Sulla confisca dei beni mafiosi...

Il tribunale di Palermo ha confiscato ieri ad un favoreggiatore di Bernardo Provenzano beni per 10 milioni di euro

Il tribunale di Palermo, sezione misure di prevenzione, ha emesso ieri un provvedimento di confisca di beni per circa 10 milioni di euro nei confronti dell'imprenditore Simone Castello, 60 anni, ritenuto un favoreggiatore del boss Bernardo Provenzano.
L'imprenditore è stato coinvolto nell'operazione Grande Oriente del 1998 condotta dai carabinieri secondo cui Castello si occupava di recapitare i pizzini per conto di Provenzano e di riciclare denaro di Cosa Nostra.
La confisca riguarda le società agricole Salpa Srl e Gaia Srl entrambe con sede a Villabate e operative nel settore della commercializzazione di prodotti agricoli; un complesso immobiliare, costituito da più unità, adibito a opificio; 30 vasti appezzamenti di terreno, di cui 2 edificabili e 9 sui quali ci sono fabbricati rurali, nei comuni di Bagheria (Pa), Vittoria (Rg), Comiso (Rg), Chiaramonte Gulfi (Rg) e Villabate (Pa), per complessivi 90 ettari circa; una villa a Bagheria.
Il tribunale di Palermo ha disposto a carico di Simone Castello l'applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel comune di residenza per 3 anni e 6 mesi.

E a proposito di confische di beni mafiosi non si placa la polemica sull'emendamento inserito nella Finanziaria 2010 con il quale vengono stanziati i fondi per la sicurezza (100 milioni), che saranno coperti, in parte, dalla vendita di immobili confiscati alla mafia. Un comma dell'emendamento prevede infatti la possibilità di vendere i beni che non sono utilizzabili a fini sociali e destinare le entrate per il 50% al ministero dell'Interno e per il 50% al ministero della Giustizia "per assicurare il funzionamento e il potenziamento degli uffici giudiziari e degli altri servizi istituzionali".
Secondo il senatore del Partito democratico, Giuseppe Lumia, componente della Commissione parlamentare antimafia: "L'aggressione ai patrimoni è una delle migliori strade nella lotta alle mafie, soprattutto quando si raggiunge il riuso sociale dei beni al servizio dei cittadini". "L'emendamento del governo - ha aggiunto Lumia - rischia di far cadere i beni di nuovo nelle mani dei boss e smorza il valore simbolico/culturale della confisca e del riuso. Attraverso il riuso sociale, infatti, i beni vengono gestiti dalle associazioni di volontariato che operano nei settori del disagio sociale, dalle cooperative sociali che attraverso la creazione di posti di lavoro recuperano soggetti a rischio, dalle organizzazioni che offrono servizi di promozione e crescita civile e culturale alla comunità. Molti altri beni, inoltre, vengono utilizzati dallo Stato come caserme, scuole, uffici pubblici, producendo un notevole risparmio di risorse". "Ritengo più utile - ha concluso il senatore del PD – un maggiore investimento per recuperare i beni confiscati alle mafie e metterli subito a disposizione delle istituzioni, della società civile e dell’economia sana del nostro Paese".

Per il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, le querelle sull'emendamento sono "polemiche assolutamente fuori luogo e infondate". "Il meccanismo - ha spiegato Maroni - è semplice: il bene confiscato deve essere preventivamente destinato a scopi sociali e questo lo decide il prefetto; se il prefetto ritiene che il bene si può mettere all'asta, mette in atto tutte le precauzioni perchè non finisca in mani mafiose. Se c'è questo rischio - ha aggiunto - il bene non viene venduto, ci mancherebbe altro". Il ricavato della vendita, ha concluso, "va per metà alla forza di polizia e per metà al ministero della Giustizia".

Si è subito detto contrario alla norma don Luigi Ciotti, fondatore della rete antimafie Libera. Don Ciotti ha fatto un appello pubblico a tutte le forze politiche affinchè "la Camera cancelli la norma sulla vendita dei beni confiscati" ai boss mafiosi introdotta dal Senato nella legge finanziaria. "Con l'emendamento votato al Senato che consente la vendita dei beni immobili confiscati alle mafie - ha denunciato don Ciotti - viene di fatto tradito l'impegno assunto con il milione di cittadini che nel 1996 firmarono la proposta per la legge sull'uso sociale dei beni confiscati alla mafia e la loro restituzione alla collettività. Il divieto di vendere questi beni è un principio che non può e non deve, salvo eccezioni, essere messo in discussione. Se l'obbiettivo è quello di recuperare risorse finanziarie strumenti già ce ne sono, a partire dal "Fondo unico giustizia" alimentato con i soldi "liquidi" sottratti alle attività criminali, di cui una parte deve essere destinata prioritariamente ai famigliari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia". "Ma è - ha spiegato don Ciotti - un tragico errore vendere i beni correndo di fatto il rischio di restituirli alle organizzazioni criminali, capaci di mettere in campo ingegnosi sistemi di intermediari e prestanome e già pronte per riacquistarli, come ci risulta da molteplici segnali arrivati dai territori più esposti all'influenza dei clan. Facciamo un appello a tutte le forze politiche perché questo emendamento, che rischia di tradursi in un ulteriore "regalo" alle mafie, venga abolito nel passaggio alla Camera".

[Informazioni tratte da La Siciliaweb.it, Ansa, Corriere.it]

18 novembre 2009
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