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Uccidere Falcone a tutti i costi

Il pentito Giovanni Brusca ha raccontato i tanti progetti di Cosa nostra per far fuori Giovanni Falcone

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"Sulla strage di Capaci il dominus ero io". Così il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, parlando della fase di preparazione dell'attentato dell'autostrada Palermo-Mazara del Vallo in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta.
Il pentito ha deposto in collegamento video con l'aula bunker del carcere di Rebibbia nel secondo processo per l'attentato del 23 maggio del 1992 alla Corte di Assise di Caltanissetta.
Il racconto si è soffermato sulla preparazione dell'esplosivo che si svolse in parte "nella villetta di Antonino Troia" in cui "non c'erano persone estranee a Cosa nostra". Brusca ha poi riferito di aver effettuato anche diversi sopralluoghi nel cunicolo sottostante all'autostrada in cui venne sistemato il tritolo per la strage: "Una sera abbiamo anche attraversato a piedi l'autostrada - ha raccontato - per andare dall'altra parte e controllare se c'era il rischio che qualcuno avrebbe potuto scoprire l'esplosivo".

"Subito dopo la sentenza del maxiprocesso, Cosa nostra decise di fare pulizia. A lamentarsi per gli ergastoli che vennero inflitti non furono solo alcuni condannati ma anche Totò Riina, il quale prima di prendere qualsiasi decisione voleva attendere l'esito della Cassazione. Tuttavia, già nell'87 era stato deciso di eliminare sia Falcone che Paolo Borsellino, poi ucciso il 19 luglio sempre del '92. Falcone era considerato un ostacolo per Cosa nostra. Indagava e scopriva troppe cose".
"In occasione del maxiprocesso, volevamo l'assoluzione di tutti. Volevamo l'immunità, ma - ha aggiunto - c'era già sentore che le cose, non sarebbero andate per il verso giusto. Non era stata trovata nessuna via per raggiungere uno dei componenti della Corte. Le sensazioni vennero poi confermate dalla sentenza".

L'ex boss di San Giuseppe Jato, si è poi soffermato sulle riunioni della commissione di Cosa nostra svoltisi agli inizi degli anni '90: "Sono certo di aver preso parte a tre riunioni plenarie della Commissione, svoltisi fra il '90 ed il '91. Ho partecipato alla riunione degli auguri di Natale, a quella sulla spartizione dei lavori pubblici e quella sull'assalto ai tir. Nel febbraio del 92, nel corso di un'altra riunione, venne ribadita, ancora una volta, la decisione di eliminare Falcone. Io - ha detto Brusca - in quell'occasione presi coscienza di essere entrato nelle grazie di Riina perché dovevo essere fra coloro che dovevano uccidere Falcone. Fu proprio nelle riunioni ristrette, e fra queste c'è anche quella del febbraio del '92 - ha sottolineato il teste rispondendo ad una domanda dell'avvocato Flavio Sinatra - che si iniziarono a fare anche i nomi di alcuni politici che dovevano essere eliminati".
Brusca ha anche ribadito di non sapere nulla dell'omicidio del giudice Antonino Scopelliti, avvenuto nell'agosto del '91. "Al di là dello stretto di Messina - ha spiegato l'ex boss - ognuno può fare quello che vuole".

"Nessun soggetto estraneo a Cosa Nostra è mai intervenuto nella fase esecutiva dell'attentato al giudice Giovanni Falcone. Per la strage di Capaci io ero l'unico 'dominus'. Tutto passava sotto la mia osservazione" ha poi aggiunto. "Solo Cosa Nostra - ha ripetuto l'ex boss di San Giuseppe Jato - ebbe a che fare con la gestione e la preparazione dell'esplosivo, dalle prove di perforazione in montagna alle fasi di travaso del tritolo nei tredici bidoncini collocati nel canale di scolo dell'autostrada a Capaci".
Brusca era colui che azionò il telecomando che fece saltare l'esplosivo al passaggio delle auto che trasportavano Falcone e la moglie: "Assieme ad Antonino Gioè - ha riferito ancora Brusca - ero appostato sulla montagna aspettando che passasse il corteo delle auto di scorta. Ad un certo punto Gioè, che aveva il binocolo, mi disse 'vai'. Io non schiacciai il bottone e non lo feci per ben tre volte. C'era qualcosa che mi diceva di non farlo. Poi azionai il telecomando".

Brusca ha, quindi, ribadito che la mafia decise di uccidere Falcone all'indomani delle morte del giudice Rocco Chinnici: "La decisione era stata presa a suo tempo e per me era quella definitiva. Soltanto nel '92 ci fu modo di portare a termine l'operazione".
Tra il 1983 e il 1991, dunque prima di Capaci, Cosa Nostra coltivò almeno quattro progetti finalizzati a uccidere Giovanni Falcone. "All'indomani dell'omicidio del giudice Rocco Chinnici nell'83, su incarico di Riina, che per me era come un secondo padre, mi attivai personalmente per pedinare Falcone e studiare le sue abitudini e i suoi orari. Pensammo di far esplodere un 'vespino' imbottito di tritolo. Poi non se ne fece più niente".

Nel 1987, ha riferito ancora Brusca, "Cosa Nostra seppe che Falcone frequentava a Palermo una piscina. Baldassare Di Maggio mi disse che era stato preparato un bazooka e che erano state fatte delle prove in montagna". Nel giugno dell'89, poi, ci fu il fallito attentato all'Addaura e nell'estate del '91 si fece largo l'ipotesi di uccidere Falcone a Roma: "Sapevamo che frequentava il ristorante 'Sora Lella' e che girava normalmente. Era il periodo in cui il maxi processo era approdato in Cassazione anche se sapevamo che l'esito sarebbe stato per noi negativo perché il fascicolo non sarebbe più stato assegnato al presidente di sezione Corrado Carnevale, come invece aveva sperato Riina".
Dopo l'omicidio di Salvo Lima (marzo 1992) "entrai a pieno titolo - ha detto ancora il pentito - nei preparativi per l'omicidio Falcone. Riina mi disse che nel progetto era coinvolta una squadra a Roma pronta a usare armi convenzionali per l'attentato e un'altra, attiva a Palermo, che avrebbe lavorato sull'utilizzo di un esplosivo da azionare distanza. Riina - ha ribadito Brusca - era frenetico. Voleva portare a termine questo attentato a tutti i costi. Spingeva perchè venisse fatto a Palermo mentre Bernardo Provenzano avrebbe preferito che l'attentato a Falcone venisse fatto a Roma per non esporre troppo Cosa Nostra".

25 novembre 2014
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