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Quando i sindaci andarono a Roma...

I Comuni d'Italia minacciano una mobilitazione permanente, se non verrà abrogato il decreto ''affossa comuni''

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Imporre una cura dimagrante a chi già è magro è evidentemente un nonsense. Eppure è quello che, nei fatti, ha deciso il governo nei confronti dei Comuni con più di 5.000 abitanti, delle Regioni e delle Province, con la manovra correttiva da 7,5 miliardi varata ad inizio luglio.
Berlusconi, quando è stato ministro dell'Economia ad interim, ha stabilito, al comma 11 dell'articolo 1, che la spesa "per consumi intermedi" degli enti locali non potrà superare l'ammontare annuo di quella sostenuta in media negli anni dal 2001 al 2003 ridotta del 10 per cento.

Un meccanismo simile era già stato adottato con le ultime due leggi Finanziarie. Solo che in questi casi i governi locali sapevano in anticipo i limiti di spesa a cui erano condizionati. La novità, che ha provocato la ribellione dei sindaci, risiede nel fatto che in corso d'opera, esattamente a metà anno, il governo ha deciso che alcune spese non possono essere più sostenute dagli enti locali, anche se approvate dai bilanci e rientranti in programmi già definiti.
Praticamente ha emesso un divieto a spendere.

Per i sindaci è stato un atto di dubbia correttezza costituzionale.

Una stima complessiva del salasso l'ha fatta l'Anci (Associazione nazionale dei Comuni d'Italia): un taglio del 10 per cento peserebbe per circa 1,4 miliardi di euro l'anno. "Un impatto insostenibile", sostiene l'associazione dei Comuni. Tanto più che per il 2004 il taglio dovrà essere realizzato in soli sei mesi.
In totale la spesa corrente annuale dei Comuni è pari a 35 miliardi di euro. All'interno di essa vi sono circa 14 miliardi per le prestazioni intermedie che dovrebbero essere ridotte, appunto del 10 per cento. Il che non può che tradursi in una sforbiciata ad ampio raggio. Si va dalla manutenzione delle strade a quella dell'illuminazione e dei giardini pubblici; dai contratti con le cooperative per la gestione delle mense degli asili nido, ai contratti per il trasporto scolastico.

Come dire, si tratta insomma di svitare le lampadine dai lampioni delle strade, di lasciare nei garage gli scuola-bus, di annunciare ai genitori che non ci sono più soldi per pagare le mense o per rifare i tetti degli asili. Di dire alla famiglie "arrangiatevi" se avete anziani o portatori di handicap in casa.

I sindaci italiani allora si sono molto arrabbiati.

L'altro ieri 200 di loro, provenienti da tutta Italia e con la fascia tricolore al petto hanno occupato per un sit-in di protesta la piazza davanti a Palazzo Chigi.
Insieme, duecento sindaci, che pur arrivando dalle grandi città o dai piccoli paesi, pur essendo espressioni di un voto di destra o di sinistra, si sono trovato coesi perché il decreto che contiene la manovra correttiva li mette tutti, indistintamente, sul lastrico. Una manovra inaccettabile sia perché imposta senza concertazione e quindi lesiva dell'autonomia degli enti, sia perché i bilanci dei comuni sono già stati fatti e non si può chiedere loro di ritornare indietro su spese già approvate, sia perché – come si suol dire - non c'è più niente da grattare in fondo al barile.

Quindi guidati dal presidente dell'Anci, Leonardo Domenici, hanno consegnato al governo un sacchetto con le "chiavi" delle città e chiesto di abrogare quelle quindici righe del decreto che chiedono loro ulteriori risparmi per 1500 milioni di euro (il governo dice sono solo 600).

La protesta, a dire il vero, non ha sortito grandi effetti: l'Anci è stata sì ascoltata in una audizione alla Commissione bilancio della Camera, ma mezz'ora dopo la scadenza del termine per la presentazione di eventuali emendamenti. E se il presidente della Camera Casini ha ricevuto una delegazione dimostrando "sensibilità", il presidente della Commissione Bilancio Giorgetti ha ammesso che la possibilità di un voto di fiducia sul decreto è "concreta" e il sottosegretario all'Economia Vegas ha confessato che "sarà difficile spostare i saldi per i Comuni".
La protesta delle amministrazioni dunque continuerà.
Oltre ai Comuni protestano anche le banche cui il decreto impone di incrementare i versamenti sulle somme riscosse: per l'Abi la pretesa è incostituzionale.

L'ennesimo atto incostituzionale di questo governo...

23 luglio 2004
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