza al di sopra di un uomo potente, per quanto potente possa essere...

E' la settima volta che dirige Isabelle Huppert.
Onestamente per me sarebbe stato molto complicato fare questo film senza di lei. Non so quale altra attrice avrebbe potuto incarnare questa sorta di fragilità forte che la caratterizza. Mi piace molto questo suo lato di ''donna piccola ma combattiva'', mi commuove profondamente. Inoltre sapevo che Isabelle non avrebbe mai perorato la sua causa nei confronti dello spettatore, ma si sarebbe continuamente confrontata con se stessa: accetta il suo personaggio senza mai imbrogliare lo spettatore - e questa è una cosa molto difficile da ottenere dagli attori.

I suoi occhiali sono color malva e i suoi guanti e la sua borsa sono rossi...
Isabelle voleva addirittura che chiamassimo il film I guanti rossi. Questo titolo aveva il merito di evocare il fatto che a partire dal momento in cui si esercita un potere su degli altri esseri umani, le mani diventano rosse...

Come ha filmato gli interrogatori, che non sono delle scene particolarmente cinematografiche?
Era impossibile filmare degli autentici faccia a faccia perché c'era quasi sempre un altro personaggio in campo, il cancelliere. Perciò non era un vero e proprio confronto... Quando la macchina da presa inquadra Isabelle, la presenza del verbalizzante è invisibile, mentre invece quando inquadriamo l'interrogato, il verbalizzante può essere sia in campo che fuoricampo: ho deciso di farlo rientrare nell'inquadratura nel momento in cui la persona interrogata immagina che lui sia lì e rifiuta di conseguenza il principio del faccia a faccia. Ovviamente il giudice vorrebbe cercare di far dimenticare la presenza del verbalizzante ma è impossibile...

Che tipo di luce ha utilizzato per il film?
Edouardo Serra, il direttore della fotografia, e io volevamo che lo spettatore si accorgesse se era mattina o sera. Volevamo anche evitare in tutti i modi qualsiasi tipo di dominante. Quindi abbiamo privilegiato la luce naturale.

Dove avete girato? In studio o avete scelto delle locations?
Non abbiamo girato in studio e devo dire che io sono più contento quando è possibile perché gli attori non recitano allo stesso modo in studio o E quando vogliamo rimanere vicini alla realtà, è meglio. Abbiamo fatto molti sopralluoghi al Palazzo di Giustizia per carpire dei dettagli importanti, come il fatto che il giudice istruttore - questo personaggio così potente - non passa dalla scala principale, ma da una scala laterale, o ancora che il suo ufficio non è bellissimo. Mi sono anche rivisto Délits flagrants di Depardon per evitare di commettere troppi errori!

La critica
"Solo Claude Chabrol è capace di prendere uno scandalo vero come quello delle tangenti Elf e farne una commedia, 'L'ivresse du pouvoir' , ('L'ebbrezza del potere'). Solo Chabrol e Isabelle Huppert potevano dar vita a un personaggio come il giudice inquirente Jeanne Charmant-Killman (il gioco di parole ovviamente non è un caso) senza farne una caricatura. Una donnina con la pelle trasparente e le mascelle da bulldog. Un magistrato detto il piranha che degusta il sushi e gli interrogatori con pari voluttà. E la sera trascura il marito per irrobustire il suo castello accusatorio navigando su Internet. Non sarà che il potere guasta tutto, i corruttori, i corrotti e anche il giudice che indaga, dotato almeno per un po' di poteri illimitati?"
Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero'

"'Ma davvero ricorda Ilda Boccassini?'. In conferenza stampa il quesito più gettonato tra i colleghi italiani riguarda la protagonista de 'L'ivresse du pouvoir' e non l'attrice Isabelle Huppert che si prepara alle risposte: l'ennesima pellicola firmata Claude Chabrol non è apparsa, per la verità, memorabile, ma la tematica del magistrato che abroga la propria femminilità e la propria vita privata per perseguire con accanimento missionario la punizione dei perfidi imprenditori e/o finanzieri non poteva che suscitare curiosità extra-cinéfile. 'L'ivresse du pouvoir' accompagna le indagini dell'intemerata Jeanne con la riconosciuta abilità compositiva del maestro: man mano che
l'inchiesta progredisce, essa prende coscienza dell'immenso potere che si ritrova a gestire e insieme delle assillanti pressioni che è costretta a subire da parte di forze ancora più abnormi. Il difetto sta nel ritmo un po' troppo ambizioso, monotono e pedante e, soprattutto, nella sostanziale ovvietà dell'assunto pessimistico: più o meno un 'così vanno e andranno le cose, tutto il mondo è paese'."
Valerio Caprara, 'Il Mattino'

"Purtroppo Chabrol appare un po' sottotono nel raccontare i ricatti, le pressioni e peggio che subisce l'inflessibile Huppert. Il film non ci fa capire granché circa i termini dell'inchiesta, si smarrisce nei rivoli di storie secondarie che non vanno a buon fine e non riesce a creare l'auspicabile simpatia per una protagonista nevrotica e a tratti decisamente persecutoria nei riguardi degli inquisiti. Che alla sceneggiatura abbia dato una mano Berlusconi?"
Tullio Kezich, 'Corriere della Sera'

5 ottobre 2006
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