Un Capodanno di silenzio per rispettare il dolore del mondo

In molte regioni d'Italia silenzio e sobrietà per ricordare l'immane tragedia causata dal maremoto del 26 dicembre 2004

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Non si può fare finta di niente. Non ci si può nascondere dietro un dito. Non si può pretendere di rasserenarsi la coscienza dicendo che ''le tragedie avvengono e noi non ci possiamo fare niente''.
Non si può. O almeno è questo il parere di molti.
Mentre nei paesi distrutti dal maremoto del 26 dicembre scorso si continua la conta dei morti e il numero sale vertiginosamente di ora in ora, brindare festosamente, con botti e fiotti di spumante sarebbe una grave offesa verso il genere umano.
No, non si può.
E allora per molte amministrazioni locali sarà un Capodanno con pochi botti e feste più sobrie.
Per molti sarà l'occasione per raccogliere fondi e meditare sulla tragedia asiatica.
''A Capodanno non spendete soldi in fuochi d'artificio. Date i vostri denari per aiutare le popolazioni colpite dal maremoto'', ha chiesto padre Vincenzo Coli, Custode della Basilica di San Francesco d’Assisi. Un invito accolto indirettamente da molti comuni e amministrazioni locali, dal nord al sud, che hanno deciso di sospendere i festeggiamenti per il primo dell'anno e di trasformarli in un momento di solidarietà.

 
Capodanno senza botti. Un silenzio per condividere
di Maurizio Crosetti (la Repubblica)

Ci sono momenti in cui il silenzio è una necessità più che un dovere. Momenti in cui non si può chiudere il mondo dietro la porta di casa, lui là fuori, noi qui dentro a festeggiare. Perché questo non è un Capodanno come gli altri. Il mondo, fuori, ci è entrato in casa senza bussare: è così che fa, quando la gente muore. Il mondo sfonda la porta, ci mette davanti agli occhi le tremende fotografie dei giornali, le strazianti immagini della televisione. Non è possibile restare indifferenti a quel mondo che bussa e muore, magari con una bottiglia di spumante in mano e un petardo nell'altra.

Non si tratta di retorica, né di astratta carità mentale. La necessità del silenzio, come momento di riflessione sulla nostra storia e sul nostro destino di uomini - che in un attimo può trasformarsi nel destino di tutti e viceversa (il destino è capriccioso e non si cura dell'indifferenza) - riguarda chiunque abbia occhi e cuore.

E allora pensiamo che stavolta sia giusto non fare rumore, non festeggiare il nuovo anno con i botti e i fuochi: sarebbe come urlare in presenza di chi soffre. Condividere un dolore non vuol dire diventare tristi, ma rispettare quel dolore e chi lo sta vivendo.
Anche se si trova dall'altra parte del mondo: e poi, la tragedia del Sudest asiatico ci ha spiegato che il mondo è diventato proprio piccolo, e che lo si percorre in un attimo. Può accadere di essere turisti in vacanza esotica, e in un istante trasformarsi in vittime o testimoni di un cataclisma.

Dunque, il silenzio di Capodanno è anche un modo per riflettere su di noi, non solo per essere un po' più vicini a "loro", ai lontani, agli sventurati.
Una festa senza fuochi (che, tra parentesi, ogni anno mozzano mani e oscurano occhi, di bambini e ragazzi soprattutto) è un segno di profonda umanità, di semplice ma vissuta partecipazione. Aspettare il secondo che fa scoccare il nuovo anno, e pensare che chi sta male non è solo: proviamoci, stavolta. Sarà una maniera, anche, per augurarci di non essere soli quando potrebbe toccare a noi star male.

Si parla tanto di globalizzazione e di confini più vicini, in questa nostra inquieta modernità, e così viviamo nel mondo che aspetta il nuovo anno.
Proviamo a farlo nel silenzio e nel rispetto del dolore, così anche il nostro pensiero potrà essere un po' più globale, se riuscirà a occuparsi dell'uomo.

Cioè gli altri, cioè noi.

31 dicembre 2004
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