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Palermo ai tempi dell'Inquisizione

La storia della Santa Inquisizione nei graffiti delle celle di Palazzo Chiaramonte, detto Steri

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Per due secoli a Palermo, gli uomini dell'inquisitore Torquemada, torturarono e misero al rogo poveri innocenti in nome di Dio.

Palazzo Chiaramonte
, detto Steri, è la testimonianza della grande innovazione di gusto che caratterizzò l'architettura siciliana del trecento. L'interiorizzazione di tutte le precedenti culture, dall'arabo-normanna alla sveva, rielaborate secondo la cultura dei nuovi tempi, portò ad una produzione architettonica di grande espressività che fu chiamata chiaramontana.
La nascita di questo pregevole monumento, il cui appellativo Steri deriva dal latino "Hosterium", palazzo fortificato, si deve a Manfredi Chiaramonte che nel 1307 ne iniziò la costruzione, terminata da Manfredi III nel 1380. Dopo essere stato occupato dai viceré spagnoli, nel 1600 divenne sede del Santo Uffizio fino al 1782.

E cosa avveniva in quel tempo nella Sicilia della Santa Inquisizione, è perfettamente descritto dai straordinari disegni e graffiti dei prigionieri, che prima di essere condannati alla purificazione del fuoco, venivano fatti marcire nelle buie celle delle carceri segrete dello Steri.
Aste e crocette, date, nomi, preghiere, immagini caricaturali dei loro aguzzini incise sui muri.
Adesso queste meravigliose pagine di storia diventano un museo. Per la prima volta quelle celle, che fanno parte del complesso architettonico dello Steri, e che sono interamente ricoperte da graffiti incisi dai detenuti, tornano alle luce grazie ad un restauro da quasi otto milioni di euro.
I lavori saranno condotti dall'Università di Palermo e dalla Sovrintendenza ai Beni culturali, con la consulenza della sezione Beni culturali del Cnr. Il bando è previsto per settembre; in poco più di due anni, 27 mesi per l'esattezza, si svolgerà il restauro architettonico e artistico delle celle.

A dirigere i lavori sarà Mauro Matteini, direttore della sezione Beni Culturali del Cnr che ha curato il restauro di opere come ''La Primavera'', ''La nascita di Venere'' di Botticelli, ''Il Tondo Doni'' e la ''Pietà fiorentina'' di Michelangelo e ''Il San Marco'' di Donatello.

Con questi restauri, finalmente, si potrà in qualche modo fare luce su una pagina di storia che il vicerè Domenico Caracciolo nel 1782 cancellò, facendo bruciare gli archivi dell'Inquisizione. I disegni furono scoperti casualmente agli inizi del '900 dal celebre storico palermitano Giuseppe Pitrè avvertito da un amico, Giuseppe Cappellani. Quest'ultimo gli riferì che in alcune fabbriche addossate allo Steri, nelle quali il Municipio stava conducendo lavori di ristrutturazione per ospitare gli uffici della ''Regia Procura'', erano stati scoperti dei disegni. Lo storico, armato delle sole mani, cominciò a scrostare i muri facendo così emergere i graffiti.

Per Torquemada i prigionieri erano ''eretici, bestemmiatori, fattucchiere e amici del demonio''. In realtà molti erano soltanto artisti e intellettuali ''scomodi'' per il potere e per la Chiesa. ''Sono loro ad avere lasciato sulle pareti delle celle centinaia di disegni, poesie, invocazioni e dipinti di santi'', spiega il progettista dei restauri Domenico Policarpo. ''Sui muri - continua Policarpo - sono incise persino carte geografiche, soprattutto della Sicilia, disegnate probabilmente al buio, a memoria, dato che non era ancora diffusa la cartografia, e a grandi linee, facendo riferimento solo ai grandi comuni dell'Isola. A commento del disegno anche una breve didascalia in cui il detenuto chiede scusa per gli errori geografici e invita chi avrebbe occupato in futuro la stessa cella, a perfezionare il disegno''.
E ancora diversi Cristi in croce e risorti, l'immagine della Patrona di Palermo Santa Rosalia, che viene invocata dai detenuti per un secondo miracolo: la loro liberazione dopo quella dalla peste. Non manca nemmeno la ricetta per sopravvivere: ''pacienza, pane e tempo''.

Il carcere, sedici celle su due piani grandi circa cinque metri, custodisce anche le testimonianze di un delitto risalente a trecento anni fa, di cui parla lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia nel suo ''Morte dell'Inquisitore''. Si tratta della stanza dove l'eretico frà Diego La Matina riuscì ad assestare un colpo mortale a don Juan Lopez de Cisneros, il giudice che lo interrogava, riuscendo così a fuggire. Il luogo del delitto è al primo piano delle carceri dove è stato trovato il ''pianerottolo di una scala che si trova di fronte a due corridoi'' descrive Pablo Escobar, l'Inquisitore di Sicilia, nel documento stilato nel marzo del 1657. ''Seguendo le indicazioni del documento - racconta Policarpo - è stato abbattuto un muro e così è riemersa la scala seicentesca da cui scappò terrorizzato il segretario di don Juan''.

Sui graffiti è già partito un progetto pilota, condotto dal restauratore Francesco Minniti, per individuare la tecnica più adatta al recupero. A settembre arriverà da Bologna uno strumento in grado di leggere a infrarossi tutte le tracce sui mari, anche quelle nascoste ''questo permetterà di individuare altri palinsesti - spiega il progettista - sotto gli strati più in superficie''.
I lavori di restauro restituiranno dunque le celle così come erano state concepite nel 1600 dall'ingegnere del Regno, Diego Sanchez.

20 agosto 2004
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