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La crisi italiana, la più pesante dal dopoguerra

In sette anni persi un milioni di posti di lavoro. Drammatico il crollo dei consumi

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Disoccupazione in calo ma è allarme per i giovani senza lavoro. Il tasso di disoccupazione cala infatti ad agosto, al 12,3%. L'Istat comunica che è in diminuzione di 0,3 punti percentuali in termini congiunturali e di 0,1 punti nei dodici mesi. Il numero di disoccupati, pari a 3 milioni 134 mila, diminuisce del 2,6% rispetto al mese precedente (-82 mila) e dello 0,9% su base annua (-28 mila).
Ad agosto, su base mensile, l’occupazione aumenta tra gli uomini (+0,3%) mentre diminuisce tra le donne (-0,1%). Anche su base annua, l’occupazione aumenta con riferimento alla componente maschile (+0,5%) ma diminuisce rispetto a quella femminile (-0,8%). Il tasso di occupazione maschile, pari al 65,0%, sale di 0,3 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 0,5 punti su base annua. Quello femminile, pari al 46,4%, rimane invariato in termini congiunturali ma diminuisce di 0,3 punti percentuali in termini tendenziali.

Ma è nuovo record per la disoccupazione giovanile. L'Istat rileva che il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, ovvero la quota dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è pari al 44,2%, in crescita di 1,0 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 3,6 punti nel confronto tendenziale. Si tratta del dato più alto dal '77, data di inizio delle serie storiche trimestrali.
I disoccupati tra i 15-24enni sono 710 mila. L’incidenza dei disoccupati di 15-24 anni sulla popolazione in questa fascia di età è pari all’11,9%, stabile rispetto al mese precedente ma in aumento di 0,7 punti percentuali su base annua.
L’incidenza dei giovani disoccupati tra 15 e 24 anni sul totale dei giovani della stessa classe di età è pari all’11,9% (cioè più di un giovane su 10 è disoccupato). Tale incidenza è stabile nell’ultimo mese mentre aumenta di 0,7 punti rispetto allo scorso anno - prosegue l'Istat -. Dal calcolo del tasso di disoccupazione sono pertanto esclusi i giovani inattivi, cioè coloro che non sono occupati e non cercano lavoro, ad esempio perché impegnati negli studi.

Il numero di giovani inattivi è pari a 4 milioni 372 mila, in aumento dello 0,7% nel confronto congiunturale (+28 mila) e dello 0,2% su base annua (+9 mila). Il tasso di inattività dei giovani tra 15 e 24 anni, pari al 73,2%, cresce di 0,5 punti percentuali nell’ultimo mese e di 0,7 punti nei dodici mesi.
"Il numero di individui inattivi tra i 15 e i 64 anni aumenta dello 0,2% rispetto al mese precedente mentre diminuisce dello 0,5% rispetto a dodici mesi prima. Il tasso di inattività, pari al 36,4%, cresce di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali mentre diminuisce di 0,1 punti su base annua", conclude l'Istat.

Rispetto al mese precedente la disoccupazione cala sia per la componente maschile (-3,5%) sia per quella femminile (-1,4%). In termini tendenziali il numero di disoccupati cala per gli uomini (-5,3%) mentre cresce per le donne (+4,7%).
Il tasso di disoccupazione maschile, pari all’11,2%, diminuisce sia in termini congiunturali (-0,4 punti percentuali) sia in termini tendenziali (-0,6 punti); quello femminile, pari al 13,7%, diminuisce di 0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente mentre cresce di 0,6 punti su base annua. Nel confronto congiunturale l’inattività aumenta sia tra gli uomini (+0,1%) sia tra le donne (+0,3%); su base annua invece il numero di inattivi è in calo sia per la componente maschile (-0,6%) sia per quella femminile (-0,5%).

E se ai numeri e alle percentuali dell’Istat accostiamo la fotografia scattata dal Cnel nel Rapporto sul Mercato del Lavoro 2013-2014, ci rendiamo perfettamente conto di quanto complicata sia oramai la situazione nazionale. "L’economia italiana - rileva il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro - continua ad essere attraversata da una grave crisi, la più pesante dal dopoguerra sia per intensità che per durata. Iniziata nel 2007, la crisi si è protratta per sette anni, alternando fasi differenti, ma comunque mantenendo il prodotto lungo un percorso tendenzialmente cedente. Tale percorso è stato caratterizzato da ampie divergenze a livello settoriale, con perdite di prodotto e occupazione concentrate nel manifatturiero e nelle costruzioni. Del milione di posti di lavoro persi durante la crisi, più di 400mila sono nell’edilizia, e poco meno nell’industria in senso stretto".

"Anche a livello territoriale l’intensità della crisi è stata molto diversa. La caduta del Pil al Sud è quasi il doppio di quella delle regioni del centro-Nord. La contrazione in termini di input di lavoro è di quasi 600mila occupati nelle regioni meridionali, e poco più di 400mila nel resto d’Italia. Dalla metà del 2013 hanno iniziato a manifestarsi i primi segnali di stabilizzazione dell’attività economica in Italia". Diversi indicatori "hanno difatti segnalato una inversione di tendenza, senza però tradursi ancora in una vera e propria fase di crescita. Anche il mercato del lavoro è stato condizionato dall’evoluzione del quadro economico generale. La domanda di lavoro ha continuato a ristagnare nella maggior parte dei settori produttivi", continua il Cnel.
Il tasso di disoccupazione 'allargata', che include tutte le categorie rimaste senza lavoro, ha raggiunto il 30%. "Nella definizione più ampia" il tasso di disoccupazione "è giunto a superare il 30% nel 2013, senza peraltro mostrare segnali di rallentamento nella prima parte del 2014".

Consumi a picco - In Italia "le famiglie hanno modificato strutturalmente i propri comportamenti di consumo. Ampie fasce della popolazione stanno subendo un arretramento del proprio stile di vita. Sta aumentando la parte della popolazione che sperimenta condizioni di povertà". "Se tradizionalmente le difficoltà erano associate prevalentemente allo stato di disoccupato, adesso anche fra gli occupati sono frequenti i casi di privazione materiale derivanti da condizioni di sottoccupazione o di precarietà del lavoro''. ''Il rischio di essere un working poor è cresciuto durante la crisi soprattutto per alcune categorie di lavoratori (i meno qualificati, con bassi livelli di istruzione e occupati in settori a bassi salari), tuttavia anche quei gruppi che tradizionalmente ne erano esenti (lavoratori autonomi con dipendenti e i più istruiti) sono stati investiti dal generale impoverimento". [Adnkronos/Ing]

1 ottobre 2014
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