La regista palermitana Emma Dante porta i suoi ''Cani di Bancata'' al RomaEuropa Festival

''La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c'è più né sole né luna, c'è la verità''.
(Leonardo Sciascia)

La mafia è una femmina-cagna che mostra i denti prima di aprire le cosce. È a capo di un branco di figli che, scodinzolanti, si mettono in fila per baciarla. Il suo bacio è l'onore. La cagna dà ai figli il permesso di entrare: ''Nel nome del Padre, del Figlio, della Madre e dello Spirito Santo''. Bastona il figlio più giovane e gli mette un vestito imbrattato di sangue. Il mafioso risorge e riceve dalla Madre la benedizione. I fratelli lo abbracciano e comandano il giuramento: ''Entro col sangue ed uscirò col sangue''. Il patto si stringe.
Ma il folclore è una tavola imbandita che serve a nascondere l'orrore. Dietro la quale, fuori dagli occhi, avviene ciò che non si può dire, che non entra neanche nelle cronache. La mafia è il trionfo della menzogna, è il rovescio che diventa verso, il sotto che viene a galla, il basso che si fa alto, il delitto che si trasforma in regola.
In Sicilia abita un popolo che parla un gergo segreto, accompagnato da ammiccamenti, da gesti con le mani, la testa, gli occhi, le spalle, la pancia, i piedi. Un popolo capace di fare tutto un discorso senza mai aprire bocca.
La mafia femmina-cagna schifa se stessa e chiede ai suoi figli di rinnegarla. Li allontana da sé per non infangare il loro nome, è una puttana che si vergogna del suo passato. Col sangue di vittime innocenti li ha nutriti, li ha fatti studiare, li ha nobilitati. Ora i figli sono diventati importanti. Ricoprono alte cariche.
La cagna dona ai figli l'Italia capovolta e divisa, fatta di ''isuliddi c'un fannu capo a nuddu''. In questa nuova cartina geografica, la Sicilia è al nord.
La cagna non si preoccupa più di punire la verità, quella che costò la vita a Peppino Impastato, perché è riuscita a delegittimarla questa verità, screditando la magistratura e assuefacendo l'opinione pubblica all’illegalità.
In un'isola del nord di un'Italia capovolta c'è una città madrìce, un luogo primario, dove un popolo silenzioso, seduto attorno a una tavola imbandita, si spartisce l'Italia e se la mangia a carne cruda.

Emma Dante

Dopo il successo ottenuto a Palermo, nella prima assoluta al Palermo Teatro Festival (che lo ha pure prodotto), ''Cani di bancata'', ultima fatica teatrale della regista palermitana Emma Dante, viene messo in scena al Romaeuropa Festival (in scena sino al 9 dicembre al Teatro Palladium), dove la regista ritorna con la Compagnia Sud Costa Occidentale
La pièce, che, come detto, è una produzione del Centro di Ricerca per il Teatro in collaborazione con Palermo Teatro Festival, affronta con coraggio i meccanismi della società mafiosa, mettendo in scena i rituali di iniziazione e appartenenza ad una Famiglia e le regole di una secolare gerarchia di potere, inscindibilmente intrecciate ai legami parentali e ai rapporti di clan.
Avvalendosi della collaborazione di Elisa di Liberato per la regia e Carmine Aringola per le scene, Emma Dante racconta la mafia, come agisce, dove si nasconde, come si mimetizza, come arriva ai centri del potere politico e decisionale; i suoi attori sono i ''cani di bancata'', affamati e rabbiosi che girano fra i banchi dei mercati a fine giornata per nutrirsi dei resti; l'Italia capovolta e divisa appare, in una nuova geografia, dominata dalla Sicilia.
Un'opera di forte impegno civile, legata alla storia e all'attualità del nostro Paese, in cui tuttavia rimane presente la tematica della famiglia e dei rapporti tra consanguinei, centrale in tutto il percorso creativo della Dante.

Emma Dante spiega e rielabora ''il rito di affiliazione di un uomo che giurando davanti a Dio si consegna alla mafia per sempre. Questo rito antico è il folclore, è la mafia da cartolina di un 'agriturismo' nelle campagne di Corleone dove si mangia ricotta e cicoria e si recitano le preghiere con radio-maria''.
Ma, continua la regista, ''il folclore è una tavola imbandita che serve a nascondere l'orrore''. E ancora, dalle note di regia, ''una cosca, una nassa, un partito, una società, una fratellanza: una Famiglia. Si può finire in questo recinto per nascita, per paura, o per amore. Chi entra contrae un vincolo eterno. I legami diventano indissolubili, i patti infrangibili. Non ci si può sottrarre, non si torna indietro. È un’appartenenza selvaggia, di mandria. Chi esce dalla mandria muore''.
Il popolo siciliano, spiega la regista, ''ha un atteggiamento mafioso che non ha niente a che vedere con la mafia. Faccio un esempio: sto percorrendo in auto una stradina a senso unico e di fronte a me arriva un'auto contromano. Mi fermo, ho fretta e suono il clacson. Aspetto che il conducente indietreggi e, nonostante il mio coraggio, basta un suo sguardo accompagnato da un cenno con la testa per farmi capire che mi conviene fare retromarcia. Non penso che il conducente di quell'auto sia mafioso, anche se lo è il suo atteggiamento. È più facile incontrarlo in un'auto blu nel centro di Roma, il mafioso contemporaneo, nel giusto senso di marcia''.

CANI DI BANCATA
Testo e regia di Emma Dante
Con: Sabino Civilleri, Sandro Maria Campagna, Salvatore D’ Onofrio, Ugo Giacomazzi, Fabrizio Lombardo, Manuela Lo Sicco, Carmine Maringola, Stefano Miglio, Alessio Piazza, Antonio Puccia, Michele Riondino
Assistente alla regia Elisa Di Liberato
Produzione: Crt - Centro di Ricerca per il Teatro, Palermo Teatro Festival

29 novembre 2006
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