Niente di buono dalla Nigeria

I nostri connazionali rapiti in Nigeria stanno bene, ma la guerra del petrolio continua pericolosa e clandestina

La guerra del petrolio in Nigeria continua, pericolosa e clandestina. Sono centinaia le persone che ieri sono morte carbonizzate a Lagos, la città più grande della Nigeria, a seguito di un'esplosione causata dal sabotaggio di un oleodotto.
L'ennesimo tragico evento piombato addosso ai più poveri che tentavano di rubare qualche goccia di ricchezza...
Le vittime (269 secondo quanto riferito dalla Croce Rossa che avrebbe recuperato tutti i corpi) si erano precipitate per raccogliere fusti di carburante ad Abule Egba, un popoloso quartiere della città nigeriana attraversato da una conduttura nella quale durante la notte un gruppo di uomini armati avevano aperto una falla per riempire di straforo i loro camion cisterna.
Improvvisa e devastante l'esplosione. Poi le fiamme.

L'esplosione di ieri in Nigeria è solo l'ultima di una serie di tragedie avvenute nel paese negli ultimi anni. Si tratta di incidenti provocati per lo più da chi, per rubare petrolio, pratica dei fori negli oleodotti. In Nigeria si incrociano 5000 chilometri di condutture petrolifere ed è frequente la pratica di sottrarre greggio, gasolio o altri idrocarburi, manomettendole.

E sempre dalla Nigeria, e sempre a causa degli ''effetti collaterali'' provocati dall'estrazione del petrolio, continua la prigionia dei nostri tre connazionali, tecnici dell'Agip-Eni (il gelese Frencesco Arena, Cosma Russo e Roberto Dieghi), rapiti la prima settimana di dicembre dal Movimento di emancipazione del delta del Niger (Mend).
Ieri mattina il ministero degli Esteri ha reso noto che i familiari degli ostaggi hanno potuto tutti parlare con i propri congiunti i quali hanno confermato di trovarsi in buone condizioni di salute. I familiari hanno indicato che mantengono stretti contatti con l'Unità di crisi della Farnesina e con l'Eni.
L'annuncio fatto della Farnesina ha spazzato il campo dai timori sorti nei giorni scorsi dopo la notizia diffusa dal Mend che Roberto Dieghi si era ammalato. Più tardi lo stesso movimento separatista aveva fatto sapere che Dieghi era però ''sulla via della guarigione''.
Il primo appello del Mend aveva usato toni drammatici: ''Uno degli ostaggi italiani è gravemente ammalato e noi diamo il permesso a un dottore della Croce Rossa o di Medici Senza Frontiere di visitarlo. In questo caso sarà portato in un luogo dove potrà facilmente essere raggiunto. Potete chiedere all'Agip di organizzare la visita? Il dottore dovrà essere nigeriano e portare con sé tutto il necessario''. Invece, fortunatamente, invece, i tre italiani insieme al loro collega libanese, Imad S. Abed, stanno bene.

I guerriglieri del Mend hanno, dunque, mantenuto quanto promesso nei giorni scorsi, ossia che i loro prigionieri avrebbero sicuramente sentito i familiari il giorno di Natale.
''È stata una breve telefonata. Ha detto che stanno tutti bene. Erano preoccupati perché non potevano telefonare. Gli ho detto di stare tranquillo e che dall'Italia si sta lavorando perché tutto si risolva per il meglio''. Queste le parole che la signora Anna, moglie di Cosma Russo, ha riferito all'Ansa. La conferma della telefonata è arrivata anche dalla Sicilia, dai familiari di Francesco Arena, il primo tra i rapiti che ha avuto la possibilità, all'indomani del rapimento, di mettersi in contatto con il Corriere della Sera.
Ora, tutti i familiari sperano che non sia inutile l'impegno profuso sia dalla Farnesina che dell'Eni, ma dalle ultime avvertenze del Mend sembra che il rilascio non sia, purtroppo, fatto imminente (leggi).
Il 23 dicembre, con una telefonata al quotidiano Il Manifesto, uno dei rapiti avevo chiesto al governo e alla compagnia di accelerare i tempi del negoziato con il gruppo separatista, che ha già rifiutato il pagamento di un riscatto. Il Mend sostiene che il rilascio degli ostaggi è legato alla liberazione di alcuni miliziani detenuti nelle carceri nigeriane, in particolare quella di due personaggi di spicco del panorama politico del Delta incarcerati dal governo federale: l'ex governatore dello stato di Bayelsa Diepreye Alamieieseigha e Alhaji Dokubo Asari, fondatore di un altro gruppo ribelle molto attivo fino all'anno scorso nel paese. Il primo è accusato di corruzione; il secondo - leader incontrastato della Niger Delta People's Volunteer Force (Ndpvf) - è una figura controversa, che ha a più riprese cercato di negoziare con il governo federale migliori condizioni, prima di finire in carcere con l'accusa di alto tradimento.

Sempre nei giorni scorsi il Mend ha minacciato di ''intensificare i suoi attacchi'' e di voler ''vincere la guerra'' per cacciare le compagnie petrolifere straniere. Nelle ultime settimane il Mend ha rivendicato diversi attacchi fra cui l'esplosione di un'autobomba a Port Harcourt, davanti alla sede del governatorato della regione del Delta del Niger. Numerosi nelle ultime settimane gli attacchi contro le installazioni delle compagnie straniere, Shell e Agip. Il 20 dicembre tre poliziotti sono rimasti uccisi durante l'attacco al sito del gruppo petrolifero francese Total.
Oltre alla liberazione dei personaggi sopracitati, il gruppo esige una migliore ripartizione dei benefici dell'estrazione del petrolio e del gas e sostiene di lottare per la comunità ijaw (14 milioni di persone) indigena del delta del Niger, cui dovrebbero andare i risarcimenti, dovuti anche per i danni all'ambiente.
Primo produttore di petrolio in Africa, la Nigeria ha diminuito la sua produzione del 25% in seguito agli attacchi del Mend e di altri gruppi militanti.

27 dicembre 2006
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