Regalare libri anche a Natale: uno dei migliori auguri. Da ''la Repubblica'' qualche titolo da acquistare

Gli ultimi sondaggi natalizi ci dicono che tra i regali che sempre meno si acquisteranno quest'anno ci sono i libri. Se questo è vero a noi dispiace, perché pensiamo che regalare un libro (sempre, non soltanto a Natale) significa augurare qualcosa di veramente bello, perché nei libri c'è voglia di confronto, conoscenza e quindi speranza.
Noi vi invitiamo ad acquistarli e regalarli e vi consigliamo qualche particolare titolo, facendoci aiutare da un articolo di Dario Olivero pubblicato su la Repubblica.

Sbirri, mafia e terroristi: il nostro vero romanzo criminale
di Dario Olivero (Repubblica.it, 14 dicembre 2006)

IDDU - ''Gli pianto gli occhi addosso. Ne colgo subito lo sguardo dietro le lenti da miope. Penso alla faccia: è proprio lui, ci voglio credere. Ho esaminato decine di identikit in tutti questi anni. (...) Lo afferro per un braccio, lo prendo per i polsi, lo tengo fermo. Lui non reagisce, non dice niente. Ha stampato sulle labbra strette un sorriso beffardo''.
Sono le parole di Renato Cortese, il capo della Squadra. Semplicemente la Squadra. Quella che per otto anni, gli ultimi otto di 43 della lunga latitanza, ha avuto un unico obiettivo: porre fine alla latitanza del capo dei capi di cosa nostra Bernardo Provenzano. Il suo racconto di quegli ultimi momenti della caccia conclusasi a pochi chilometri da Corleone, dove il padrino viveva nel casolare che ha lasciato il mondo a bocca spalancata per la miseria e l'inadeguatezza rispetto allo stereotipo di imperatore del crimine che ne avevamo, sono raccolte nel libro ''Iddu. La cattura di Bernardo Provenzano'' (Baldini Castoldi Dalai, € 18,50). Enrico Bellavia e Silvana Mazzocchi hanno passato giornate intere con Cortese e si sono fatti raccontare la lunga caccia.
Una caccia passata attraverso intercettazioni impossibili, dettagli, mezze parole, sfumature dialettali, l'intuito femminile dell'unica donna della Squadra, appostamenti snervanti, ragionamenti, fallimenti, frustrazioni. Contemporaneamente hanno ricostruito la ragnatela storica di complicità che hanno consentito al ''ragioniere'' di sfuggire allo Stato per mezzo secolo. E hanno tentato di fare di più: rispondere alle domande che questo gigantesco pezzo di storia nascosta si lascia dietro: e adesso? Chi comanda adesso? Che peso ha quella ''borghesia mafiosa'' prosperata all'ombra di Provenzano? Dove è finito l'esercito sommerso che ha compiuto le grandi stragi di mafia? I famosi "pizzini" con i quali il boss ha governato per anni dal suo rifugio daranno nuove risposte? E quello Stato che sembra aver rialzato la testa con la cattura di Provenzano fino a che punto è indebolito dalla malttia?

CARABINIERE - Questa è una storia di veleni. Una storia alla Sciascia, una storia sbagliata nella quale il concetto olimpico di ragione, la pretesa illuminista alla verità, come accade nelle vicende di mafia, si perdono come l'acqua di un ruscello nella sabbia. Questo libro aggiunge un'altra voce, personale, intima, familiare, di parte. Un'altra ipotesi da aggiungere alle tante con la speranza che serva a inquadrare meglio la vicenda. Si intitola ''Uno sparo in caserma'' (Città del Sole, 12 €) di Daniela Pellicanò. Sottotitolo, ''il caso Lombardo''. E' il 4 marzo 1995. A Palermo un maresciallo dei carabinieri si spara con la pistola d'ordinanza nella sua auto. E' Antonio Lombardo, il suo nome è associato a luci e ombre. Le luci riguardano grandi inchieste di mafia e grandi risultati raggiunti come l'arresto di Totò Riina e, anche se non se ne farà mai nulla, l'aver convinto il boss Tano Badalamenti, in prigione negli Usa, a iniziare una prudente collaborazione con la giustizia. Le ombre sono quelle che, calunnie secondi i familiari del maresciallo sulle cui testimonianze si basa in gran parte il libro, vedrebbero Lombardo vicino, se non colluso con esponenti della mafia di Cinisi e Terrasini. Voci e sospetti che, rilanciati da una nota trasmissione in tv dall'allora sindaco di Palermo Leoluca Orlando, avrebbero contribuito, sempre secondo i familiari del carabiniere, a isolarlo e quindi a condannarlo a una morte che solo tecnicamente può essere definita suicidio. Tra luci e ombre esiste, essendo questa una storia siciliana, una zona crepuscolare in cui si incrociano infiniti interessi, movimenti, ordini non detti, leggi non scritte, protezioni saltate. In questa zona opera un maresciallo che frequenta mafiosi per raccogliere informazioni, ''per lavoro'', come diceva lui. Mafiosi che qualcuno definisce perdenti e quindi utili nella lotta contro quelli vincenti. Ma in questa storia si possono avere soltanto descrizioni dello stato delle cose e sperare di intercettare quella verità diversa da quella della ragione che ci fa intravedere il quadro senza giudicarlo.

UNA SUORA - Si chiamava Chiara Barillà, calabrese. Presi i voti divenne suor Teresilla. Una vita numero uno piccola e umile come serva di Maria riparatrice tra comunità, ospedale e pellegrinaggi. L'ultimo le fu fatale, venne investita da un'auto. Una vita numero due nelle carceri di massima sicurezza con un'altra missione che per lei era in fondo la stessa: gettare un ponte tra terroristi (rossi o neri) e le famiglie delle loro vittime, stabilire un contatto tra lo Stato e chi lo Stato voleva distruggere o stravolgere, riconciliare pezzi d'Italia schizzati in direzioni opposte. Nel libro ''Teresilla, la suora degli anni di piombo'' (Edizioni Paoline, 12 €) di Annachiara Valle, giornalista di Jesus e Famiglia Cristiana, scorre una galleria di testimonianze che, così come avvenne in vita, testimoniano quanto avanti fosse andato il lavoro di questa suora che si confessava a padre Adolfo Bachelet, fratello di Vittorio ucciso dalle Br: Cossiga, Scalfaro, Morucci, Faranda, Giusva Fioravanti, Franceschini, Curcio. Un libro forse non facile da digerire per chi non animato dalla stessa speranza di redenzione, ma un pezzo di quel grande discorso interrotto e sommerso che ogni tanto si mostra in pubblico con parole come ''indulto'', ''amnistia'', ''riconciliazione'', ''soluzione politica'', ''chiudere la stagione dell'odio''. Un discorso che, nel caso di Teresilla, era fatto a tutto tondo coinvolgendo instancabilmente tutti gli interlocutori.

MISERERE - Parma, Lodi, Voghera, ancora Parma, Pianosa, Ucciardone. Un lungo pellegrinaggio da un carcere all'altro per vent'anni e per di più i vent'anni più duri tra mafia, P2 e terrorismo. E' la storia raccontata da Cristina Zagaria in ''Miserere, vita e morte di una servitrice dello Stato'' (Flaccovio, 14,50 €). Armida Miserere era giovane, sportiva e tosta quando iniziò a lavorare come vicedirettrice del carcere di Parma, una delle prime donne a ricoprire questo ruolo in un mondo di maschi. Era preparata al lavoro e preparata a sopportarne pesi, solitudine e spaesamento. Il libro mette insieme i fatti di cronaca che messi uno vicino all'altro basterebbero, poi li raccorda romanzandoli, inserisce pensieri, pezzi di amicizie e ricordi di famiglia, riflessioni intime ricavate dal diario che Armida teneva e dalle lettere che scriveva. E soprattutto la storia d'amore con l'educatore carcerario che cadrà in un agguato di 'ndrangheta lasciandola stavolta sì sola. Definitivamente sola. Al punto che la dura vita che aveva sempre fatto inseguendo un'idea di carcere che tutti gli altri vedevano inconciliabile con la prima linea, divenne insostenibile. E lei decise di chiuderla.

16 dicembre 2006
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