Uno scambio dietro l'arresto di Riina?

Il ''Capitano Ultimo'', Sergio De Caprio e il direttore del Sisde, Mario Mori, presto rinviati a giudizio?

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L'arresto del capomafia Totò Riina fu salutato come uno dei più grandi successi della giustizia. Si intravedeva in esso un futuro di speranza, un sostanziale cambiamento in positivo che rendeva giustizia per l'infame fine di personaggi come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Ma dietro a questo eccellente arresto, troppi i misteri che hanno subito fatto percepire che forse non proprio di grande successo si poteva parlare.
A rovinare l'aura di vittoria dell'arresto di "Totò u curtu", c'è un inspiegabile ritardo di 19 giorni, il lasso di tempo tra l'arresto e il momento in cui i carabinieri fecero irruzione nella villa che aveva ospitato per anni il capomafia e la sua famiglia.
Un ritardo misterioso che ha fatto scattare un'inchiesta della Procura di Palermo, che vede indagati per "favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra" il prefetto Mario Mori, direttore del Sisde, il servizio segreto civile, che allora era il vice comandante del Ros, e il tenente colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio, conosciuto come "Capitano Ultimo".

La mancata perquisizione del covo diede la possibilità ai fedelissimi di Riina, come Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca, di far ripulire la casa del loro capo, portando via mobili e arredi, compreso un armadio corazzato in cui sarebbero stati custoditi documenti importanti. Di qui l'accusa nei confronti di Mori e De Caprio.
I due ufficiali del Ros, registi dell'operazione che portò alla cattura del boss, hanno sempre affermato che ci sarebbe stata una "incomprensione" con la Procura.

Il 15 gennaio 1993 i carabinieri dissuasero i magistrati dal procedere alla perquisizione della villa che era stata localizzata e tenuta sotto osservazione da alcuni giorni prima della cattura di Riina. Gli ufficiali, in particolare De Caprio, con "l'avallo del generale Mori" (si evince nelle carte dei Pm), avrebbero spiegato che in quel momento non era opportuno entrare nel covo, perché volevano individuare eventuali altri uomini d'onore pronti a recarsi nella villa per prelevare la famiglia del boss.
Ma l'attività di controllo al covo cessò nella stessa giornata in cui venne arrestato Riina.
"Fu soprattutto la sospensione di ogni attività di osservazione - affermano i pm - a determinare un'obiettiva agevolazione di Cosa nostra, consentendo a quest'ultima di trarre il massimo vantaggio possibile dalla mancata perquisizione del covo, visto che solo la prosecuzione dell'attività di osservazione avrebbe potuto attenuare l'altissimo rischio affrontato col rinvio della perquisizione, di compromettere l'acquisizione di documenti di sicuro rilievo eventualmente rinvenibili".

I magistrati sostengono infine che Mori e De Caprio avrebbero reso dichiarazioni "non veritiere o quantomeno reticenti" sulla vicenda fornendo ai magistrati della procura "indicazioni non veritiere, o comunque fuorvianti".
Il giudice che ha in mano l'inchiesta, Vincenzina Massa,  picchia duro sul direttore del Sisde e sul "Capitano Ultimo", tanto che sottolinea che ci sarebbe stata "una precisa volontà degli indagati di sviare l'obiettivo dei magistrati" che era quello di perquisire la villa. Il gip giudica "risibile la giustificazione" data da Mori "dello stress del personale adibito al controllo della villa", e sostiene che "non vi sono spiegazioni alternative" al fatto che non sono entrati in quell'abitazione che tenevano d'occhio da alcuni giorni prima dell'arresto.

In questi giorni la Procura di Palermo, già all'indomani del provvedimento del gip che ha ordinato di formulare un'accusa di favoreggiamento aggravato contro il prefetto Mori e il tenente colonnello De Caprio, sta lavorando su come ipotizzare il capo di imputazione, per chiederne il rinvio a giudizio la prossima settimana.
Una delle ipotesi su cosa stia dietro alla mancata perquisizione la da proprio il gip Vincenzina Massa - che ha disposto l'imputazione coatta -, "ci sarebbe stata una trattativa che si sarebbe conclusa con la 'consegna' di Riina ai militari del Ros il 15 gennaio 1993". "In cambio - sostiene il giudice -, non veniva fatta alcuna irruzione nella villa con piscina del boss, dove, secondo quanto affermano alcuni pentiti, il capomafia nascondeva documenti. Venne lasciato il tempo alla moglie e ai figli di Riina di lasciare l'abitazione e ad una squadra di mafiosi di ripulire il covo".
A questo punto passarono 19 giorni prima che i carabinieri andassero a perquisire la villa, quando non vi era più nulla. Per questa mancata perquisizione, dunque, che secondo il gip potrebbe avere "avvantaggiato" Cosa nostra, portando in salvo prove e documenti "compromettenti", Mori e De Caprio devono essere processati.

Spiegazione sull'operato "poco chiaro" dei responsabili della polizia, possono inoltre essere rintracciate nelle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi che ha rivelato di un progetto di morte nei confronti di Ultimo.
Alla luce di ciò il giudice ha quindi ipotizzato che: "Sarebbe più che plausibile, nell'economia di un accordo di scambio non lecito, estremamente rischioso per la parte istituzionale, la messa in circolazione fra i sodali, a scopo di tutela della controparte, della falsa notizia di una grave rappresaglia nei confronti proprio dell'autore dell'arresto, per metterlo al riparo da sospetti circa l'ingerenza nella trattativa in ipotesi avvenuta. E d'altra parte il ricorso al depistaggio non è affatto estraneo a Cosa nostra". "L'avere sospeso l'attività di osservazione - sostengono i pm - senza comunicarlo ai magistrati della Procura, con i quali riconsiderare la possibilità di un'immediata irruzione nella casa di Riina, nella stessa giornata in cui si era deciso di dismettere l'attività di osservazione, è una condotta che, dal punto di vista materiale, integra certamente la condotta di favoreggiamento nei confronti degli appartenenti a Cosa nostra, che si sarebbero poi recati a svuotare il covo. E tale favoreggiamento non potrebbe essere ascritto ad altri che ai responsabili di quell'operazione di polizia e, soprattutto, della decisione di sospendere l'attività di osservazione: il generale Mario Mori e il tenente colonnello Sergio De Caprio. Ed è questa la ragione per la quale la procura ha proceduto all'iscrizione dei due ufficiali nel registro degli indagati per il reato per cui si procede".

5 novembre 2004
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