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Ritornano le ''Talpe alla Dda''

I pm della Procura di Palermo hanno impugnato le condanne di Cuffaro e Aiello. ''Le loro posizioni sono più gravi''

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I pubblici ministeri della Procura di Palermo, Maurizio De Lucia e Michele Prestipino, hanno depositato ieri l'atto di appello alla sentenza emessa dal tribunale di Palermo, il 18 gennaio scorso, nell'ambito del cosiddetto processo alle "Talpe alla Dda", che vedeva imputati, tra gli altri, l'ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro e il manager della sanità privata siciliana Michele Aiello (LEGGI). Il ricorso della Procura riguarda le posizioni processuali di tre soli imputati su 14. I pm, infatti, hanno impugnato esclusivamente le condanne di Cuffaro, Aiello e dell'ex sottufficiale del Ros Giorgio Riolo. Il ricorso per  Riolo è stato presentato dai pm contro la decisione dei giudici di derubricare nel reato di favoreggiamento l'accusa di concorso in associazione mafiosa contestata all'ex sottufficiale del Ros.

Contestualmente all'appello i magistrati hanno depositato i verbali di interrogatorio del collaboratore di giustizia di Belmonte Mezzagno, comune in provincia di Palermo, Giacomo Greco, che contengono nuove accuse a carico del manager della sanità bagherese. Aiello è stato condannato a 14 anni di carcere per associazione mafiosa, rivelazione e utilizzazione di segreto d'ufficio, truffa, accesso abusivo al sistema informatico della Procura e corruzione; Cuffaro a 5 anni per favoreggiamento semplice e rivelazione di notizie coperte da segreto d'ufficio e Riolo a 7 anni per favoreggiamento, accesso abusivo al sistema informatico della Procura, rivelazione e utilizzazione di segreto d'ufficio, corruzione e interferenze illecite nella vita privata altrui.
Il processo di secondo grado non è stato ancora fissato.

Per i pm si aggravano, quindi, le posizioni di Aiello e di Cuffaro, per il quale, riguardo quest'ultimo, viene sostenuta l'esistenza dell'aggravante mafiosa. Dicono infatti i magistrati che l'ex governatore siciliano, facendo sapere ai boss che c'erano indagini su di loro, rivelando la presenza di microspie a casa del capomafia Giuseppe Guttadauro, voleva agevolare l'intera associazione mafiosa.
Nel ricorso di 34 pagine, depositato ieri mattina, i magistrati bacchettano la motivazione del verdetto relativa, appunto, all'aggravante, definendola "insufficiente" e ribadendo che, attraverso le fughe di notizie su inchieste antimafia in corso, l'ex presidente era intenzionato ad aiutare le cosche.
L'ex governatore, sostengono in sintesi i magistrati, era a conoscenza dello spessore criminale del boss Giuseppe Guttadauro e sapeva anche che il suo delfino, l'assessore comunale Mimmo Miceli, frequentava abitualmente la casa del capomafia.
Quando seppe dal suo collega di partito, l'ex carabiniere Antonio Borzacchelli, che i carabinieri indagavano su Guttadauro e avevano piazzato una cimice nel suo appartamento e lo rivelò a Miceli, dunque, "Cuffaro decise di agevolare non solo Guttadauro, ma l'intera organizzazione".
Accanto alle motivazioni personali, dunque, secondo i pm, "Cuffaro, che il sistema di pressione e sopraffazione mafioso conosce bene, ha nutrito un'ulteriore convinzione criminosa, ben sapendo che l'individuazione della microspia presso la casa del boss avrebbe avuto quale effetto la salvaguardia di quel sistema, impedendo di fatto lo smantellamento dell'organizzazione sul territorio".

In uno dei passaggi salienti dell'appello depositato dai pm, De Lucia e Prestipino scrivono: "Cuffaro era ed è un uomo politico di cui Cosa nostra, e in particolare Provenzano, sostanzialmente apprezzava la linea politica definita di vecchio stampo clientelare e ritenuta utile nel contesto di quella strategia della sommersione adottata dopo le stragi e che trova nell'intermediazione e nell'inserimento del mafioso in ogni profilo della vita sociale ed economica (ed in particolare nelle amministrazioni pubbliche) uno dei suoi momenti essenziali".
"L'imputato - aggiungono i due magistrati - non poteva non essere consapevole di questa 'benevolenza' dell'associazione mafiosa che si sostanziava, almeno in parte, in appoggio elettorale".
De Lucia e Prestipino fanno riferimento, nelle loro conclusioni, alle dichiarazioni dei pentiti Nino Giuffrè e Maurizio Di Gati da cui "emerge la decisione di Cosa nostra di appoggiare la candidatura di Cuffaro" per un giudizio positivo della mafia sulla sua politica e per la convinzione di Cosa nostra che era il candidato che avrebbe comunque vinto le elezioni.

"Aiello era un uomo di Provenzano" - Come si diceva all'inizio, oltre alla condanna dell'ex presidente della Regione la procura ha impugnato anche quella dell'ex manager della sanità privata Michele Aiello ritenendo inadeguata la pena di 14 anni inflittagli dal collegio. Per i magistrati vista la gravità dei fatti contestati all'imprenditore, accusato di associazione mafiosa, doveva essergli comminata una pena più severa. Inoltre contro Aiello sono state lanciate nuove pesanti accuse dal neopentito Giacomo Greco, genero del capomafia di Belmonte Mezzagno Ciccio Pastoia, fedelissimo di Bernardo Provenzano, morto suicida in carcere.
"L'ingegnere Aiello è stato sempre una persona di fiducia di Bernardo Provenzano. Era una persona che interessava allo zio Binu. Tutto quello che faceva Aiello era per Provenzano".
I verbali di interrogatorio resi dal collaboratore di giustizia a giugno scorso sono stati depositati dai pm De Lucia e Prestipino, pubblica accusa al processo alle "Talpe", insieme all'atto di appello alla sentenza a carico di Aiello.
Greco, che per anni è stato inserito, anche per vincoli di affinità, nella famiglia di Belmonte, stretta alleata di Provenzano, racconta di avere conosciuto Aiello nel 1990, attraverso il suocero, e di avere saputo, dalla famiglia Pastoia, che era "uomo di Provenzano". Per oltre 10 anni, il manager avrebbe ricevuto, proprio per il tramite dei Pastoia, "pizzini" da parte del capomafia corleonese.

L'imprenditore, negli anni '90 impegnato nella costruzione di diverse strade interpoderali della provincia di Palermo, poi titolare della clinica villa Santa Teresa, centro diagnostico d'eccellenza di Bagheria, partecipò nel 1990 anche al matrimonio di Greco. Le foto del ricevimento, però, non esisterebbero più perchè Greco le avrebbe distrutte temendo perquisizioni.
Il pentito ha raccontato ai pm di avere accompagnato l'ingegnere dal suocero in più di 10 occasioni, fino all'arresto di Pastoia, nel 1995. Ad alcune riunioni avrebbero partecipato anche i boss di Bagheria Nicola Eucaliptus e Onofrio Morreale. Secondo Greco, Provenzano sarebbe stato interessato a tutte le attività economiche di Aiello.
Infine, sempre secondo quanto riferito dal collaboratore, agli inizi del 2000, il manager e il boss di Belmonte sarebbero stati cointeressati alla costruzione di alcune strade a Torino. 

[Informazioni tratte da ANSA, La Siciliaweb.it]

 

1 ottobre 2008
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