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Non tutti stanno con Falcone

Migliaia i ragazzi che hanno reso omaggio a Giovanni Falcone, ma in troppi pensano sia stato solo un ''Eroe stupido''

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«Io sto con Falcone» è lo striscione che ha aperto ieri il corteo di circa mille persone, quasi tutti studenti di scuole palermitane, ma anche della provincia e di Roma, partito alle 15.30 dall'aula bunker dell'Ucciardone e diretto all'albero Falcone, la magnolia che sorge in via Notarbartolo davanti l'abitazione del magistrato.

"Cosa c'entravano con il sacrificio di Giovanni Falcone alcuni personaggi, come Marcello Pera e il ministro Lunardi, che hanno fatto passerella oggi a Capaci?". Lo chiede Antonio Di Pietro, che ha partecipato al carcere dell'Ucciardone ad un'altra cerimonia in ricordo del magistrato antimafia e delle vittime della strage del 23 maggio 1992. "Oggi era difficile riconoscere la Sicilia di Falcone in quella rappresentata dalla passerella dei personaggi che si sono visti sfilare alla inaugurazione della stele che ricorda la strage di Capaci - dice infatti l'ex magistrato di Milano - Non si comprende cosa possano mai entrarci con il sacrificio di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e dei suoi agenti di scorta personaggi come il presidente del Senato Marcello Pera, che l'anno scorso di questi tempi è andato a rendere omaggio con la stessa enfasi sulla tomba del latitante Craxi. Oppure come il ministro Pietro Lunardi, che sin dall'inizio del suo mandato ha precisato che in Sicilia con la mafia bisogna conviverci". "Meno male - conclude Di Pietro - che la Sicilia vera si è riunita accanto alle migliaia di ragazzi nell'aula bunker dell'Ucciardone per ricordare con ben altra dignità il sacrificio di Falcone e di tutti gli altri morti per mafia".

A migliaia i ragazzi che hanno esplicitato la loro voglia di legalità portando alto il messaggio "Io sto con Falcone", che purtroppo non corrisponde alla volontà e al pensiero di tutti i giovani, che dovrebbero essere, come ha detto la sorella di Giovanni Falcone, il vero monumento al magistrato morto di mafia.
Già, perché un'altra parte di giovani palermitani dopo 12 anni dal sacrificio di Falcone ha dimostrato di disprezzare l'atto più grande e nobile che un uomo possa fare, donare la propria vita.
Questo disprezzo si evince dai risultati di un lavoro svolto da psicologi su un progetto di Comune e Centro servizi amministrativi, di Palermo.
Falcone e Borsellino? "Eroi stupidi, perché sono andati consciamente incontro alla morte".
Intervenire apertamente contro un’ingiustizia è "un comportamento coraggioso, ma è necessario farsi giustizia da sé per non andare incontro a una 'mala fine' o essere etichettati come 'sbirri' e 'infami' ".

Lo "spaccato" emerso dal progetto condotto in nove scuole medie palermitane è "disastroso e drammatico", per usare le parole di Franco Di Maria, direttore della cattedra di Psicologia dinamica dell'Università di Palermo.
Proprio i collaboratori del suo gruppo di ricerca del dipartimento di Psicologia - da un progetto proposto dall'assessorato comunale alla Trasparenza e sottoscritto dal Centro servizi amministrativi (ex provveditorato agli studi) - hanno portato avanti quest’anno un’attività di ricerca-intervento sui temi della legalità e dell’affettività: 135 alunni di nove scuole, la maggior parte delle quali in zone "a rischio", hanno aderito al progetto. E il report finale stilato dagli psicologi sul comportamento degli studenti lascia a dir poco senza parole.

"I ragazzi hanno presentato una generale confusione davanti al concetto di legalità, al punto da non saperlo scrivere grammaticalmente in modo corretto", ha spiegato ieri la psicologa osservatrice Santa Lisciandrello, nella conferenza conclusiva. Dal report emerge che alla media Ignazio Florio di San Lorenzo, lo stesso istituto frequentato dall’undicenne Claudio Domino, ucciso da un colpo di pistola, i magistrati assassinati nelle stragi del '92 vengono appunto definiti "eroi stupidi" per essere consapevoli del loro destino.
All’Ernesto Basile, fra Marinella e Tommaso Natale, nessuno invece ha accettato di indossare la divisa da poliziotto per le rappresentazioni teatrali: le attività sembravano non interessare gli studenti, che si allontanavano dalla classe o si spintonavano.
E alla Pirandello, quartiere Falsomiele, è risultato impossibile discutere di mafia con buona parte dei ragazzi che, in quei frangenti, ridevano, disturbavano e volgevano le spalle al gruppo di lavoro.

Quanto mai attuale un episodio raccontato alla Federico II, a Borgo Vecchio: un alunno avrebbe desiderato un campo di calcio, promesso prima delle elezioni e che sembrava pronto per essere utilizzato. Ma quel campo ancora oggi versa in totale stato di abbandono. "Le promesse elettorali mai mantenute innalzano il livello di sfiducia dei giovani verso le istituzioni", scrivono gli psicologi nelle loro considerazioni conclusive.
"Ho voluto proporre il progetto - ha detto Michele Costa, assessore comunale alla Trasparenza - perché osservavo negli studenti una scarsa partecipazione alle classiche manifestazioni antimafia, che li vedono con un cappellino in testa in giro per la città senza capire i motivi della loro azione. E sono consapevole che in molte scuole attira di più il fascino perverso di Riina che il coraggio di perseguire la legge di Falcone. Il risultato di questo lavoro mi dà ragione, e occorre ripartire con iniziative che coinvolgano emotivamente i giovani".
 
Perché la mafia non è ancora finita e le stragi del '92 che hanno visto vittime Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono state troppo in fretta metabolizzate dall'opinione pubblica.
Questa "Voglia di mafia" dei siciliani viene ben spiegata  nel libro-inchiesta (che proprio così si intitola)  dei giornalisti Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo, che dimostra quanto sia rimasta immutata la voglia dei siciliani di rivolgersi alla mafia per farsi aiutare a risolvere i problemi.

Il libro basato sulle lettere inviate al boss dei boss Bernardo Provenzano, e sulle ultime indagini della magistratura di Palermo, sottolinea come l'organizzazione criminale sia ritornata all'antica funzione di sempre, la mediazione. Facendo leva anche su una strisciante voglia di mafia che pervade la società, l'economia e la politica.
"Voglia di mafia" racconta le storie dei commercianti e degli imprenditori che hanno preferito rivolgersi ai mafiosi, piuttosto che allo Stato, per chiedere più sicurezza, parla dei politici siciliani che hanno bussato alla porta dei padrini bramando voti e consigli per sempre migliori alleanze, descrive le storie di uno stuolo di professionisti in cerca di raccomandazioni e scorciatoie. Dalle storie degli insospettabili che si sono rivolti ai mafiosi emerge l'ultimo ritratto di Bernardo Provenzano: ha fatto tanti di quei favori che conserva una montagna di segreti. Che sono la sua unica forza.
La voglia di mafia ha inevitabilmente un prezzo: è questo il tema della seconda parte del libro di Bellavia e Palazzolo. Cosa chiedono in cambio i mafiosi per i servizi resi? Il popolo delle carceri scalpita, Provenzano, indossati ormai i panni del 'negoziatore', continua a tessere la sua trattativa sotto traccia, per cercare di demolire, a colpi di riforme di comodo, l'ergastolo, il carcere duro, e la legislazione sui collaboratori di giustizia.

24 maggio 2004
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