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Valle del Belice 1968

Il 14 e il 15 gennaio di trentasei anni fa, la Sicilia occidentale compresa tra le province di Palermo, Agrigento e Trapani, terribilmente tremò

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Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968 un violento terremoto colpì una vasta area della Sicilia occidentale compresa tra le province di Palermo, Agrigento e Trapani.
Il sisma della valle del Belice e le sue conseguenze hanno rappresentato, in fatto di calamità naturali, uno dei primi, e tristemente celebri, "casi italiani" nella storia del dopoguerra: l'impreparazione e l'iniziale abbandono da parte dello Stato, i ritardi nella ricostruzione, le popolazioni costrette all'immigrazione, l'orrore delle baracche per coloro che restavano.
Tra i 15 centri colpiti dal sisma vi furono paesi che rimasero completamente distrutti: Gibellina, Poggioreale, Salaparuta, Montevago. Le vittime furono oltre 400, più di 1000 i feriti, circa 100.000 i senzatetto.

Gibellina era una piccola città della valle del Belice. Molto calda d'estate e fredda d'inverno. Era stata fondata su cinque colline nel 300 a. C. Il nome deriva dall'arabo: "Gibel" (montagna) e  "Zghir" (piccola).
Di seguito il racconto di quel giorno da "Addio, Gibellina" di Leonardo Cangelosi, testimonianza di chi ha vissuto in prima persona l'antica tragedia e l'angoscia del domani.

"14 Gennaio 1968. Di buon mattino c'è già una certa animazione per le strade del paese.
E’ domenica e oggi si vota per il rinnovo del Consiglio Comunale. A nessuno passa per la testa che questo giorno potrebbe essere l'ultimo come in effetti lo è. C'è freddo, un freddo secco e pungente: la neve caduta qualche giorno prima si è indurita nei cantucci più ridossati, ma la mattinata è tersa, serena, piacevole.

Ore 13,30. Sono tutti a pranzo. Si ode un gran rumore indefinito, un fracasso, come se cento carretti siciliani attraversassero di gran carriera una strada piena di ciottoli, trenta, quaranta secondi in tutto. Ci si guarda negli occhi, nessuno si rende effettivamente conto di ciò che accade. 

E’ iniziata l'agonia.

Ore 14,07. Le case ondeggiano paurosamente, in tutte le strade si osserva, fra lo sbigottimento generale, che le costruzioni di destra fanno profondi inchini e traballanti riverenze a quelle di sinistra, e quelle di sinistra fanno altrettanto; è una lugubre contradanza accompagnata da profondi boati e scricchiolii terrorizzanti.
Cade qualche tetto, qualche cornicione, i muri si lesionano, i mobili modificano la loro abituale posizione, i vetri tintinnano; in qualche casa si accendono le luci senza che nessuno tocchi gli interruttori, luci che non si riesce a spegnere in nessun modo. I cittandini sono tutti, o quasi, andati via, ma si fermano appena fuori il paese. Comincia un frenetico andare; si cercano amici e parenti, si improvvisano ripari e sistemazioni per la gelida notte incipiente. Il gigante resiste, ma le ferite si accentuano, diventano mortali e la tragedia non tarda. Arrivano automezzi di soccorso e molta gente parte alla volta di paesi della parte occidentale che risultano fuori della fascia sismica.  
Nelle campagne tra Gibellina e Camporeale spuntano dei piccoli crateri zampillanti una poltiglia grigio-giallastra, qua e la, sorgenti di acqua sulfurea. Dappertutto un odore acre e disgustoso. Sulle strade si aprono e si chiudono quasi subito delle voragini; molti ponti sono lesionati ed alcuni irrimediabilmente.

E' la fine. Gibellina non c’è più.

Le luci si spengono, le linee telefoniche saltano sotto il fragore assordate del terremoto e delle abitazioni dei centri storici, che si sgretolano annientate in circa dodici secondi con un forte movimento ondulatorio Est-Ovest.
Poi il silenzio, rotto dalle urla disperate di chi è sopravvissuto e brancola al buio tra la polvere soffocante alzatasi durante i crolli e il passo difficoltoso fra le macerie.

Sono le 3 e otto minuti primi del 15 Gennaio 1968. A circa quaranta chilometri di profondità sotto la Valle del Belice si rimette in movimento una frattura assopita dalla notte dei tempi generando onde sismiche, stimate di magnitudo 6.0 e con effetti all’epicentro, del IX° Mercalli.
Alle prime luci dell’alba la tragedia rivela la sua dimensione catastrofica. Gibellina, 6.930 abitanti, 378 metri sopra il mare, si è sbriciolata”
.

Le scosse di assestamento della settimana seguente interessarono altri sei paesi.
Tre le province coinvolte nel sisma: Palermo, Trapani e Agrigento.
Fino a oggi nel Belice sono stati spesi circa 1,5 miliardi di euro. Ma, a 36 anni dal terremoto, la ricostruzione non è ancora terminata: 400 persone vivono nelle baracche, 600 prefabbricati d'amianto devono essere smaltiti, 70 ettari di terreno attendono la bonifica. Restano poi da costruire 1.000 prime case. Mentre interi quartieri del comune di Montevago vanno urbanizzati: non ci sono strade, illuminazione e fognature. Dopo trentasei anni...

15 gennaio 2004
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