Terremoti ed eruzioni

Fine settimana movimentato per la Sicilia: scosse sismiche tra Palermo, Enna e Messina ed eruzioni dell'Etna e dello Stromboli

La Sicilia ha avuto un fine settimana... movimentato. Sabato mattina, tra Caltanissetta e Palermo si è registrata una scossa di terremoto di magnitudo 3.9 gradi della scala Richter. Le località prossime all'epicentro sono state Vallelunga Pratameno, Villalba e Valledolmo. Molta paura, per gli abitanti dei paesi vicini all'epicentro, ma nessun danno. Ieri mattina, domenica 8 novembre, la terra è tornata a tremare con due eventi sismici di magnitudo 3 e 4.2, rispettivamente alle 7.50 e un minuto dopo, scosse che hanno svegliato e portato in strada gli abitanti di diversi paesi dei Nebrodi, tra le province di Messina e Enna.
Gli esperti dell'Istituto Nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) hanno escluso che i due eventi siano tra loro collegati.

Le due scosse sono stati violente e nettamente avvertite dalle popolazioni della zona epicentrale, è hanno creato parecchia tensione tra gli abitanti di Capizzi, Cerami, Troina, Cesarò e Caronia. Il terremoto è stato avvertito distintamente anche ad Enna, Gagliano, Castelferrato e Nicosia, sempre nell'Ennese, e persino in provincia di Palermo, a Lascari e Cefalù. "È stata una scossa che sembrava non finire mai: è durata oltre dieci secondi, che sono sembrati infiniti" ha commentato un abitante di Troina, nell'Ennese, che insieme a moglie e figli ha trascorso la mattinata in auto in uno spiazzo "perchè non si sa mai". Ma i due eventi seppure di grande energia, in particolar modo il secondo, secondo le ricognizioni della Protezione civile regionale, non hanno creato danni a cose o persone, a parte la paura.
A tremare è stata la faglia sismica che attraversa i Nebrodi, nella zona nord-orientale della Sicilia. Il primo evento, secondo i rilievi dell'Ingv di Catania, ha avuto un ipocentro a 4,1 chilometri di profondità, mentre il secondo a 21,9 chilometri. La differenza di profondità e la vicinanza tra i due terremoti ha fatto sembrare agli abitanti delle zone interessate che fosse un solo evento e la sensazione che fosse un "evento che sembrava non finire mai".
Dopo le scosse la Protezione civile regionale ha avviato i controlli di rito e in particolare ha monitorato la diga dell'Ancipa, un invaso artificiale nell'Ennese che si trova nell'epicentro del sisma, tra Troina e Cerami, e che approvvigiona diversi Comuni tra le province di Enna, Caltanissetta e Catania. Ma non sono state riscontrate alterazioni.

Sempre gli esperti hanno escluso qualsiasi relazione con la ripresa dell'attività stromboliana dell'Etna da una frattura del cratere di Sud-Est che è tornato in attività la sera di venerdì scorso a quattro mesi esatti dalla conclusione dell'ultima eruzione.
Dalle 21.24 di venerdì, 6 novembre, da una bocca interna a una depressione del fianco basso del cratere di sud-est è ripresa una nuova attività stromboliana con boati che hanno accompagnato il lancio di brandelli incandescenti di lava per un'altezza di una decina di metri.
L'Ingv di Catania ha inoltre osservato una debole emissione di cenere lavica 'diluita' che è ricaduta nella zona sommitale del vulcano, in un raggio di una decina di metri. Gli esperti hanno infine sottolineato che non ci sono pericoli per i centri abitati.
Secondo i primi dati rilevati dall'Ingv dalla ripresa dell'attività stromboliana il vulcano attivo più alto d'Europa avrebbe emesso 7 mila tonnellate di anidride solforosa.


L'Etna fotografato da Thomas Reichart

Anche lo Stromboli si è risvegliato, esattamente ieri alle 13.30, un risveglio molto rumoroso avvertito in tutto l'abitato. L'esplosione è stata seguita da un'onda d'urto e da un breve lancio di massi e lapilli nella zona alta dell'isola. Fortunatamente non vi sono stati né feriti né danni ma solo tanta paura. Secondo gli esperti si è trattato di un'esplosione isolata e tutto è subito rientrato nella normalità.
L'aumento del tremore sul vulcano Stromboli, è stato registrato dall'Ingv di Catania alle 14.15 ed è continuato per circa 15 minuti. C'è stata una singola esplosione che ha prodotto una nube alta oltre 350 metri sopra la terrazza craterica, che si è espansa rapidamente verso sud-est.
La nube eruttiva, secondo i vulcanologi dell'Ingv di Catania, è composta principalmente da materiale juvenile caldo che ha prodotto anche un deposito caldo sul fianco orientale del cratere sommitale. L'evento ha avuto origine dal cono di scorie del settore centrale della depressione craterica. L'esplosione ha frammentato il fianco orientale del conetto ed è stata seguita da una attività esplosiva pressochè continua ma di intensità medio-bassa. Il flusso lavico si è espanso rapidamente verso Nord-Est accumulandosi nella porzione centrale del fondo craterico, e nel giro di pochi minuti ha raggiunto una lunghezza stimata in circa 60 metri.

Il 91% dei comuni siciliani è a rischio sismico - Sono 3060 i comuni italiani che presentano un grado di sismicità medio-alto, pari al 38 per cento del totale, e tra questi le due aree metropolitane di Messina e Reggio Calabria. A scattare la fotografia dell'Italia in relazione alle zone sismiche è il rapporto "I Comuni Italiani 2009", realizzato dalle Fondazioni Anci Ricerche Cittalia e Ifel, presentato alla 26/a Assemblea Anci.
Il panorama che emerge dalla suddivisione dei comuni italiani in quattro classi in relazione al grado di sismicità (alto, medio, basso, molto basso) è piuttosto eterogeneo, e si spazia da regioni come la Calabria in cui i Comuni ad alto-medio rischio sono il 100 per cento, a regioni in cui il rischio è pari allo zero, come in Valle d'Aosta, Trentino Alto Adige e Sardegna. Eccetto alcune aree delle Alpi centrali e della Pianura Padana, oltre al tratto costiero della Toscana, le zone più colpite dai sismi per frequenza e intensità, come le Alpi orientali, l'Appennino Centro-meridionale, l'Arco calabro e la Sicilia orientale, fanno dell'Italia una delle zone più sismiche del Mediterraneo.
Sono sostanzialmente quattro le regioni che si attestano su percentuali pari o superiori al 90 per cento: la Campania, al 90 con 496 comuni ad alto-medio grado; la Sicilia, al 91 con 356 Comuni; le Marche, con il 95 e 234 Comuni; la Basilicata, con il 96 e 126 Comuni. Ed è proprio nella fascia appenninica che si rileva il maggior grado di sismicità, tanto che il 60 per cento dei comuni di Toscana (totale sismicità regionale 65), Umbria (75), Marche, Lazio (77), Abruzzo (82), Campania, Molise (89) e Basilicata sono concentrati nelle classi a più alto rischio. Tra i comuni metropolitani a rischio medio compaiono Firenze, Napoli, Catania e Palermo, mentre Bologna, Roma e Bari registrano un basso grado di sismicità, che le avvicina a quelle con grado molto basso di Torino, Trieste, Venezia, Milano, Genova e Cagliari.
Dal rapporto emerge l'assenza di stretta correlazione tra la distribuzione dei comuni per classi di ampiezza demografica e il fenomeno sismico. Dall'analisi risulta che circa un terzo dei comuni italiani in ciascuna delle sette fasce prese in considerazione presenta un rischio medio-alto di sismicità, in linea quindi con la percentuale nazionale. Il valore assoluto più consistente rispetto ai comuni ad alta sismicità è quello relativo ai comuni più piccoli, ben 370 sotto i 2 mila abitanti, seguiti dai 228 con meno di 5 mila abitanti, dai 69 comuni con meno di 10 mila abitanti, i 29 sotto ai 20 mila abitanti, gli 8 che non raggiungono i 60 mila cittadini e i 6 tra i 60 mila e i 250 mila. I 12 comuni con oltre 250 mila abitanti distribuiti equamente nelle classi a rischio medio, basso e molto basso. Le regioni meno esposte ai rischi legati alla sismicità sono il Piemonte e la Lombardia, al 3 per cento, la Liguria e il Veneto, rispettivamente al 14 e 15 per cento, Puglia e Emilia Romagna, che si attestano a 26 e 31 per cento. I comuni appartenenti a quest'ultima classe sono 3487, pari al 43 per cento del totale, oltre il doppio di quelli a grado basso, che sono 1551, pari al 19 per cento. [Informazioni tratte da La Siciliaweb.it, Repubblica/Palermo.it, Ansa.it]

I TERREMOTI DIALOGANO TRA LORO - In attesa di conoscere i risultati della Commissione internazionale di sismologi voluta dal Capo del Dipartimento della Protezione Civile, Guido Bertolaso, all’indomani del terremoto di L’Aquila, con l’obiettivo di valutare le conoscenze attualmente in possesso della comunità scientifica a livello globale sulla previsione dei terremoti e per elaborare linee guida condivise in merito alla previsione e prevenzione del rischio sismico, Massimo Cocco, dirigente Istituto Nazionale di geofisica e vulcanologia, ha gentilmente risposto a qualche domanda per aiutarci a capire i segreti del terremoto, gli effetti sulla geografia degli abissi del nostro pianeta e sui fluidi naturali profondi: come quelli che alimentano le zone idrotermali, formati da acqua mescolata ad anidride carbonica, anidride solforosa, o quelli ceduti da magmi contigui a questi fluidi.

D. Che cosa genera i terremoti?
R. I terremoti sono causati dall’incapacità di determinate zone della litosfera terrestre (denominate "faglie") di sostenere gli sforzi tettonici accumulati nel tempo. Il terremoto si origina in una piccola porzione della faglia e si propaga per decine o centinaia di chilometri lungo queste superfici di frattura. L’energia accumulata per decine o centinaia di anni è rilasciata in pochi secondi o minuti. Questo genera l’emissione delle onde sismiche che si propagano nella Terra e che, giunte in superficie, causano danni e distruzione all’ambiente antropico.
D. I terremoti si ripetono nel tempo nelle stesse aree?
R. Una faglia (o struttura sismogenetica) è in grado di generare nel tempo diversi forti terremoti ed è sede di più frequente microsismicità. I terremoti non si succedono con frequenza costante e il loro periodo di ricorrenza varia nel tempo. Questo spiega perché l’occorrenza di forti terremoti è concentrata in determinati intervalli temporali. E può essere osservato nella maggior parte delle zone sismogenetiche nel mondo: ad esempio sia nella zona di Sumatra sia in Italia, dove il numero di forti terremoti tra il 1600 e 1800 è notevolmente superiore a quello dei due secoli successivi. Queste fluttuazioni temporali dell’occorrenza dei forti terremoti sono determinate da diverse cause, tra le quali devono essere certamente incluse le perturbazioni che un forte evento sismico genera nello spazio circostante.
D. I terremoti "dialogano tra loro"?
R. Certamente, da un punto di vista scientifico, "si parlano". In altre parole, un forte terremoto in una zona sismogenetica perturba lo stato meccanico di altre zone sismogenetiche circostanti. Questa perturbazione è concentrata nelle immediate vicinanze dell’area colpita dall’evento sismico. Poiché le dimensioni di una faglia sismogenetica crescono con la magnitudo dell’evento sismico (la lunghezza di una faglia varia da 10-20 Km per un terremoto di magnitudo 6 fino a diverse centinaia di Km per un evento sismico di magnitudo superiore a 8), le dimensioni dell’area perturbata crescono con la magnitudo del terremoto. La più evidente manifestazione di questa perturbazione sono le repliche (comunemente chiamate scosse di "assestamento" o aftershocks), che si manifestano nei minuti, giorni e mesi successivi all’evento sismico.
D. Quali effetti secondari possono produrre i terremoti?
R. I terremoti possono attivare la circolazione di fluidi naturali profondi, i quali a loro volta possono influenzare la frequenza e la distribuzione spaziale delle repliche. La sequenza sismica che ha colpito l’Appennino Umbro-Marchigiano nel 1997 costituisce un chiaro esempio di questi processi. Infatti, durante questa sequenza sismica diverse scosse di terremoto di magnitudo confrontabile si sono succedute dal settembre 1997 ad aprile 1998. La perturbazione causata da un forte evento sismico si può tuttavia manifestare anche a grandi distanze dalla zona focale sia nei minuti successivi, in concomitanza con il passaggio delle onde sismiche, sia su tempi più lunghi determinati da complessi processi di rilassamento della crosta profonda o del mantello terrestre.
D. La ricerca scientifica studia i fenomeni di interazione tra faglie sismogenetiche da diversi anni: quali sono i risultati?
R. Sono stati ottenuti importanti risultati che testimoniano un progresso sostanziale nella comprensione dei processi fisici che governano l’occorrenza dei terremoti, e quindi i tassi di accadimento. Ad esempio è stato dimostrato che l’andamento spaziale e temporale della sismicità durante la sequenza Umbro-Marchigiana è stato condizionato dalla presenza di fluidi profondi e dalla perturbazione causata dai ripetuti terremoti.
D. Allora se i terremoti si "parlano" perché non possiamo ancora prevederli con certezza scientifica?
R. L’aver dimostrato che le faglie sismogenetiche interagiscono non costituisce una dimostrazione che un terremoto sia causato dalla perturbazione generata da un evento precedente. In altre parole, se ci riferiamo ai recenti terremoti delle isole di Samoa e Sumatra, non è corretto affermare che quest’ultimo non sarebbe accaduto senza l’evento precedente. Infatti, i recenti risultati sull’interazione a distanza tra forti terremoti suggeriscono che gli effetti delle perturbazioni sono rilevanti solo quando la faglia che subisce tale perturbazione è prossima a generare un terremoto.
D. Cioè?
R. Vale a dire che gli effetti della perturbazione sono evidenti lungo quelle strutture sismogenetiche mature o sufficientemente cariche da essere prossime alla frattura, quindi in condizioni di forte instabilità. Inoltre, l’effetto della perturbazione si può manifestare anche attraverso l’aumento del numero di micro - terremoti, e non necessariamente nell’occorrenza di una forte scossa. Infine, i risultati delle ricerche scientifiche sull’interazione tra terremoti non hanno raggiunto ancora quel livello di verifica e convalida attraverso opportune analisi statistiche necessarie per applicare questi risultati alla società. (Nicola Facciolini Agenzia Internazionale Stampa Estero)

 

 

 

 

 

 

9 novembre 2009
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