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Semplice offesa? No, vero reato!

Dire "non hai le palle" è una frase ingiuriosa perseguibile dalla legge

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Se durante un'accesa discussione ci si rivolge al proprio interlocutore apostrofandolo con la frase "non hai le palle" si rischia una condanna per ingiuria e un conseguente risarcimento dei danni alla persona offesa. È questa la sentenza depositata recentemente dalla Cassazione che ha per questo annullato, con rinvio al giudice civile, l'assoluzione pronunciata dal tribunale di Potenza nei confronti di un giudice di pace di Brindisi.
L'imputato era stato accusato di ingiuria ai danni di un avvocato, per avergli rivolto la frase incriminata. Inizialmente il giudice di merito del tribunale di Taranto, dove era avvenuta la disputa, considerando il fatto che l'imputato e la parte offesa sono cugini, aveva minimizzato l'accaduto dicendo che si trattava soltanto di una "contesa familiare". Ma la parte lesa non la pensava allo stesso modo ed è voluta andare fine in fondo. Non si è accontentata del verdetto del tribunale potentino e si è rivolta alla Cassazione che ha accolto il ricorso, annullando la pronuncia del giudice del capoluogo della Basilicata.

La Suprema Corte ha deciso, infatti, che nonostante l'evoluzione del linguaggio verso la "volgarizzazione delle modalità espressive", chi pronuncia queste parole commette il reato di ingiuria perché mette in dubbio non tanto la virilità dell'avversario quanto la sua determinazione e coerenza, "virtù che a torto o a ragione continuano a essere individuate come connotative del genere maschile". "A parte la volgarità dei termini utilizzati - si legge, infatti, nella pronuncia - l'espressione ha una evidente e obiettiva valenza ingiuriosa, atteso che con essa si vuole insinuare non solo e non tanto la mancanza di virilità del destinatario, ma la sua debolezza di carattere, la mancanza di determinazione, di competenza e di coerenza, virtù che, a torto o a ragione, continuano ad essere individuate come connotative del genere maschile".
Inoltre, il fatto che l'ingiuria è stata pronunciata in un "contesto lavorativo" - l'ufficio giudiziario - "a voce alta" e "udibile anche da terze persone", mette in luce, secondo i giudici, "il pericolo di lesione della reputazione" della parte offesa, il quale "non poteva essere aprioristicamente escluso sulla base di una pretesa evoluzione del linguaggio e volgarizzazione delle modalità espressive". [Repubblica.it]

 

 

16 agosto 2012
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