Si è chiuso il ''processo del secolo''

La Cassazione ha definitivamente chiuso il processo contro Giulio Andreotti: Assolto

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"Sono soddisfatto di essere arrivato vivo alla fine di questo processo. Qualcuno voleva che togliessi il disturbo, ma non l'ho fatto".
Sono le prime parole con cui il senatore a vita Giulio Andreotti ha commentato la sua assoluzione.

Il cosiddetto "processo del secolo" è stato definitivamente consegnato alla storia, proprio come un anno fa era stata definitivamente consacrata dalla Cassazione l'innocenza di Andreotti riguardo al delitto Pecorelli, con la cancellazione dell'infamante condanna a 24 anni di reclusione emessa dai giudici di secondo grado di Perugia, che avevano ritenuto lo statista mandante dell'omicidio del giornalista di Op.
I giudici della seconda sezione penale della Corte di Cassazione, chiamati a pronunciarsi sui rapporti di Andreotti con le cosche siciliane, hanno rigettato sia il ricorso della Procura Generale di Palermo, sia il ricorso dello stesso Andreotti, e con un dispositivo lungo poco più di una sola riga, hanno condiviso le conclusioni dei giudici di secondo grado ed hanno chiuso definitivamente il processo.

I giudici palermitani di secondo grado operarono una divisione del capo di imputazione, che non fu solo tecnica, distinguendo tra i fatti accaduti fino al 1980 e quelli successivi.
L'analisi dei primi non fu favorevole al senatore a vita, che - secondo i giudici - avrebbe manifestato verso i boss una "amichevole disponibilità", con la conseguenza giuridica della dichiarazione di prescrizione del reato, e non dell'assoluzione. L'atteggiamento di Andreotti verso la mafia sarebbe poi mutato, tanto che per i fatti successivi al 1980 i giudici si pronunciarono per l'assoluzione (sia pure mantenendo il richiamo all'art. 530 secondo comma, la vecchia formula dell'insufficienza di prove).

In una conferenza stampa convocata a palazzo Giustiniani subito dopo la sentenza, il senatore ha ripercorso la sua lunga vicenda giudiziaria, iniziata 12 anni fa.
"Il momento più brutto è stato all'inizio, perché era imprevisto - ha detto -. Per alcune settimane temetti di non farcela. Poi uscii fuori e vidi le stesse facce di prima che mi salutavano e non si voltavano dall'altra parte. L'opinione pubblica mi ha molto aiutato. E anche la fede religiosa".

Dure le parole che il sette volte presidente del Consiglio ha riservato ai magistrati che lo accusavano di rapporti con la mafia.
"Molti episodi mi hanno lasciato sconcertato: ho visto delle forme di tale manipolazione dei collaboratori di giustizia che spero di dimenticare". "Oggi voglio sottolineare la grande libertà dimostrata dai giudici della Cassazione: non perché gli altri non lo siano, ma perché in altre zone ho visto, in alcune udienze, dei condizionamenti che hanno poco a che fare con il diritto". "Io ho sempre dormito tranquillo - ha aggiunto -, forse qualcun altro dormiva meno perché sapeva di aver messo in piedi qualcosa che non aveva fondamento".

"Il processo è stato molto lungo - ha detto Andreotti, definendo "non molto ragionevoli" i tempi della causa -. E' stato un processo che ha raggiunto un milione e trecentomila pagine, rasentiamo l'Enciclopedia italiana. Comunque non abbiamo mai cercato scorciatoie", ha sottolineato. "Mi sono assoggettato alla giustizia, come era mio dovere di cittadino".

Il senatore ha fatto anche un bilancio della sua attività politica: "Ho sempre combattuto la mafia e tutti i miei atti da presidente del Consiglio lo dimostrano", ha detto, ricordando in particolare il decreto legge per impedire la scarcerazione dei mafiosi allo scadere dei termini di carcerazione preventiva.
"Ricordo molto bene l'attacco che subii dai comunisti e da Violante in quella occasione", ha detto. "Quello che ho fatto per il paese è evidente. Ma non credo - ha aggiunto - che la mia vicenda abbia cambiato la storia italiana. Forse - ha detto riferendosi alla classe politica spazzata via dalle inchieste degli anni Novanta -, fisiologicamente eravamo stanchi: del resto siamo durati quarant'anni, il doppio di Giolitti e del fascismo".
"E ora - ha concluso il senatore a vita - fatemi tornare da mia moglie, sennò chissà cosa pensa".

"Ci auguriamo che la sentenza della Cassazione che, nel confermare quella di Appello, riconosce la fondatezza storica delle condotte contestate al senatore Andreotti sino alla primavera del 1980, induca coloro che in questi anni hanno formulato ingiuste accuse, a rimeditare la propria posizione". Lo affermano i pm di Palermo che hanno istruito il processo al senatore Giulio Andreotti, i procuratori aggiunti Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte e il sostituto Gioacchino Natoli.
"Questa sentenza è un' ulteriore conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che abbiamo ragionato sempre sui fatti processuali. Chi in questi anni ci ha accusato di aver fatto teoremi o altro, riversandoci addosso calunnie, spero adesso la finisca". Questo è quanto affermato l' ex procuratore di Palermo, Gian Carlo Caselli, che istruì il processo assieme a Guido Lo Forte e ai pm Roberto Scarpinato e Gioacchino Natoli.
Caselli ha aggiunto: "Siamo sereni come sempre perché consapevoli di aver fatto sempre e soltanto il nostro dovere di magistrati anche nei momenti più tormentati e difficili". «La Cassazione - ha concluso Caselli - ha poi ha confermato la sentenza di appello anche nella parte che dichiara prescritto il reato commesso, concretamente ravvisabile a carico dell'imputato fino alla primavera del 1980".

Per quanto riguarda l'entità delle spese processuali che dovrà pagare lo statista in base a quest'ultima sentenza della Suprema Corte, l'avvocatessa Giulia Bongiorno, difensore di Giulio Andreotti, ha fatto una precisazione: "Le spese processuali di cui parla il dispositivo della sentenza si riferiscono solo ed esclusivamente alle spese ordinarie relative al rigetto del ricorso proposto in Cassazione. Nessun risarcimento miliardario, dunque, ma solo qualche spicciolo".

16 ottobre 2004
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