OPERAZIONE CRASH

Arrestati a Bagheria 11 fedelissimi dell'ex super latitante Bernardo Provenzano

Undici presunti affiliati alla famiglia mafiosa di Bagheria (PA) sono stati arrestati all'alba di oggi, perché ritenuti fiancheggiatori del boss mafioso Bernardo Provenzano. L'operazione è stata condotta congiuntamente dai carabinieri del reparto operativo del Comando provinciale di Palermo e dagli agenti della Squadra Mobile della Questura. I provvedimenti sono stati firmati dal gip Piergiorgio Morosini, su richiesta dei pm della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo Antonino Di Matteo e Marzia Sabella.
Le accuse di cui devono rispondere gli arrestati sono, a vario titolo, associazione mafiosa finalizzata alle estorsioni, alla detenzione di armi, all'intestazione fittizia di beni. L'operazione è stata denominata in codice Crash, dal nome di un'officina per la demolizione delle auto dalla quale scaturirono le indagini condotte tra il 2005 e il 2006 dalla Squadra Mobile e dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri con l'obiettivo di invididuare i fiancheggiatori che coprivano la latitanza del capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano.

Personaggio di spicco coinvolto nell'inchiesta 'Crash' è Simone Castello, 60 anni, di Villabate (PA), già condannato per associazione mafiosa e sottoposto a misure di prevenzione, che è stato arrestato in Spagna a Murcia, nei pressi di Madrid, dalla Guardia Civil in collaborazione con i carabinieri del Comando Provinciale di Palermo. Si era trasferito nella penisola iberica da tempo dove gestiva una società di import-export di frutta e ortaggi, del valore approssimativo di 2 milioni e mezzo di euro, che è stata sottoposta a sequestro preventivo.
Oltre a Simone Castello, polizia e carabinieri hanno notificato altri dieci ordini di custodia cautelare. Si tratta di Luciano Castello, 35 anni, nipote di Simone; Dario e Giuseppe Comparetto, rispettivamente di 27 e 33 anni; Leonardo e Massimiliano Ficano, di 67 e 34; Emanuele Giovanni Leonforte, di 39; Stefano Lo Verso, di 48, già detenuto per altri reati; Cristofaro Morici, di 56, Onofrio Morreale, di 44, e Francesco Pipia, di 52.

Simone Castello è stato condannato per mafia con sentenza definitiva nel 2005. Prima di tornare in carcere avrebbe avuto il tempo di ricoprire un ruolo di vertice nella famiglia mafiosa di Bagheria, roccaforte di Bernardo Provenzano. Nell'ordinanza di custodia cautelare, Castello viene descritto come un personaggio di spicco della rete di fiancheggiatori dell'allora boss latitante. Rete di cui avrebbero fatto parte anche Massimiliano Ficano (cognato di Castello), Giuseppe Comparetto e Stefano Lo Verso, considerati anelli terminali della catena di favoreggiatori di Provenzano. Insieme al padre Leonardo, Simone Castello gestisce il deposito di autodemolizioni sulla strada statale 113, alla periferia di Bagheria, divenuto punto d'incontro fra gli indagati e imbottito di microspie dagli inquirenti.
Subito dopo gli arresti di Castello, Comparetto e Lo Verso, il potere sarebbe poi passato a Ficano. E' lui stesso a spiegare a Cristofaro Morici le gerarchie nel corso di una conversazione captata nel deposito di automobili. E' il 24 dicembre del 2005: "Quando c'è qualche cosa, se c'è mio cognato fuori gliela faccio vedere a lui, non devo dare spiegazioni a nessuno, tranne a mio cognato, in mancanza di Onofrio (Morreale ndr) devo dare spiegazioni a mio cognato, in mancanza che non c'è Onofrio io non sono tenuto a dargli spiegazioni". Sulla parentela con Castello, Ficano avrebbe fondato la sua scalata al potere. In un'occasione si sarebbe rivolto al cognato per fare rimproverare Lo Verso e Comparetto che, a suo dire, gli avevano mancato di rispetto. Il 19 gennaio 2006 Ficano racconta a Morici che Castello aveva partecipato ad un summit mafioso: "Aveva il soggiorno obbligato, è sceso per un'udienza, gli hanno dato sabato e domenica di stare qua. Eravamo tutti dove c'è il capannone". Lo Verso e Comparetto erano stati chiamati in disparte: "Ho sentito mio cognato che ha cominciato a gridare, sono diventati gialli, rossi in faccia".
Sempre dalle intercettazioni emerge che la rete di fiancheggiatori avrebbe garantito per anni, e con successo, la latitanza di Provenzano. Massimiliano Ficano, ad esempio, se ne vantava: "La responsabilità di lui l'abbiamo avuta sempre qua a Bagheria". Ed ecco che l'arresto del capo di Cosa Nostra mette in crisi gli equilibri mafiosi. La sua successione è argomento di discussione fra Leonardo Ficano e il figlio Agostino che fa la sua previsione: "tre sono e ora si deve decidere chi deve 'salire' il latitante Lo Piccolo di Palermo, il latitante Raccuglia, il latitante del Trapanese che è Messina Denaro, comunque tutti e due corna dure sono, il Lo Piccolo che comanda tutto Palermo e sia questo del Trapanese, se si mettono d'accordo una cosa è certa, che hanno finito di comandare i corleonesi, dopo 40 anni, 50 anni hanno finito di comandare i corleonesi". Poi commentano il ritrovamento della macchina per scrivere di Provenzano nel covo di Montagna dei Cavalli. "Quella nostra?", chiede Leonardo Ficano rivolgendosi al figlio. I Ficano, dunque, avrebbero fornito a Provenzano la macchina con cui scriveva la sua corrispondenza.

Il pizzo sul caro estinto - La cosca di Bagheria avrebbe imposto il pizzo anche sulla costruzione delle tombe nel cimitero di Ficarazzi, comune limitrofo alle porte di Palermo. Una sorta di racket del "caro estinto". L’imprenditore che si era aggiudicato i lavori aveva ricevuto una richiesta estorsiva che, però, riteneva eccessiva. Ficano racconta a Morici, nel corso di una conversazione intercettata, i termini della messa a posto. L'imprenditore doveva pagare il tre per cento sull’importo totale e Ficano si era impegnato a fargli avere uno sconto sul pizzo: "Quante sono queste tombe, novanta? Sono trecentosessanta mila euro, mettiamo al tre per cento sono diecimila euro, lui gli ha fatto fare lo sconto di altri mille euro, se io parlo con chi devo parlare mi fate fare brutta figura per cinquemila euro? Gli ho detto le faccio fare metà a Natale e metà a Pasqua". Ficano ne avrebbe discusso con Vincenzo Belvedere, morto nel 2006, dal lui indicato come il punto di riferimento a Ficarazzi dopo gli arresti di Comparetto e Lo Verso ("Giuseppe non c’è, Stefano non c’è, gli ho detto che questo è stato messo lì ed e’ autorizzato a girare per i carcerati").

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, ANSA, Repubblica.it, Corriere.it]

 

 

1 dicembre 2009
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