Nonostante tutto la Giustizia fa il suo dovere: un novembre nero per la mafia, fra arresti e sequestri


Nonostante i tanti e gravi problemi che le procure siciliane sono costrette a vivere, la macchina della Giustizia continua a svolgere il proprio dovere, assestando dei duri colpi alla mafia.
Dall'inizio di novembre, gli agenti della polizia, dei carabinieri e della Guardia di finanza siciliani hanno portato a segno una serie di importati operazioni antimafia nelle province di Catania, Palermo, Trapani e Agrigento.


CATANIA, GIOVEDI' 2 NOVEMBRE -
Vincenzo Santapaola, 37 anni, figlio del boss detenuto Benedetto, è stato arrestato a Catania da agenti dello Sco e della Squadra Mobile perché deve espiare un anno, cinque mesi e 19 giorni di reclusione per associazione mafiosa. Un ordine di esecuzione per la carcerazione nei suoi confronti è stato emesso il 27 ottobre scorso dalla Procura generale di Catania. Vincenzo Santapaola era stato fermato il 17 dicembre del 1992, su disposizione della Dda di Catania insieme con numerosi presunti appartenenti al clan Santapaola perché indiziati di associazione mafiosa finalizzata alla commissione di reati contro la persona e il patrimonio. Santapaola era stato successivamente scarcerato nel 1993 dal Tribunale della Libertà ma si era reso irreperibile dal 15 dicembre del 1993, quando nei suoi confronti era stata emessa una ordinanza di custodia custodia cautelare nel corso dell'operazione denominata ''Orsa Maggiore''. L'uomo dopo un breve periodo di latitanza, era stato catturato dalla Squadra Mobile il 14 gennaio. Nell'agosto del 1998 fu fermato su disposizione della Dda di Catania nell'ambito dell'operazione denominata ''Orione 2'', con l'accusa di associazione mafiosa, insieme con Maurizio Zuccaro e Antonino Motta. Questi ultimi furono ritenuti i mandanti degli omicidi di Massimiliano Vinciguerra e Giovanni Riela. Zuccaro e Motta, secondo le accuse, stavano riorganizzando le fila del clan ed avrebbero cercato di rafforzare la cosca dal punto di vista economico punendo chi aveva tradito la famiglia per affiancarsi alla cosca Mazzei legata all'ala stragista palermitana capeggiata dal boss Vito Vitale.
Vincenzo Santapaola il 13 novembre del 1998, mentre era detenuto, fu raggiunto da un'altra ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip del Tribunale di Catania per associazione mafiosa e altro. In primo grado fu condannato dalla Corte di Assise di Catania a tredici anni di reclusione per il delitto associativo. Pochi giorni dopo la sua scarcerazione, avvenuta il 18 febbraio 2004, in seguito a un ordine di scarcerazione emesso dalla Corte di Cassazione, fu nuovamente arrestato, questa volta in esecuzione di un ordine di custodia cautelare in carcere emesso dal Tribunale di Catania sempre per il reato di associazione di tipo mafioso.

CATANIA, GIOVEDI' 9 NOVEMBRE - Beni mobili e immobili per un valore stimato dagli investigatori in 15 milioni di euro sono stati sequestrati dalla guardia di finanza di Catania, in applicazione della legge antimafia, a Matteo Arena, presunto prestanome della cosca Santapaola-Ercolano. Il provvedimento è stato emesso dalla quinta sezione penale del Tribunale etneo su richiesta della Dda della Procura della Repubblica. Arena, attualmente detenuto, è indicato dalla inquirenti come esponente del gruppo della ''Stazione ferroviaria'', legato a Sebastiano Ercolano. Le indagini patrimoniali e bancarie eseguite dal Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Catania hanno permesso di ''accertare una sproporzione tra i modesti redditi dichiarati nel periodo preso in considerazione dagli accertamenti e le ingenti somme movimentate sui conti correnti oggetto di esame nonché rispetto al patrimonio immobiliare posseduto, composto da diversi appartamenti sparsi nelle province di Catania e Siracusa e da una lussuosa villa a Catania''.
La Guardia di finanza ha notificare il provvedimento di sequestro a tutti gli Istituti di credito operanti sul territorio nazionale per ''individuare ulteriori depositi oltre a quelli già noti a seguito delle indagini bancarie, immediatamente bloccati''. Arena è già stato destinatario di due ordinanze di custodia cautelare emesse dal Gip del Tribunale di Catania: la prima nel luglio 2003 in qualità di membro del ''gruppo della Stazione''; la seconda del gennaio 2004 per i reati di associazione mafiosa ed estorsione a operatori del mercato ortofrutticolo.
La Guardia di finanza ricorda come ''nel corso delle varie indagini che lo hanno riguardato è sempre comparso quale uomo di fiducia di Sebastiano Ercolano, zio di Aldo e vice rappresentante della famiglia catanese di Cosa Nostra, del quale curava gli interessi economici''. Secondo gli investigatori ''proprio tale ruolo di rilievo, unito al suo rilevante spessore criminale, unanimemente riconosciuto, gli hanno permesso di accumulare, nell'arco di tempo che va dalla fine degli anni '80 al 2002, un ingente patrimonio mobiliare e immobiliare'' accuratamente ricostruito dalle Fiamme Gialle etnee. In particolare le Fiamme gialle sostengono di ''avere rilevato che le movimentazioni bancarie e i considerevoli acquisiti di immobili non erano minimamente giustificati dalla percezione di redditi o da alienazioni immobiliari e pertanto le somme a ciò destinate dovevano essere il frutto delle attività illecite e costituire il reimpiego dei proventi derivanti da attività delittuose perpetrate da Arena e dall'organizzazione criminale di appartenenza, riconducibili ai reati a lui contestati nell'ambito dei diversi procedimenti penali che lo vedono tra gli imputati''.

PALERMO, GIOVEDI' 9 NOVEMBRE - La mappa degli appalti ai quali partecipavano le ''coop rosse'' è stata ricostruita in aula a Palermo dal colonnello del Ros Domenico Strada. L'ufficiale ha illustrato i risultati di una lunga indagine ai giudici della terza sezione del tribunale, presieduta da Claudio Lo Forti, davanti alla quale si celebra il processo all'imprenditore Stefano Potestio. Nel procedimento sono coinvolti anche Pietro Martino, dirigente della Cons coop e della Ravennate, e altri tre presunti esponenti di quello che il pentito Angelo Siino ha descritto come un ''sistema'' di divisione di opere pubbliche collegato con le cosche. Per questo Potestio è stato a suo tempo arrestato con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Ma l'ordinanza di custodia cautelare è stata annullata senza rinvio dalla Cassazione che ha giudicato l'accusa inconsistente. La sezione misure di prevenzione ha anche deciso il ''non luogo a procedere'' sulla richiesta di sequestro di beni avanzata dalla Procura nei confronti dell'imprenditore.
L'inchiesta è scaturita dal sequestro, negli uffici della Lega delle cooperative di Palermo, di una lista di appalti assegnati e di altri da aggiudicare. Il colonnello Strada ha svolto una relazione sulle opere inserite nei bandi e sulle modalità di svolgimento delle gare. Il processo che stato rinviato, verrà ripreso oggi, giovedì 16 novembre.

MARSALA (TP), GIOVEDI' 9 NOVEMBRE - Per detenzione di armi ed esplosivi il Tribunale di Marsala ha condannato i boss mafiosi Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano a 4 anni e mezzo di carcere ciascuno. La pena è stata inflitta in continuazione con quella già irrogata ai due boss dalla Corte d'Assise d'appello di Firenze il 13 febbraio del 2001. Gli esplosivi sarebbero stati utilizzati dal capomafia di Castelvetrano e dal boss palermitano, all'inizio del 1992, negli attentati commessi a Roma e Firenze nel 1993.
Della fase preparatoria degli attentati il pentito Francesco Geraci, noto anche come il ''gioielliere di Totò Riina'', aveva già parlato nel 1997, nel corso del processo scaturito dall'operazione ''Selinus''. Per Messina Denaro e Graviano il pubblico ministero Sergio De Montis, al termine della sua requisitoria, aveva chiesto la condanna, rispettivamente, a 12 e 11 anni di carcere. Sempre per gli attentati del 1993, lo scorso 31 marzo, il gup di Palermo Adriana Piras aveva condannato con rito abbreviato altri sei boss mafiosi.
Pene varianti tra gli otto anni e quattro mesi e sei anni e quattro mesi di carcere sono state inflitte a Totò Riina, Mariano Agate, Salvatore Biondino, Cristofaro ''Fifetto'' Cannella, Lorenzo Tinnirello e Giovan Battista Consiglio. Secondo la ricostruzione fatta dai collaboratori di giustizia Sinacori, Geraci e Scarano, Totò Riina aveva ordinato la spedizione per trasportare le armi e l'esplosivo e per tenere sotto controllo i movimenti del giudice Giovanni Falcone, dell'allora ministro della Giustizia Claudio Martelli e del giornalista Maurizio Costanzo, che dovevano essere uccisi nella capitale. Poi i piani di Cosa nostra cambiarono e gli attentati vennero commessi in tempi e luoghi diversi.

AGRIGENTO, LUNEDI' 13 NOVEMBRE - Agenti della polizia di Stato hanno arrestato due persone, accusate di intestazione fittizia di beni mafiosi. I provvedimenti cautelari sono stati firmati dal gip di Palermo che ha pure ordinato il sequestro preventivo di alcune imprese.
L'inchiesta è stata condotta dalla Squadra mobile di Agrigento che ha scoperto un giro d'affari gestito da boss mafiosi che avrebbero utilizzato prestanome per portare avanti indisturbati i loro affari. Tra i beni sequestrati vi sono conti correnti bancari, due cave e un impianto di calcestruzzo. Il valore complessivo del sequestro è di circa dieci milioni di euro. Le due persone arrestate sono entrambe originarie di Licata; si tratta di Angelo Stracuzzi e Angelo Pendolino, entrambi di 39 anni. Sono accusati a vario titolo di intestazione fittizia di beni ed estorsione. Angelo Stracuzzi è figlio di Giuseppe, arrestato lo scorso anno nell'ambito di una inchiesta su mafia e appalti nell'agrigentino.
I due, arrestati stamani dagli agenti della squadra Mobile, sono ritenuti prestanome dei boss mafiosi di Licata. L'operazione è stata denominata ''Progresso 2'' e si ricollega a quella eseguita l'anno scorso contro il clan mafioso di Licata.

16 novembre 2006
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