Processo Andreotti, ultimo atto

Oggi la corte si riunisce in camera di consiglio per la sentenza sul senatore a vita

Il processo d'appello a Giulio Andreotti è giunto alla tappa finale. Oggi (venerdì 2 maggio) la corte, presieduta da Salvatore Scaduti, si riunirà in camera di consiglio per la sentenza. La decisione potrebbe essere resa nota in serata: i giudici non hanno impegnato la struttura di Pagliarelli, l'unica attrezzata per lunghe sedute, e resteranno al palazzo di giustizia. Prevedono evidentemente di non trascorrervi la notte. Andreotti non interverrà nell'ultima udienza che si esaurirà in pochi minuti non essendo previste repliche di accusa e difesa. Il senatore a vita ha già reso le sue dichiarazioni spontanee il 28 novembre dell'anno scorso quando per oltre mezz'ora ha proclamato la sua innocenza.

«Per tante cose lassù - ha detto - dovrò fare affidamento sulla Misericordia. Quaggiù chiedo soltanto giustizia». In primo grado Andreotti è stato assolto il 23 ottobre 1999 con una formula (secondo comma dell'art. 530 del codice di procedura penale) che ha lasciato spazio alle interpretazioni più controverse. Le prove a suo carico sono state infatti giudicate dal tribunale «insufficienti, contraddittorie e in alcuni casi del tutto mancanti». L'accusa ha riproposto nel dibattimento di secondo grado, cominciato il 19 aprile 2001, tutte le sue argomentazioni a sostegno della tesi di fondo che attribuisce ad Andreotti un patto scellerato con Cosa nostra: un rapporto di scambio tra sostegno elettorale e favori all' organizzazione.

A giudizio dei pg Anna Maria Leone e Daniela Giglio, che hanno parlato per otto udienze, il patto aveva trasformato in Sicilia la corrente andreottiana in una «struttura di servizio» della mafia. Sono «tesi raccapriccianti», ha ribattuto la difesa che ha impegnato undici udienze e una memoria di oltre 1200 pagine per ribattere punto per punto alle contestazioni rivolte al senatore. Lo scontro più forte, in un clima tutto sommato composto, si è sviluppato attorno al contributo dei pentiti.

Fino al 28 novembre 2002 erano 27 quelli che avevano parlato dei presunti rapporti tra Andreotti e la mafia: da Tommaso Buscetta, che si decise a parlare del senatore solo a partire dal 1993, a Balduccio Di Maggio, l'uomo che ha descritto la scena di un incontro suggellato da un «bacio» tra Andreotti e Totò Riina.
Quando la discussione stava per concludersi, sono arrivati altri due collaboratori: uno ritenuto affidabile, Antonino Giuffrè, braccio economico di Bernardo Provenzano; e un altro accusato di essere un depistatore, Pino Lipari, consulente economico di Totò Riina. Hanno portato in aula due verità contrapposte.
Giuffrè ha confermato il ruolo di Andreotti quale «referente politico» di Cosa nostra. Lipari ha sostenuto invece che il senatore «non voleva neppure sentire parlare di mafia».

Ma quelle di Lipari sono state giudicate dall'accusa costruzioni divaganti e depistanti provocando la reazione della difesa che ha sostenuto che è stato ritenuto inattendibile l'unico collaboratore che «non ha accusato Andreotti». Per sentire Giuffrè e Lipari è stato necessario sospendere la discussione e riaprire l'istruzione dibattimentale, ultimo colpo di scena di una vicenda giudiziaria cominciata nel marzo di 10 anni fa con la richiesta di autorizzazione a procedere avanzata dalla Procura.  

Fonte: La Sicilia

2 maggio 2003
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