Ora tocca a Matteo Messina Denaro

Smantellata la rete di fiancheggiatori che da anni copriva la latitanza dell'imprendibile capomafia trapanese

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Matteo Messina Denaro, boss supremo della mafia trapanese,  ritenuto il nuovo capo di Cosa Nostra, e latitante dal 1993, sembra essere oramai arrivato al capolinea. Da solo. Il cerchio intorno a lui con l'imponente operazione antimafia di stamane, denominata "Golem", si è ulteriormente stretto. Gli agenti del Servizio centrale operativo (Sco) e delle Squadre mobili di Trapani e Palermo hanno eseguito 13 arresti nei confronti di altrettanti indagati ritenuti fiancheggiatori  di Messina Denaro e responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, traffico di sostanze stupefacenti, trasferimento fraudolento di società e valori. I provvedimenti sono stati emessi dal gip di Palermo che ha accolto le richieste del procuratore aggiunto Teresa Principato e dei pm Roberto Scarpinato, Paolo Guido, Sara Micucci e Roberto Piscitello.


Opera di Flavia Mantovan

Le ordinanze di custodia cautelare hanno colpito insospettabili, imprenditori caseari e alcuni pregiudicati. Tra gli arrestati c'è anche l'"ambasciatore" di Messina Denaro. Il boss infatti non ha mai incontrato personalmente i mafiosi palermitani Sandro e Salvatore Lo Piccolo, che intanto erano diventati i nuovi reggenti del capoluogo: inviava sempre un suo uomo di fiducia, Franco Luppino. Il latitante insomma non voleva avere contatti diretti con i Lo Piccolo. Forse perché non li riteneva ancora al suo livello nella scala gerarchica di Cosa nostra.
Luppino, insieme a Leonardo Bonafede, anche quest'ultimo arrestato stamani, sono elementi di vertice della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, e forse gli uomini di cui Messina Denaro si fidava maggiormente. Gli indagati, infatti, avrebbero gestito la latitanza del boss, controllando anche gli affari illeciti nel trapanese, mettendo le mani su varie attività economiche e su fondi regionali. In questi affari sarebbe stata coinvolta anche la moglie di Luppino, Lea Cataldo, arrestata. Il boss controllava anche un vasto traffico di droga che arrivava settimanalmente da Roma, gestito da Franco Indelicato, Leonardo Bonafede e Domenico Nardo. Quest'ultimo, titolare della World protection, un'agenzia che offre guardie del corpo a starlet del cinema e a veline, è il padre di Alessandra Nardo, la showgirl ventiquattrenne che fino a un anno fa era fidanzata con l'attore comico Andrea Roncato.
Della rete di favoreggiatori che avrebbe coperto la latitanza di Matteo Messina Denaro fa parte pure un cugino del boss trapanese, Mario Messina Denaro; secondo gli inquirenti l'uomo, imprenditore caseario, con un altro imprenditore, Giovanni Salvatore Madonia e con Leonardo Ferrante, anche loro due arrestati oggi, avrebbe agito nei confronti di un imprenditore edile di Alcamo (Trapani) "al fine - dicono gli investigatori - di sborsare la somma pari a centomila euro per i lavori di costruzione di due palazzine per complessivi 24 appartamenti, a Castelvetrano, nel trapanese". Il cugino del boss avrebbe anche gestito un traffico di stupefacenti tra Roma e il territorio trapanese, sempre finalizzato a finanziare l'organizzazione criminale.

E' stata, inoltre, sequestrata un'intera impresa olearia con beni immobili annessi, la "Fontane D'Oro", per un valore di circa 2 milioni di euro, fittiziamente intestata a terze persone, al fine di sottrarre il patrimonio mafioso ad eventuali aggressioni di carattere patrimoniale da parte degli inquirenti. Dall'indagine sono emersi inoltre chiari riferimenti al tentativo, da parte di Luppino e Indelicato, di imporre i prezzi di mercato delle olive, la cui lavorazione costituisce uno dei settori imprenditoriali più importanti sia del Belice che a Castelvetrano, il paese di Messina Denaro, noto appunto come "la città delle olive".

Nel corso dell'operazione 'Golem' gli inquirenti hanno contestualmente eseguito delle perquisizioni in quindici istituti penitenziari nei confronti di trentasette detenuti. I detenuti, secondo quanto accertato dagli inquirenti, avrebbero comunicato con gli indagati. Le perquisizioni sono state disposte negli istituti di pena dell'Abruzzo, della Campania, della Calabria e della Sicilia. Fra i boss in cella ci sono Mariano Agate, 70 anni, capo del mandamento mafioso di Mazara del Vallo, detenuto da 15 anni, condannato a diversi ergastoli; Filippo Guttadauro, 58 anni, cognato di Messina Denaro, arrestato nel luglio 2006, indicato nei pizzini che si scambiavano Bernardo Provenzano e Messina Denaro, con il numero '121'. "Le perquisizioni hanno, finora, consentito - si apprende da ambienti giudiziari - di acquisire numerosa documentazione, già al vaglio degli inquirenti che stanno valutando la possibilità di disporre l'immediato trasferimento di alcuni dei soggetti perquisiti in Istituti Penitenziari diversi".

I viaggi di Matteo Messina Denaro - Le indagini della polizia di Stato finalizzate alla ricerca del boss Matteo Messina Denaro, latitante dal 2 giugno 1993, hanno evidenziato che il capomafia ha effettuato diversi viaggi all'estero, con falsi documenti. I particolari emergono dall'operazione Golem di stamane. Il latitante ha allargato i propri affari in molti Paesi. Gli investigatori hanno accertato che il boss si è recato in Austria, Svizzera, Grecia, Spagna e Tunisia. Cosa nostra trapanese avrebbe allargato i propri interessi anche in Venezuela, dove in passato sono stati arrestati due latitanti legati a Messina Denaro, si tratta di Vincenzo Spezia e Francesco Termine. E proprio in Venezuela gli investigatori fanno emergere che vi risiede un gruppo di trapanesi che hanno storici rapporti con il latitante. I documenti falsi al boss, secondo l'accusa, sarebbero stati forniti da un pregiudicato di Roma, Domenico Nardo, titolare della "World Protection srl",  e raggiunto questa mattina da uno dei provvedimenti cautelari. L'uomo, per l'accusa, già in passato ha fornito documenti a un sicario trapanese, Raffaele Urso. Inoltre, nel 2008 avrebbe preso parte ad un summit mafioso con il boss Leonardo Bonafede, anche lui arrestato oggi, nel corso del quale hanno parlato di alcuni favori da realizzare nell'interesse di Matteo Messina Denaro.
Infine, agli atti dell'operazione anche il 'pizzino' ritrovato tempo fa nel quale Denaro rassicurava i suoi amici detenuti: "... io non andrò mai via di mia volontà, ho un codice d'onore da rispettare. Lo devo a Papà e lo devo ai miei principi, lo devo a tanti amici che sono rinchiusi e che hanno ancora bisogno, lo devo a me stesso per tutto quello in cui ho creduto e per tutto quello che sono stato". "Ad onore del vero - scrive ancora Messina Denaro - se avessi voluto già me ne sarei andato da tempo, ne avevo la possibilità, solo che non ho mai tenuto in considerazione quest'ipotesi perché non fa parte di me ciò; io starò nella mia terra fino a quando il destino lo vorrà e sarò sempre disponibile per i miei amici, è il mio modo tacito di dire a loro che non hanno sbagliato a credere in me...".

Arrestati e indagati - Oltre agli arresti, la Dda di Palermo ha emesso anche diciotto avvisi di garanzia: tra gli indagati ci sono un funzionario regionale, Girolamo Coppola, che l'anno scorso organizzò il 'Cous Cous Fest' di San Vito Lo Capo, e Achille Felli, finanziere in pensione, che collabora nella segreteria politica di Carlo Vizzini, senatore del Pdl. Felli è accusato di favoreggiamento aggravato. Gli inquirenti, nel corso dell'indagine, hanno scoperto che Felli aveva "rapporti confidenziali con personaggi vicini a Cosa nostra".
"Sono sorpreso, ma è evidente che Achille Felli non potrà più collaborare con la mia segreteria politica, sarà allontanato". E' quanto dice il senatore Carlo Vizzini, dopo avere appreso dell'iscrizione nel registro degli indagati dell'ex finanziere, oggi in pensione, Achille Felli, suo collaboratore presso la segreteria politica di Palermo. "Conosco Felli - spiega Vizzini - da quando lavorava in Finanza, è un collaboratore saltuario che svolgeva piccolo compiti, come rispondere al telefono. Certo non svolgeva mansioni politiche. Questo fatto mi giunge nuovo, non ne so assolutamente nulla".

I provvedimenti cautelari riguardano: Vito Angelo, di 45 anni, arrestato a Piacenza; Leonardo Bonafede, di 77 anni, di Campobello di Mazara; Giuseppe Bonetto, di 54, imprenditore di Castelvetrano; Lea Cataldo, di 46, di Campobello di Mazara; Salvatore Dell'Aquila, di 48; Leonardo Ferrante, 54 anni; Franco e Giuseppe Indelicato, di 40 e 36; Aldo e Francesco Luppino, di 62 e 53; Giovanni Salvatore Madonia, di 44; Mario Messina Denaro, di 57, imprenditore caseario, cugino del boss latitante Matteo, e Domenico Nardo, di 50, residente a Roma. 

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, Ansa.it, La Siciliaweb.it, Repubblica.it, Corriere.it]

- "Il boss, lo scrivano e le veline" di Salvo Palazzolo

16 giugno 2009
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